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“Le risorse per la sicurezza e la difesa, bene impiegate con intelligenza e pragmatismo per prevenire prima ancora che per reagire, sono produttive per il benessere e lo sviluppo del nostro Paese”.

È uno dei passaggi più significativi del documento finale rilasciato al termine dell’importante Consiglio Supremo di Difesa presieduto mercoledì dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla presenza dei massimi vertici politici e militari del Paese: dal premier Renzi ai ministri Gentiloni, Alfano, Padoan, Pinotti e Guidi, per terminare al capo di Stato maggiore Graziano.

Si tratta di un approccio strategico e non frutto di improvvisazione in cui si avvertono due forti imprinting. In primo luogo quello del governo, alle prese con l’attuazione del Libro Bianco, che include un progetto di profonda riorganizzazione delle Forze Armate che riveste grande importanza e urgenza per il nostro Paese.

Ma anche quello del Quirinale, in continuità con quanto fatto nel recente passato dal presidente Napolitano, che nel corso del suo mandato era intervenuto con forza per sedare alcune pretestuose polemiche interne sul programma F-35.

La legge di Stabilità appena varata ha scongiurato un nuovo taglio alle risorse destinate alla difesa, segnalando forse l’inizio di una fase nuova, richiamata per certi versi anche dal consiglio supremo.

Il testo avverte infatti che “occorrono scelte chiare sul piano tecnico e organizzativo come anche flessibilità e prontezza di risposte in campo normativo”, perché il processo virtuoso innescato da Via XX Settembre dovrà “conferire il massimo impulso allo sviluppo delle componenti operative, umane e tecniche, dello strumento militare”. Siamo di fronte a un’esigenza irrinunciabile, dunque, più che a una scelta, visto lo scenario internazionale descritto quotidianamente dalle cronache.

Viviamo infatti un contesto difficile, caratterizzato dalla perdurante offensiva terroristica dell’Isis, dal moltiplicarsi dei conflitti e dell’instabilità nel Mediterraneo e in Medio Oriente, da crescenti ondate migratorie e dalle difficoltà della comunità internazionale nella gestione del caos libico.

Come dimostra Trident Juncture, la più grande esercitazione dell’Alleanza Atlantica dalla fine della Guerra fredda ad oggi e partita pochi giorni fa da Trapani, la sicurezza del cosiddetto “Fianco Sud” è tornata con prepotenza nell’agenda della Nato, nonostante l’allerta massima per la crisi ucraina.

È senza dubbio un segnale di forte solidarietà e attenzione nei confronti del nostro Paese, così come lo è stato poche settimane fa la visita a Sigonella del numero uno del Pentagono, Ashton Carter.

Ora, però, sta all’Italia e al suo Parlamento dimostrare di essere un alleato concreto e, al tempo stesso, degno di fiducia. La nota richiama proprio le necessità di considerare la difesa come un valore e di non venir meno agli obblighi, non solo economici, insiti nello status di potenza regionale della Penisola, a volte rivendicato, ma mai esercitato fino in fondo.

Il riferimento è innanzitutto al tema del burden sharing, ovvero le spese militari da condividere con i partner Nato, ma anche al proseguimento della missione in Afghanistan e a un ruolo più incisivo nella coalizione anti Daesh in Iraq, come si era ipotizzato nelle scorse settimane. Su questi come su altri dossier altrettanto urgenti, come quello del Muos, la politica è chiamata ad uno scatto di responsabilità che, dopo gli ultimi accadimenti, sembra oggi molto più vicino.

Paolo Messa, fondatore della rivista Formiche
(Commento pubblicato oggi sul quotidiano l’Unita’ diretta da Erasmo D’Angelis)

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