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L’Europa è ormai da molto tempo a un bivio. Prima la crisi economica, ora le minacce alla sicurezza da sud e da est, con terroristi alle porte e migranti in viaggio tra e verso i nostri confini. La stabilità del progetto europeo è chiaramente messa alla prova. La capacità di rispondere a queste sfide e trovare la giusta strategia per trasformare una crisi in un rafforzamento del proprio progetto è nelle mani delle classi dirigenti dei Paesi membri.

In una conversazione con Formiche.net il parlamentare tedesco Roderich Kiesewetter del gruppo CDU/CSU affronta una serie di questioni legate alla difesa e alla politica estera dell’UE, riflettendo sul ruolo dei Paesi arabi per la stabilizzazione dell’area mediorientale e sulla necessità di una maggiore coesione europea per la gestione delle attuali crisi.

Cosa sta succedento in Libia? Pensa che sia possibile la creazione di una coalizione di governo nazionale?

Da una parte le Nazioni Unite e l’Unione Europea stanno cercando di raggiungere un accordo con i due governi di Tripoli e Tobruk. Il negoziato sembra procedere, ma alla fine i due governi avranno bisogno di cooperare e non c’è ancora molta chiarezza su questo punto. I prossimi due, tre mesi saranno cruciali.

Dall’altro lato la comunità internazionale cerca di contribuire alla stabilizzazione delle aree vicine alla Libia, ad esempio con missioni di assistenza ai confini con la Tunisia. Anche la parte meridionale del Paese è scarsamente protetta e continua la proliferazione di piccole armi e il traffico di esseri umani. La comunità internazionale è all’opera per contrastare questi problemi, ma c’è bisogno di un accordo con il Paese per poter agire.

Cosa si può fare per i rifugiati?

Dobbiamo proteggerli e dare loro un’aspettativa di vita strutturata attraverso programmi di formazione e assistenza sanitaria e sociale. Si tratta di interventi lunghi e duraturi che dimostrano come l’approccio militare esclusivo e isolato non farebbe altro che peggiorare la situazione, come accaduto in Iraq nel 2003 e nella stessa Libia nel 2011. Senza un piano politico l’aspetto militare non funziona. E’ una lezione che dobbiamo imparare.

Qual è l’approccio della Germania rispetto alle minacce da sud e da est?

Il nosro obiettivo è unire  gli interessi dei Paesi del sud, più focalizzati sull’Africa e sulle questioni migratorie, con quelli dei Paesi dell’est, più preoccupati delle evoluzioni ucraine. Il nostro interesse è che l’Europa non venga divisa in due e che si possa lavorare in modo coeso, bilanciando gli interessi.

Cosa sta succedendo a est del Mediterraneo?

L’Iran sta ottenendo dei vantaggi dall’accordo di Vienna; se verranno tolte le sanzioni il Paese potrà fornire molto più supporto che nel passato a gruppi come Hezbollah. La Russia si sta rendendo conto che le forze siriane sono più deboli del previsto e che probabilmente il proprio impegno sarà più lungo onde evitare di perdere impatto e reputazione, mentre la coalizione guidata dagli Stati Uniti non sta ottenendo risultati.

Cosa stiamo sbagliando?

Abbiamo bisogno dei cosiddetti boots on the ground e dobbiamo convincere i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e della Lega Araba a investire per fornire assistenza ai rifugiati e attivare processi di ricostruzione a guerra conclusa. C’è bisogno del supporto di forze internazionali e di un mandato internazionale.

In che senso?

Lo scorso anno la Russia ha bloccato il mandato dell’Onu. Ora ci aspettiamo che ci sia un’apertura mentale diversa per un mandato internazionale e un accordo per identificare un corridoio umanitario per la Croce rossa e la Mezzaluna rossa. Credo anche che le forze internazionali dovrebbero proteggere queste zone di sicurezza da attacchi terroristici.

E la Turchia?

