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Ad oltre un anno dall’annuncio del Qe, e prima di procedere al potenziamento di “questo” Qe, occorre fare un bilancio delle conseguenze che ha determinato.

Dal punto di vista dell’inflazione, l’indice del livello armonizzato dei prezzi al consumo (HICP) nell’Eurozona non si è affatto schiodato: se era pari a 117,93 a marzo scorso (base=100 il 2005), la rilevazione provvisoria di Eurostat relativa a novembre è stata di 117,97. L’inflazione sarebbe aumentata di 4 centesimi di punto, un dato statisticamente irrilevante. Per quanto riguarda l’Italia, i dati relativi ai prezzi al consumo rilevati dall’Istat confermano la stagnazione dei prezzi: a novembre di quest’anno, rispetto allo stesso mese del 2014, l’inflazione (NIC) è aumentata del +0,1%. In particolare, mentre si registra una stazionarietà assoluta per il livello dei beni acquistati ad alta frequenza, si registra un -0,5% nel caso di acquisti a media frequenza ed un -0,1% per quelli a bassa frequenza. Inoltre, non solo i prezzi dei prodotti energetici non regolamentati, generalmente importati, sono calati dell’11,2%, ma si registra anche una flessione sia per i Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-1,8%) sia per quelli di trasporto (-1,2).

Dal punto di vista valutario, la svalutazione dell’euro sul dollaro non è stata sufficiente a compensare la caduta del prezzo dei prodotti energetici quotati in questa divisa: mentre il cambio dollaro/euro è passato da 1,39 dei primi di marzo scorso ad 1,06 del 27 novembre, il prezzo del Brent è calato invece dai 107 dollari al barile di marzo ai 43 dollari odierni. Tutto l’indice dei prezzi delle commodities è tornato al livello del 2002, cadendo più velocemente dell’euro. C’è da temere che una ulteriore svalutazione dell’euro, indotta da un rafforzamento del Qe, possa determinare una nuova contrazione dell’import dell’Eurozona, innescando un nuovo ciclo deflattivo globale. Avendo una bilancia dei pagamenti correnti sempre in attivo dal 2008, e che ha superato i 250 miliardi di euro nel 2014, l’Eurozona ha già accumulato in questo periodo ben 708 miliardi di saldo attivo.

Una nuova svalutazione dell’euro sarebbe quindi assolutamente ingiustificata: aggraverebbe sia gli squilibri tra l’Eurozona ed il resto del mondo, sia quelli al suo interno. Un rafforzamento del Qe, peggio, potrebbe essere considerato come un gesto di impotenza, di fronte ad una economia europea caratterizzata da una crescita interna sempre più incerta e da sempre più elevati rapporti debito pubblico/pil causati da anni di caduta del prodotto in termini reali e da una perdurante inconsistenza della dinamica inflattiva. Si lascerebbe l’euro per il dollaro, ma più per timore che per convenienza.

Dal punto di vista monetario, infina, gli effetti del Qe si stanno sterilizzando prevalentemente all’interno del circuito Bce-sistema bancario: gli acquisti di titoli di Stato effettuati dalla Bce (+413 miliardi tra inizio marzo e fine ottobre), sono andati ad incrementare per oltre la metà i depositi di liquidità ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria: questi ultimi sono aumentati, nonostante la penalizzazione del tasso negativo pari allo 0,20%, dai 79 miliardi di euro di fine 2014 ai 316 miliardi di fine 2015 (+237 miliardi). Mentre prosegue l’eutanasia del rentier, che sta squassando i conti di assicurazioni e fondi pensione, il resto della liquidità non finisce in nuovo credito, ma si riversa sui mercati finanziari ed all’estero: alimenta bolle e rischi crescenti.

I debiti pubblici sono stati messi al sicuro dalla Bce con gravissimo ritardo, solo dopo che la speculazione aveva fatto temere il default generale ed il collasso dell’euro. Il Fiscal Compact è stato reso flessibile, e lo è ogni giorno di più, solo quando ci si è accorti che aveva minato dalle fondamenta la stabilità dell’Unione europa. Anche il Qe andrebbe ripensato da cima a fondo, prima che dimostri, magari per un altro anno ancora, la sua documentata, scarsissima efficacia.

Perché la flemma di Bce e Bruxelles è stata nefasta

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