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Che non sarebbe stata una giornata facile, lo si è capito a notte fonda (per l’Europa) quando il PMI cinese ha fatto segnare il minimo dal 2009 (47.14 dal precedente 47.8 e versus attese per 48.2). Non ci voleva, questa doccia fredda, per un mercato già sull’orlo del panico per le potenziali ricadute di un forte rallentamento cinese e una (potenziale) svalutazione.

Inevitabile il nuovo bagno di sangue nell’area asiatica, guidato dagli indici locali cinesi. Alzi la mano chi ha dato uno sguardo al PMI manifatturiero giapponese (51.9 da precedente 51.2) secondo dato più alto del 2015 dopo il 52.2 di gennaio. Tokyo ha ovviamente fatto le spese del sentiment generale, aggravato dalla rottura di quota 20.000 di Nikkei, e del fatto di essere stata fin qui tra le piazze migliori (soprattutto in Asia). E’ notevole che indiscrezioni di tagli della riserva obbligatoria delle banche cinesi nel week end non abbiano sortito alcun effetto ne sugli indici locali ne sul resto. La dice lunga sul mood del mercato.

Su queste basi, l’apertura europea è stata nuovamente in gap down. Peraltro, gli indici europei venivano da un calo del 5% in 2 sedute, e l’ulteriore – 1% iniziale ha visto la comparsa di flussi d’acquisto, che si sono intensificati con la pubblicazione dei PMI flash europei di agosto. Se la Francia ha proposto il solito settore manifatturiero deludente, principale causa per un composite PMI che ha ceduto marginalmente terreno (51.3 da prec 51.5), le buone notizie sono giunte dalla Germania, con un PMI composite in inattesa salita (54 da 53.7 vs consenso di 53.6) grazie ad un balzo di 1.4 a 53.2 (massimo da 16 mesi) del manifatturiero. Non proprio quanto ti aspetteresti a fronte di un robusto rallentamento cinese.

Il dato europeo ha a sua volta sorpreso un consenso che lo attendeva in marginale calo (54.1 da prec 53.9 e vs attese per 53.7), mostrando un livello tra i più alti degli ultimi 4 anni. La valutazione, operata da Markit, del livello di attività economica dell’Europa ex Germania-Francia (il cui dettaglio verrà disponibile solo con i dati finali) la colloca ai massimi dal 2007. Il quadro resta coerente con una crescita trimestrale di 0.4%.

La percezione che l’economia europea, per il momento, non presenta i temuti sintomi di rallentamento globale di provenienza asiatica, ed anzi ridimensiona i modesti segnali di perdita di momenti comparsi in primavera, ha ridato un po’ di morale alle piazze europee, che hanno sfiorato la positività in tarda mattinata.

E’ stato un fenomeno effimero, e l’apertura di Wall Street ha riportato il pessimismo cosmico che ha caratterizzato gli ultimi giorni, conducendo gli indici ad una chiusura di settimana davvero terribile. Non ha aiutato un PMI manifatturiero US deludente (52.9 da prec 53.8 e vs attese per 53.8), anche se qui quel che conta veramente è l’ISM, in uscita il primo settembre.

Davvero gigantesca l’ondata di panico in corso sui mercati: cito le statistiche che ritengo più interessanti.

** Il DAX ha perso il 12.75% in 9 sedute, un ritmo doppio rispetto allo storno di ottobre 2014, e senza precedenti nel recente passato. DB nota come il 9% del fatturato delle aziende quotate a Francoforte venga dalla Cina, e il 15% degli utili ( 15-20% l’esposizione agli emerging). Su queste basi, pare una reazione spropositata alle notizie di cui siamo in possesso.

** Wall Street, che fino a pochi giorni fa aveva mostrato buona resistenza, nelle ultime 3 sedute ha accelerato a sua volta al ribasso ad un ritmo incredibile (-5% in 3 sedute). L’RSI orario si trova a 14, un livello anch’esso superiore a quanto osservato a ottobre scorso.

** Sui livelli attuali l’indice tedesco scambia appena a +3% da inizio anno, una performanxce analoga a quella dell’Eurostoxx 50, che mostra un +3% anche a 12 mesi.

E la svalutazione dell’€? e il QE ECB? E il crollo dell’ oil? La crescita macro e quella degli EPS? Ovvio, quello che conta sono le prospettive degli utili futuri, ma certo su questi livelli stiamo prezzando un bel cambio di scenario.

In ultimo, osservo come il “panico macroeconomico” scoppiato ad agosto, giustificato o meno che sia, non tiene in alcuna considerazione quella che potrebbe essere la reazione dei policymaker, vale a dire ulteriori misure in Cina, un rinvio del rialzo dei tassi FED, e un eventuale azione anche da parte di Draghi, visto l’incupirsi dello scenario inflattivo (gli inflation swap sono tornati ai livelli di febbraio scorso).

Al momento di mandare il pezzo, mi giunge la notizia che il petrolio è sceso sotto 40$, per la prima volta dal 2009, coronando un calo del 35% in meno di 2 mesi. Un agosto davvero incredibile.

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