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Era una strana città, Bruxelles. Di norma, non ne parlava mai nessuno. Non ce n’era motivo. Non ne conservavi nemmeno gran memorie del cuore, perché se ti dovevi innamorare era più facile che tu cercassi di farlo accadere a Parigi dove, come canta Paolo Conte, potevi lasciar fare a un albergo “ormai così vicino, così accogliente, dove va a morir d’amore la gente”.

Per paradosso, pur ospitando istituzioni internazionali come l’Unione Europea, la Nato, l’Euratom e altre ancora, la capitale belga rimaneva dentro di te come un “non luogo”, uno di quei posti dove andavi soltanto quando ti toccava andare per lavoro, passando noiosissime serate con funzionari comunitari cercando di capire qualcosa di quote latte o di rapporto deficit/pil. Era un “non luogo” del quale ricordavi senz’altro una bella piazza, ma assediata da un’infinita serie di ristoranti iperturistici, perlopiù scadenti, con fastidiosi camerieri fermi sulla porta che cercavano con insistenza di tirarti dentro; avevi nella tua Instamatic la fotografia della statua bruttarella di un bambino intento a fare pipì; e portavi a casa, dentro alle ossa, i cigolii lasciati da un clima umido e piangente.

Certo, facevano eccezione alcuni splendidi musei, i meravigliosi fruit de mer dei ristoranti invece buoni e defilati, quelli sconosciuti ai turisti degli inclusive tour, affacciati sulla piazza dell’ex mercato ittico, dietro la Chiesa di Sainte Catherine; o ancora le profumatissime cioccolaterie dove ogni volta eri costretto a entrare con la lista degli acquisti obbligati per amici e parenti.

Mais il était tout!

Per il resto, del Belgio ne avevi sempre quell’idea forse sbagliata, eppure fissa, di un luogo grigio, piatto al punto da poterci giocare a biliardo, fatta eccezione per la Butte du Lion, la collinetta di Waterloo, 45 puntuti e presuntuosi metri artificiali eretti per ricordare il luogo dove le natiche di Guglielmo II, Principe d’Orange, picchiarono a terra cadendo da cavallo nella battaglia che il 18 giugno 1815 sancì la disfatta napoleonica. Oppure, quello sì, ti restava dentro il fascino veneziano di una toccata e fuga che ti concedevi a Bruges, perdendoti tra i suoi canali.

Mais il était tout, appunto.

Poi, però, succedeva che da questo angolo defilato e quasi anestetizzato d’Europa giungessero notizie che rimbalzavano sulla stampa internazionale, amplificandosi e stupendo il mondo proprio per il luogo inaspettato dal quale arrivavano. Erano spesso brutte notizie, come la tragedia di Marcinelle – 8 agosto 1956 – dove morirono 262 minatori, dei quali 136 italiani, che si erano infilati come ogni giorno sotto terra per cercare di sopravvivere tirando fuori da quelle viscere l’oro nero e sporco del carbone. Nel 1985 fu la strage dello stadio di Heysel, fortunatamente poi ribattezzato in memoria di un re buono e gentile, Baldovino. E ancora gli orrori inenarrabili del pedofilo Marc Dutroux, orco violentatore e assassino di bambine a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. A volte succedeva anche qualcosa di divertente, in Belgio: come accadde nel 1988, con il borioso quanto goffo tentativo di scalata alla Société Générale de Belgique, importante conglomerato industriale, portato da Carlo De Benedetti, ma contrastato con successo dalla rocciosa opposizione dell’establishment finanziario locale. Credeva di aver vinto l’Ingegnere, ma per lui finì peggio che per Napoleone a Waterloo. “Saremo vecchi, saremo anche belgi – gli mandarono a dire con imprevedibile sense of humour quei banchieri – ma fino al 51% sappiamo ancora contare”. Fu respinto con perdite, insomma. Capitolò come Buonaparte. Proprio lui, il ghignante ras della finanza internazionale; e proprio lì, proprio in quel “non luogo” dov’era salito fin da Ivrea con baldanzosa sicurezza.

Oggi non è più una città strana, Bruxelles. Non è più nemmeno un “non luogo”. È diventata invece, dopo i recenti tragici fatti di Parigi, così com’era già successo dopo quelli di Charlie Hebdo di un anno fa, un luogo ahimé molto preciso, un punto marcato in rosso nella mappa del terrore internazionale. Come le era capitato altre volte, la capitale belga è ritornata insomma a riemergere dal suo grigiore imponendosi di nuovo sulle pagine dei giornali e nei titoli di testa dei tg di tutto il mondo con le preoccupanti notizie – e immagini – provenienti dal quartiere di Molenbeek, enclave di estremismo islamico ormai fuori controllo, fabbrica inesausta e al tempo stesso rifugio di foreing fighter, dedalo di strade desolanti dove la stessa polizia ammette essere in vigore la Sharia. Al punto che già qualcuno chiama “Belgistan” questo staterello europeo un tempo profumato di cioccolato e che ora puzza invece di violenza, di odio e di esplosivi.

Tu allora riguardi la fotografia di quella statua bruttarella del bambino che fa pipì, risenti l’antico cigolio dentro alle ossa, rivivi come serate spassose perfino quelle trascorse a parlare di quote latte e ti vien fatto di pensare che Bruxelles era senz’altro meglio come te la ricordavi: quand il était tout, appunto. Quando ti ci annoiavi.

Bruxelles, da "non luogo" a capitale del terrore

Era una strana città, Bruxelles. Di norma, non ne parlava mai nessuno. Non ce n’era motivo. Non ne conservavi nemmeno gran memorie del cuore, perché se ti dovevi innamorare era più facile che tu cercassi di farlo accadere a Parigi dove, come canta Paolo Conte, potevi lasciar fare a un albergo “ormai così vicino, così accogliente, dove va a morir…

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