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Lo scorso anno l’Economist indicava la Tunisia come paese dell’anno 2014: è moderata, una speranza per «una regione disgraziata e un mondo inquieto» diceva il settimanale inglese; segnarsi questa informazione di partenza, perché sarà importante per lo sviluppo del ragionamento.

Una settimana fa un video pubblicato dallo Stato islamico della provincia di Hasakah, nel nord della Siria, ha rivendicato l’attentato al bus delle guardie presidenziali di Tunisi avvenuto a fine novembre ed in cui sono rimaste uccise tredici persone e ferite una ventina. L’autore, Abu Abdallah al Tunsi, era un tunisino unitosi al jihad siro-iracheno e operante sotto la Wiliayah di Hasakah, rientrato, per colpire, in patria.

Hasakah è una città del nord siriano, al confine con l’autoproclamato Stato curdo del Rojava: l’area è abitata dai siriaci, componente cristiana di origini ancestrali, la cui milizia combattente fa parte del fronte, supportato dagli Stati Uniti, che sta scendendo verso Raqqa, liberando vari villaggi dall’occupazione del sedicente Califfato. Sono gli stessi gruppi combattenti che stanno ricevendo l’aiuto, ufficializzato dalla Casa Bianca, di due team di forze speciali americane disposti direttamente sul campo.

PASSAGGI LIBICI

La notizia del rivendico potrebbe apparire questione routinaria, ma nasconde alcuni dettagli analitici interessanti. Il fatto che un attentatore siriano abbia colpito in Tunisia, per iniziare, indica che i mujaheddin di Abu Bakr al-Baghdadi hanno un passaggio facile tra Siria e nord Africa. In particolare, fanno notare gli esperti, per arrivare a Tunisi l’attentatore deve essere passato per la Libia, e questo significa che là lo Stato islamico ha ottimi contatti e collegamenti (un altro esempio è il trasferimento di elementi importanti verso Sirte). Ciò confermerebbe che i baghdadisti possano fluire verso il suolo libico dal cuore centrale siro-iracheno del Califfato senza incorrere in stop frontalieri. E confermerebbe ancora di più la necessità di trovare presto una soluzione, questione che torna alla cronaca dopo la firma dell’accordo (non proprio ferreo) tra i due grandi contenitori della guerra civile libica, lo pseudo esecutivo di Tobruk e Tripoli, siglata due giorni fa in Marocco; su quel che riguarda “l’intervento armato in Libia contro l’IS”, l’Italia potrebbe giocare un ruolo centrale, portando la questione (anche quella del rivendico e dell’attentato) ad un certo livello di “interesse nazionale”.

INTERESSE ITALIANO

Per colpire la Tunisia dalla Libia si deve passare per Sabratha. La città patrimonio dell’Unesco qualche giorno fa è finita al centro delle cronache perché numerosi media italiani la considerano (consideravano?) ormai caduta in mano al Califfato. Fonti locali ed esperti però hanno subito sottolineato che non è così, sebbene della presenza di elementi organizzati dell’Isis in città se ne sta parlando da diversi mesi. Alcuni sostengono che è troppo lontana dalle roccaforti locali del Califfato (Sirte e l’area fuori Derna, centinaia di chilometri più a est); altri che se avesse avuto la possibilità di prendersi il controllo della città, Baghdadi lo avrebbe già fatto da tempo. Quelle viste negli ultimi giorni, sono manifestazioni con cui il Califfato ha mostrato la propria forza ai gruppi rivali locali, i quali avevano catturato tre miliziani baghdadisti. Tuttavia, sebbene escano un po’ dallo schema abituale mostrato nell’area, con cui lo Stato islamico ha cercato invece di tenere un basso profilo nella zona per non attirare troppo l’attenzione delle operazioni militari, è difficile si tratti realmente dell’istituzione di un nuovo emirato a Sabratha.