Sta cercando di superare problemi interni contro la minoranza curda. La Turchia in passato ha supportato l’Isis garantendo il passaggio dei foreign fighter e anche attraverso forme di finanziamento. Ora sembra che stiano cercando di convincere l’opinione pubblica internazionale che sono impegnati a combattere l’Isis, ma in realtà il loro interesse è lottare contro la minoranza e gli estremisti curdi e creare una zona cuscinetto a est e nel sud della Paese.

La situazione siriana è perciò molto critica?

Abbiamo un mix di influenze – iraniana, turca, russa e occidentale – con la presenza di milizie di varia tipologia e uno stato di esaurimento che non vede prevalere alcuna maggioranza, nè tanto meno un vincitore. Ragione in più per avere un mandato delle Nazioni Unite e il supporto di Paesi arabi che possono fornire fondi e conoscenze della regione. Ma se non c’è la volontà dell’UE a essere coinvolta sul terreno attraverso forze civili e assitenza militare, vedremo crescere ancora di più il problema dei rifugiati e Paesi come la Giordania e il Libano sono destinati a fallire. L’UE dovrebbe impegnarsi per la stabilizzazione di questi Paesi, altrimenti ci saranno dai due ai tre milioni in più di rifugiati che fomenteranno l’interesse di alcuni Paesi membri a portare avanti processi di nazionalizzazione e chiusura dei confini.

E Putin cosa combina?

Putin ha in mano due strumenti. Da una parte potrebbe peggiorare la situazione dell’Ucraina facendo riversare nel Paese due milioni di rifugiati che al momento non sono calcolati nelle nostre stime. Questo spiega anche la riluttanza di Paesi come la Polonia a ricevere rifugiati dalla Siria. Dall’altra, con l’aumento del flusso dei rifugiati da sud, potrebbe dimostrare che l’UE non è capace di gestire la situazione, cercando di raggiungere il suo obiettivo strategico di distruggere la coesione dell’UE.

In questa situazione crede che sia utile aumentare i budget militari?

Credo che ci sia bisogno di questo aumento, ma bisogna anche creare nuove competenze come ad esempio trasporti strategici o servizi medici di assistenza che devono essere organizzati a livello europeo e non nazionale. A livello militare dobbiamo guardare all’interoperabilità e alla reattività di risposta in caso di crisi, allo sviluppo di attività di intelligence e riconoscimento per lo sviluppo di valutazioni e reazioni rapide. La spesa per la difesa deve quindi essere focalizzata a ottenere maggiore reattività, interoperabilità e connessione, creando nuove capacità a livello europeo, grazie alla volontà di Paesi che supportano questa visione.

E le relazioni transatlantiche quanto sono importanti?

Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono cambiati molto. Hanno perso un po’ di interesse verso il Medio Oriente e sono più focalizzati verso l’Asia. In senso positivo, credo che abbiamo bisogno di una condivisione degli oneri con gli Usa, ma abbiamo bisogno anche di essere più attivi nell’ambito europeo. Su TTIP e affare Snowden gli Usa non sono stati molto chiari e hanno bisogno di intraprendere iniziative che portino la popolazione UE a supportare la comunità transatlantica, ma è importante sottolineare che senza il link transatlantico l’UE, con 28 Paesi e 28 eserciti, è troppo debole.

Per migliorare l’interoperabilità sono utili esercitazioni militari come la Trident Juncture attualmente in corso nel Mediterraneo?

Assolutamente sì. La combinazione di una serie di esercitazioni in Polonia e nei paesi baltici mostrano che la Nato e i Paesi UE stanno cercando di migliorare le loro interconnessioni. Queste esercitazioni mostrano i limiti, ma anche i progressi già fatti. Ci stiamo spostando da un focus sulle forze militari prettamente nazionale verso un approccio di interoperabilità, teso ad aumentare la comprensione reciproca tra asset strategici differenti. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di creare una responsabilità europea per la protezione e la sicurezza dei nostri confini. La crisi migratoria può determinare un cambiamento, per un’Europa più trasparente, pronta ad agire e non bloccata dalla propria burocrazia. Abbiamo bisogno di un’Europa più agile, altrimenti il progetto europeo fallirà.

Perché lodo la Trident Juncture della Nato. Parla Kiesewetter (Cdu/Csu)

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