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“La direzione del Pd è servita soprattutto a dimostrare per l’ennesima volta la grandissima debolezza politica della minoranza del partito”. Non usa mezzi termini Claudio Velardi (comunicatore, lobbista e, in passato, spin doctor di Massimo D’Alema) che, in una conversazione con Formiche.net, analizza l’andamento della direzione del Pd di ieri e fa il punto sul percorso delle riforma costituzionale. A partire da un giudizio severo sui cosiddetti dissidenti del partito.

Eppure, nonostante la minoranza abbia usato toni distensivi dopo la direzione, non ha comunque partecipato al voto sulla relazione di Matteo Renzi. A che punto siamo nel dialogo interno al Pd tra renziani e dissidenti?

Tutto ruota intorno alle sorti individuali dei membri della minoranza del Pd. Intorno alla vicenda della riforma costituzionale non c’è nulla di politico. Non c’è un contrasto sulla sorte delle riforme istituzionali. Semplicemente, c’è una battaglia di posizionamento della minoranza che al suo interno ha posizioni diverse perché le sorti individuali non saranno le stesse. Da una parte c’è Pierluigi Bersani da cui ci si attende possa creare un nuovo soggetto politico: secondo me non avverrà ma è la speranza di alcuni settori di Sel e di Maurizio Landini. Da parte degli altri, invece, c’è timore. Perché se vanno a fare un altro soggetto politico, poi devono prendere i voti. E chi li vota? Chi li elegge in Parlamento?.

Rispetto ad ipotesi di eventuali scissioni della sinistra Pd, quanto pesa l’esito del voto in Grecia con i fuoriusciti di Syriza che non sono entrati neppure in Parlamento?

Non c’è dubbio che pesi. La vicenda greca aggrava le cose per la minoranza del Pd. E va detta anche un’altra cosa. Se i dissidenti del Pd avessero fatto la scissione un anno fa, avrebbero avuto una maggiore forza dal punto di vista elettorale. Ma se se ne vanno uno alla volta, prima Civati, poi Fassina e via di questo passo, è chiaro che la minoranza si indebolisce sempre di più. E viene meno l’ipotesi di qualsivoglia progetto politico a sinistra del Pd.

La stessa minoranza appare divisa al suo interno. E’ così?

E’ questo il punto centrale. Le sorti di ognuno dei dissidenti sono diverse. Qualcuno si avvia al pensionamento e qualcun altro invece è più giovane e conta di proseguire il suo percorso politico. E poi la minoranza è spaccata perché non ha un leader. Lo stesso Bersani è un leader perdente, uno che ha perso le elezioni. E dalle politiche del 2013 non è che abbia guadagnato voti o consensi.

Qual è la sua impressione sulla performance di Renzi? Non è apparso molto preoccupato durante la direzione tanto da esordire con la battuta “chi di scissioni ferisce, di elezioni perisce”.

Mi è sembrato abbastanza scintillante nella direzione di ieri. Direi più che tranquillo. Molto determinato. D’altro canto Renzi avverte anche che il clima sta cambiando perché c’è un po’ di ripresa e perché il consenso intorno a lui sta riprendendo a salire. Questo è il momento peggiore per la minoranza.

Quindi, alla fine come andrà? Tra Renzi e la minoranza ci sarà l’accordo oppure no?

In linea di massima penso che la minoranza si spaccherà ulteriormente: qualcuno andrà via e qualcun altro rientrerà nei ranghi.

Nella direzione Renzi è sembrato sfidare il presidente del Senato Pietro Grasso sull’ipotesi di un ulteriore modifica dell’articolo 2 della legge di revisione costituzionale. E’ in atto uno scontro istituzionale?  

C’è chi dice che addirittura Grasso stia pensando di andare oltre la prassi consolidata della doppia lettura conforme sulle riforme costituzionali per favorire una crisi di governo che potrebbe portare fino ad un suo incarico. Io non penso che Grasso sia così clamorosamente ingenuo da immaginare una cosa del genere. Anche lui sta facendo un po’ di braccio di ferro ma alla fine non potrà prendere decisioni che non siano nel solco della prassi parlamentare.

Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana con un suo editoriale ha invitato Renzi a cercare un compromesso sulla riforma del Senato.

Mi pare che il Corriere parlasse di trovare un’intesa non con la minoranza del Pd ma con le altre forze politiche, con l’insieme del Parlamento. E’ giusto, le riforme bisogna cercare di farle non solo insieme a una minoranza più o meno paragovernativa. Renzi onestamente ha tentato di farlo. Con il Patto del Nazareno ha cercato di lavorare con Berlusconi. Poi, se Berlusconi al momento finale viene sempre meno, non è che questa responsabilità possa essere addebitata a Renzi.

C’è ancora spazio perché sulla riforma della Costituzione si trovi un’intesa con i partiti d’opposizione oppure ormai è troppo tardi?

E’ normale che in direzione Renzi non ne abbia parlato. Non gli sarebbe convenuto dovendo cercare un accordo interno al Pd. E formalmente ha portato a casa il risultato visto che nessuno gli ha votato contro. Poi, arrivando in Parlamento, si vedrà. Pare siano in vista altri smottamenti di Forza Italia verso il gruppo di Denis Verdini.

Ecco tutte le spaccature della minoranza Pd. Parla Velardi

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