I legami con l’Italia. Sabratha è una città fortemente legata all’impronta italiana (al di là delle rovine archeologiche romane). Si trova a pochi chilometri dagli impianti Eni di Mellitah e sulla costa dinanzi agli impianti offshore (fece da base agli incursori della Marina italiana chiamati a bonificare le piattaforme dopo l’operazione militare del 2011), nonché è hub commerciale di molte altre aziende italiane che fanno affari in Libia. Potrebbe, per queste ragioni, essere anche area di attività di operatori della forze speciali italiane che stanno raccogliendo informazioni per quelle eventuali azioni militari.

Dieci giorni fa, durante la visita ufficiale a Roma, il premier tunisino Habid Essid e il primo ministro italiano Matteo Renzi avevano parlato di come la situazione in Libia e la diffusione locale del Califfato, fossero il problema centrale non solo per la Tunisia, ma per tutto il nord Africa e il Mediterraneo. «Siamo di fronte a diverse minacce che pesano enormemente sulla nostra stabilità: terrorismo, traffico di armi, merci, droga» aveva spiegato Essid, annunciando l’avvio di una maggiore collaborazione «economica e politica» tra Tunisia e Italia.

LA SIMBOLOGIA

L’attacco dell’attentatore suicida di Tunisi, ha anche un significato simbolico che si lega anche a Sabratha. Partito dalla Siria, il centro del potere del Califfo, il kamikaze è arrivato in Tunisia, che, come sottolinea la scelta dello scorso anno dell’Economist, è considerato l’unico paese in cui le istanze islamiste hanno trovato un equilibrio democratico dopo le Primavere arabe. Cioè è andato a colpire quel certo tipo di “Islam secolarizzato” che è nemico esistenziale dell’IS. Ad aggiungere simbolismo, va detto che quel pullman colpito trasportava l’unità d’élite dell’esercito tunisino nelle questioni di counter-terrorismo, quella che le autorità tunisine usano nelle operazioni con cui arrestano i terroristi o i fanatici islamici, nel tentativo di affrancarsi definitivamente dal radicalismo. Di più: come dimostrato dai report di alcuni autorevoli centri studi americani, il flusso dei foreign fighters, che nel corso dei mesi non s’è arrestato, ha dalla Tunisia il suo centro principale; dunque, l’obiettivo era anche vendicarsi contro la terra di origine di molti degli uomini che si uniscono al jihad (più avanti, nel video di rivendico, si parla anche di liberare i jihadisti che il governo tunisino ha imprigionato). Inoltre, l’attentatore ha probabilmente viaggiato passando dal nuovo territorio di interesse, la Libia, muovendosi in libertà in un luogo che sembra diventare un hub per compiere operazioni clandestine all’estero: e Sabratha è la bocca per entrare in Tunisia (o un passaggio per entrare nel jihad). Altro aspetto: quel video di rivendicazioni della provincia dell’IS del nord siriano, inizia con dei tunisini che ascoltano un jihadista francese spiegare piani per colpire la Francia. Nei giorni successivi all’attentato del 13 novembre a Parigi, era girata insistentemente l’informazione (per il momento non confermabile) che Abu Mohammed al Adnani, il portavoce dello Stato islamico ─ lo stesso che ha prestato la voce alle minacce contro Roma nell’ultimo video diffuso dall’Isis ─, era il responsabile progettista di tutti gli attacchi tenuti dallo Stato islamico al di fuori del territorio del Califfato: in molti, anche tra le autorità della sicurezza libica, sostengono che l’espansione in Libia spinta dal Califfo, è anche legata alla volontà di creare un centro logistico sul Mediterraneo, per effettuare “più comodamente” attacchi nell’area del Magreb e in Europa.

D’altronde, basta seguire la linea: un kamikaze parte dalla Siria, attraversa la Libia e colpisce in Tunisia. Cioè, parte dal cuore del Califfato, passa attraverso un nuovo territorio di conquista per colpire uno dei simboli dell’Islam politico occidentalizzato.

 

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