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«L’unico modo per raggiungere il re, è attraverso i corpi del suo entourage», spiegava Abu Osama al Masri, il capo del gruppo jihadista del Sinai, rivendicando quattro attentati compiuti contemporaneamente al Cairo il 23 gennaio del 2014. Pochi giorni fa è stato lui stesso a registrare l’audio dove il gruppo di cui è leader rivendica l’abbattimento del volo KGL9268 della Metrojet russa, caduto sabato 31 ottobre sul Sinai: «Siamo stati noi, morite di rabbia», ha detto.

IL TERRORE GLOBALE DOPO QUEL MESSAGGIO

Le ore successive alle parole del leader jihadista (che sono arrivate mercoledì e hanno rappresentato la seconda rivendicazione nel giro di quattro giorni, dopo un messaggio scritto diffuso appena dopo il disastro) sono state quelle febbrili nella diffusione del panico globale. La più grande emergenza che ha colpito i voli di linea dopo l’11 settembre, ha visto diversi Paesi sospendere i viaggi in Egitto, alzare di nuovo il livello di attenzione sulle procedure di imbarco, mettere contro i politici del mondo. Già, perché se la sponda occidentale, quella rappresentata da Barack Obama e David Cameron, si regge su alcune informazioni di intelligence inglesi e americane che ritengono autentico quel rivendico di al Masri (e dicono: “C’era una bomba a bordo che ha fatto esplodere l’aereo in volo”), dalla Russia si chiede cautela per continuare le indagini e si racconta di un Vladimir Putin infuriato al telefono con Cameron (“se sa più di noi, parli e ci dica quel che sa”). Dall’Egitto, il presidente Abdel Fattah al Sisi minimizza, bolla come propaganda le rivendicazioni che arrivano dal capo dei ribelli del Sinai, anche se le indiscrezioni da chi sta analizzando le scatole nere, continuamente riportate dalle agenzie internazionali, sembrano spostarsi verso una chiara verità: la bomba a bordo c’era.

Il Cairo non può esporsi troppo in questo senso, perché dall’anno scorso sta combattendo una guerra esistenziale contro il terrorismo, che in Egitto si concentra soprattutto nell’area del Sinai, penisola mostruosamente divisa tra le disparità di un sud ricco, attrazione turistica globale, e un nord semi-desertico abbandonato a se stesso. «Se ci sono tre giovani in ogni casa [del Sinai], garantito che due di loro si trasformeranno in militanti di Ansar al Beit Maqdis», ha spiegato una volta sul New York Times Abdel Rahim Ali, un analista con stretti legami con i servizi segreti egiziani. È questa la forza di al Masri, l’uomo che ha alzato il livello di pericolo dello Stato islamico colpendo per la prima volta i voli di linea, se fosse confermata la pista della bomba.

“L’EGIZIANO”

L’uomo che terrorizza il mondo ha un kunya, un nome de guerre, che richiama la sua origine: “al Masri” significa “l’egiziano”. È il leader del gruppo del Sinai da prima che facesse il giuramento, la baya, all’Isis: una volta i ribelli egiziani si chiamavano Ansar Beit al Maqdis, anche noti come Ansar Jerusalem, ed hanno ufficialmente iniziato le attività nel 2011, dichiarando apostati tutti coloro che facevano parte delle forze di sicurezza egiziane. Da lì, centinaia di morti tra poliziotti e esercito, passati quasi inosservati alle cronache occidentali fino al disastro dell’Airubs russo. Poi dal 10 novembre 2014 il gruppo del Sinai ha proclamato ufficialmente la propria fedeltà al Califfo Baghdadi ed è diventata una Wilayah, una provincia, dello Stato islamico; dunque non una semplice affiliazione, ma quello del Sinai è un territorio amministrativo del Califfato: lo Stato islamico all’interno della più popolosa nazione araba. E si dice che gli accordi “con Raqqa” siano stati mediati proprio da al Masri.

Come per altri “alti funzionari” baghdadisti, le informazioni sul suo passato sono incomplete (e alcune confuse tra la propaganda e la magnificazione del leader). Al Masri, il cui nome vero non è noto, sembra che abbia studiato al millenario centro di formazione di al Azhar, riferimento mondiale della cultura islamica al Cairo. È un religioso, conoscitore della scrittura sacra, e prima della radicalizzazione, avvenuta in Egitto (e poi seguita da un’esperienza nel conflitto siriano, sembra, anche se ci sono voci discordanti) faceva l’importatore di vestiti. Pare che abbia la vitiligine alle mani, per questo spesso nelle immagini, in cui il suo viso è sempre sfumato per renderlo irriconoscibile, si vede indossare dei mezzi guanti per proteggerle.

Secondo quello che si sa, il suo gruppo ha ricevuto armi e soldi direttamente dal Califfato: all’armamento, però, ha sicuramente contribuito lo svuotamento selvaggio degli arsenali di Gheddafi post-2011 e il successivo contrabbando. Il giuramento al Califfo, inoltre, ha aumentato il proselitismo, arricchendo gli jihadisti del Sinai di forze fresche: adesso si stima che siano un numero compreso tra 1000 e 1500 gli uomini egiziani del Califfato guidati da al Masri. Uomini che sono riusciti a resistere alla poderosa operazione militare messa in piedi da Sisi: soldati, carri armati, navi, aerei, elicotteri, che a tutti gli effetti come scriveva due giorni fa Politico Europe, non hanno portato il presidente alla vittoria sul terrorismo.

Secondo quanto pubblicato dal Sunday Times, al Masri, già inserito nelle liste delle “person of interest” dal servizio segreto per l’estero inglese MI6, sarebbe il soggetto di una caccia all’uomo in cui l’intelligence di Londra si è offerta di collaborare con quella russa e quella egiziana per «catturarlo o eliminarlo». Al Masri, scrive il ST secondo le sue fonti tra l’intell inglese, si sarebbe servito di uomini a lui fedeli presenti allo scalo per caricare l’ordigno a bordo: circostanza già ipotizzata i giorni scorsi da diversi altri analisti.

L’ultimo video del leader egiziano (quello da cui è stata presa la foto), è stato pubblicato il primo novembre: le immagini incitavano i palestinesi a continuare gli attacchi con i coltelli contro gli israeliani. Era il giorno successivo al disastro aereo russo: il filmato includeva un monologo di rivendicazione per l’attacco di Sharm.

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