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La vicenda del salvataggio delle “4 bad bank” e delle precedenti questioni sollevate in merito alla ricapitalizzazione della Banca d’Italia, ci impongono una riflessione seria. L’articolo 1 della nostra Costituzione prevede che lo Stato, come emanazione politica del popolo, abbia il potere e il dovere costituzionale di esercitare la sovranità politica e monetaria nell’interesse supremo dei cittadini dai quali ha ricevuto il mandato popolare. Se “la sovranità” appartiene al popolo, questo dovrebbe esercitarla anche e sopratutto sull’emissione della propria moneta. In realtà, come dimostrato dalle ultime vicende, lo Stato ha consentito alla banca centrale, ancora denominata erroneamente Banca d’Italia, di esercitare in sua vece il potere sovrano di creare moneta e gestire il credito. Di conseguenza le banche hanno acquisito il monopolio sull’emissione della moneta e, attraverso la gestione “privatistica” del credito e il controllo del debito pubblico, determinano e condizionano il sistema monetario e quindi il destino economico del nostro paese. Questo, ora, è drammaticamente debitore perché il nostro sistema bancario è in mano a un ristretto gruppo di banchieri privati che, in perfetta sintonia e complicità con la classe politica corrotta, e attraverso vari sotterfugi istituzionali, è riuscito ad assumere il totale controllo sull’emissione della moneta. In questo modo questo gruppo di banchieri è diventato, di fatto, proprietario e gestore di tutto il denaro in circolazione rendendo schiavo il popolo. In Italia la banca centrale di emissione di banconote è denominata “Banca d’Italia” ma in realtà non è “pubblica” o “dello Stato” come ingenuamente è indotta a credere la gente comune, sopratutto per la generica ma ingannevole definizione di “Istituto di diritto pubblico” contenuta nel suo statuto. La Banca d’Italia, in pratica, è e si comporta come una S.p.A.: è gestita da privati seppure continui ad apparire a tutti come “la Banca Centrale dello Stato Italiano”. Ma, in realtà, Bankitalia è “di fatto privata” perché controllata, attraverso “le quote”, al 90% dalle maggiori banche private italiane e da alcune grandi Assicurazioni come “Le Generali”. Solamente il 5% di quote è posseduto dall’Inps come “ente pubblico”, e da una parte trascurabile dall’Inail.

Tutto ciò è in contrasto con quanto stabiliva lo stesso statuto di Bankitalia, che all’Art. 3 recitava: “in ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale di enti pubblici”. Il 16 dicembre 2006 il Governo Prodi approvava una modifica dell’art. 3 dello Statuto, che ora recita così: “il trasferimento delle quote avviene, su proposta del direttorio, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto”, cioè la Banca stessa decide chi può detenere le quote/azioni, sia esso pubblico o privato, senza dover rendere conto di nulla a nessuno. Il gioco è fatto. Così la ricchezza di un Paese prodotta dal popolo passa in mani altrui, viene massacrato il principio sovrano che la moneta è stata inventata per “agevolare” gli scambi dei beni e dei servizi prodotti col lavoro dai cittadini. Quindi la moneta ha valore solo perché gli stessi cittadini la accettano e la fanno circolare usandola come mezzo di scambio dei beni. Le banche non producono nessuna “vera ricchezza” ma solo “l’unità di misura” dei beni oggetto dello scambio: dal nulla creano  il nostro denaro, ne assumono illecitamente la proprietà e poi lo prestano lucrando enormi profitti con l’applicazione di un interesse. Questa è la verità ed è un fatto.

Veniamo alla Commissione nazionale per le società e la Borsa (meglio nota come Consob), istituita con la legge 7 giugno 1974, n. 216. È un’autorità amministrativa indipendente, dotata di personalità giuridica e piena autonomia la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori – dunque ai cittadini -, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato. Durante tutti questi anni cosa ha fatto? Quando accumulavamo il debito pubblico che oggi pesa come un macigno, cosa stata facendo? Ovviamente, oggi, l’Europa condanna.

Le quattro banche salvate dall’Italia – CariChieti, CariFerrara, Cassa Marche e Banca Etruria – “vendevano alla gente prodotti inadatti ai clienti che probabilmente non sapevano cosa stessero comprando” e questo ha avuto “conseguenze personali “. Il commissario Ue ai servizi finanziari, Jonathan Hill, ha così messo la parola fine al gioco delle parti che si sta consumando da 20 giorni sull’ultimo episodio di risparmio tradito e avallato per decreto. “Questo – ha aggiunto – apre una questione più ampia di tutela dei consumatori. Non basterà una Commissione di inchiesta a sistemare questa truffa perpetrata”. E noi non possiamo permetterlo.

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