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Come molti direttori dei grandi quotidiani, del passato e del presente, Ezio Mauro prende la penna in mano e firma un editoriale raramente. Il direttore è, per tradizione, dietro ogni pagina del giornale a lui affidato, senza necessità di intervenire direttamente ogni giorno. Lo fa solo in casi straordinari, per rimarcare con forza il punto di vista suo e del quotidiano su un evento a cui il giornale stesso dà particolare importanza.

Ora, non c’è dubbio che il caso del piccolo Aylan, o meglio della foto del suo corpo esanime raccolto da un militare turco, sia un fatto importante per il suo carico simbolico e per le riflessioni che suscita. E “Repubblica“, nel dare ad esso ampio spazio, non ha fatto che seguire un’ondata mediatica potremmo dire mondiale. L’intervento di Mauro, con un editoriale dal titolo “Il corpo degli altri”, ci stava tutto in questa occasione. E non stiamo qui a criticarlo per questo.

Quello che però è strano, e suona (almeno all’orecchio di chi coltiva un po’ la filosofia) alquanto sorprendente e contraddittorio, è la giustificazione della linea umanitaristica e solidaristica adottata da “Repubblica” con l’adesione non mascherata da parte del suo direttore a un paradigma di pensiero di indubbio, ma anche alquanto modaiolo, successo che ha corso ultimamente nell’ambito filosofico: la cosiddetta “biopolitica”. È un filone di pensiero che, prendendo spunto dalle analisi tenute intorno agli anni Settanta del secolo scorso da Michel Foucault al Collège de France di Parigi, ritiene che il potere odierno si eserciti non sulla volontà dei singoli ma sui loro corpi, sulla “nuda vita” secondo una nota espressione di Giorgio Agamben puntualmente riportata da Mauro (Agamben è, insieme a Roberto Esposito, dietro l’incomprensibilità gergale del suo filosofare, il maggiore seppur non originale esponente italiano della nuova teoria).

Ora, a parte le difficoltà teoriche insormontabili e le incongruenze di pensiero a cui va incontro il paradigma biopolitico (da ultimo evidenziate da Biagio De Giovanni nel suo Elogio della sovranità, uscito a Napoli per i tipi dell’Editoriale Scientifica), ciò che va sottolineato è che esso è per molti versi agli antipodi, ed è sicuramente inconciliabile, con quel moralismo politico di origine azionistica e torinese a cui Mauro si era finora richiamato e che ispira da sempre molta linea editoriale del quotidiano romano.

Per i biopolitici, della cui lettura Mauro è sicuramente fresco (c’è tutta la passione del neofita in ogni riga dell’articolo), non si tratta di “raddrizzare” il mondo secondo gli ideali bobbiani di giustizia e libertà, quanto di mettere in atto dei meccanismi di resistenza al potere dei mercati e della cultura occidentale (alle spalle dei biopolitici c’è la cultura relativistica e nichilistica tedesca non certo l’illuminismo francese!).

La biopolitica ha in odio il nostro mondo liberale: non lo vuole correggere, bensì abbattere. E vede nella tragedia delle migrazioni, di conseguenza, non tanto l’effetto di guerre e dittature quanto una nemesi storica del colonialismo occidentale, della nostra presunta volontà di imposizione al mondo intero di un modello di pensiero e di sviluppo unico e “totalitario” (sic!). Il biopolitico parla, ad ogni pie’ sospinto, di un “impero del neoliberalismo” che ci soffocherebbe e alienerebbe ad ogni istante. Ma il suo parlare è un mero flatus vocis, ripetitivo e schematico: una sorta di mantra rassicurante che, in questi tempi di crisi, svolge una funzione di riconoscimento e rassicurazione per coloro che fanno filosofia in senso professionale (e che non sempre, in verità, esercitano con coerenza e spirito critico la capacità di pensare).

Chissà se Mauro, incamminatosi sui terreni scivolosi di certa filosofia, avrà valutato fino in fondo queste conseguenze, diciamo così “politiche”, del suo ragionare? O forse la biopolitica è solo l’ennesimo modo per esercitare quella funzione egemonica in chiave antiliberale e politicamente corretta che è propria della “Repubblica” fin dal giorno della nascita?

La Repubblica di Mauro abbandona l'azionismo e sposa la biopolitica?

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