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Dal 30 novembre all’11 dicembre quasi 200 governi mondiali si troveranno a Parigi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP21) con l’obiettivo di sottoscrivere una nuova intesa sul taglio delle emissioni di CO2 e la lotta al riscaldamento globale. Ma già questa settimana le trattative entrano nel vivo con un incontro a Bonn durante il quale i negoziatori cercheranno di rendere più snello il documento di 86 pagine che deve fornire la base per l’intesa. Tuttavia la maggior parte dei Paesi non ha ancora presentato un piano preciso su come taglierà le emissioni.

POCHI PROGRESSI

“I governi stanno tutti lavorando verso l’obiettivo di Parigi, non c’è dubbio che arriveremo a siglare un accordo”, ha dichiarato Christiana Figueres, capo del Segretariato Onu sul cambiamento climatico. Parole piene di fiducia che rispondono allo scetticismo mostrato qualche giorno fa dal presidente francese Francois Hollande, che si si diceva preoccupato dei pochi progressi verso l’accordo sul clima di Parigi e dello scarso impegno mostrato dai Paesi ricchi: “Constato, e me ne preoccupo, che ad oggi non vi sono che 37 contributi resi pubblici”. Infatti solo 37 dei 196 membri dell’Onu hanno al momento presentato il cosiddetto Intended Nationally Determined Contribution o INDC, il programma col dettaglio della strategia per il contrasto del riscaldamento globale dopo il 2020.

Anche la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che spera che i membri dell’Onu trovino un accordo sul clima prima che prenda il via la conferenza COP21 per evitare un fallimento simile a quello della conferenza di Copenhagen a dicembre 2009. Gli INDC sono i mattoni necessari per costruire l’intesa a Parigi.

La Figureres ha però rassicurato: “Ci aspettiamo l’arrivo dei programmi nei prossimi mesi, la maggior parte nel terzo trimestre, prima del summit di Parigi”. E intanto a Bonn si cercherà di ridurre il numero delle pagine della bozza del testo approvata a febbraio, su cui si baseranno i negoziati.

GERMANIA E FRANCIA VOGLIONO UN ACCORDO “AMBIZIOSO”

Germania e Francia sono tra i Paesi più attivi nel sostenere la necessità dell’accordo sul clima. Hollande ne ha fatto una priorità per la diplomazia francese: l’obiettivo è contenere l’innalzamento delle temperature sotto i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. In un comunicato congiunto emesso a metà maggio in occasione del Petersberg Climate Dialogue di Berlino, conferenza preparatoria del COP21, Merkel e Hollande hanno fatto sapere che spingeranno per un accordo globale “ambizioso, completo e vincolante” per la riduzione delle emissioni e che cercheranno di coinvolgere la comunità globale nonostante la resistenza di diversi Paesi in via di sviluppo. Merkel e Hollande hanno detto che vogliono “decarbonizzare completamente l’economia mondiale nel corso di questo secolo”.

Altri Paesi industrializzati condividono la visione di Francia e Germania, mentre le economie emergenti vorrebbero più libertà di aumentare il loro consumo di energia per sostenere i loro rapidi ritmi di crescita, nonché aiuti in denaro per bilanciare i sacrifici economici che potrebbero essere necessari per ridurre le loro emissioni.

LE STRATEGIE: “SISTEMA CAP-AND-TRADE SIA GLOBALE”

Germania e Francia propongono strategie come mercati nazionali e regionali della CO2, finanziamenti per i Paesi in via di sviluppo e investimenti in tecnologie a basse emissioni. La Merkel in particolare spinge perché il sistema cap-and-trade delle emissioni della CO2 dell’Unione europea sia adottato su scala globale: “Un mercato globale della CO2 deve essere il nostro obiettivo”, ha detto la cancelliera. Tuttavia, secondo il Wall Street Journal il sistema di scambio delle emissioni dell’Europa è stato messo a dura prova dal brusco calo dei prezzi degli ultimi anni, sia per il declino dell’attività industriale dovuto alla crisi sia per un eccesso di assegnazione di permessi al momento della creazione del mercato, nel 2005.

La Germania ha fatto della lotta al cambiamento climatico uno dei temi-chiave della sua presidenza del G-7. Inoltre Berlino sta cercando di convertirsi all’energia pulita con un programma di riduzione delle emissioni di CO2 del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, obiettivo due volte più ambizioso di quello fissato in media in Europa.

Ma, continua il Wsj, se da un lato Germania e Ue cercano di liberarsi dalla dipendenza dal petrolio e dal gas russo, dall’altro i sussidi necessari per le tecnologie verdi come solare ed eolico sono ritenuti responsabili dell’aumento dei costi dell’energia per consumatori e industria europei, mentre negli Usa il boom dello shale ha reso l’energia più economica.

OBAMA: IL CAMBIAMENTO DEL CLIMA MINACCIA LA SICUREZZA

Dall’altra parte dell’Atlantico, Barack Obama ha definito il cambiamento climatico una minaccia per gli Stati Uniti e si sta adoperando per il successo del summit di Parigi.

In un discorso pronunciato a maggio, Obama si è riferito innanzitutto al lavoro dei militari americani che sono di stanza presso le basi costiere, che potrebbero essere direttamente interessate da fenomeni come l’innalzamento del livello dei mari. Il modo di difendere la nazione e le sue strutture militari rischia di cambiare radicalmente. Ma non solo. Per Obama il cambiamento climatico è un pericolo per la comunità mondiale perché aumentano i disastri naturali legati a fenomeni meteorologici estremi e questi possono alimentare l’instabilità politica e le tensioni sociali.

Come Merkel e Hollande in Europa, negli Stati Uniti Obama ha inserito tra le sue priorità la lotta al cambiamento climatico: anche su questo punto “misurerò il mio successo come presidente”, ha detto Obama. Nell’ottica di assicurare il successo della conferenza di Parigi, il presidente degli Stati Uniti ha già raggiunto un accordo con la Cina sul clima (che prevede che la Cina fermi l’aumento delle sue emissioni entro il 2030 o prima e accresca del 20% la quota di combustibili non fossili, mentre gli Usa ridurranno ulteriormente le loro emissioni, rispetto a precedenti obiettivi, entro il 2025). Inoltre, il presidente ha dato poteri alla Environmental Protection Agency per introdurre misure volte alla riduzione della produzione di gas serra negli Stati Uniti, che ha portato ad accordi tra l’agenzia e i produttori d’auto e a modifiche per gli impianti a carbone. Hillary Clinton ha già indicato che gli sforzi di Obama sul clima “andranno protetti a ogni costo”.

L’OPPOSIZIONE REPUBBLICANA

Tuttavia, Obama rischia di restare completamente ignorato dai connazionali: agli americani poco interessano le questioni climatiche, rivela un sondaggio Gallup, e per i Repubblicani la questione del riscaldamento globale è l’ultima di un’agenda che ha altre priorità. Nonostante l’intesa con la Cina di novembre, per il Washington Post l’ambiente rischia di essere il punto debole dell’eredità di Obama: in una possibile futura amministrazione Repubblicana – forse unita anche a un Congresso Repubblicano – il lascito di Obama in fatto di difesa del pianeta è quello più a rischio perché gli americani non vi vedono immediati benefici.

Jeb Bush, considerato tra i Repubblicani più moderati, ha messo persino in dubbio la scienza dietro il cambiamento climatico: “Nessuno ha dimostrato se il cambiamento del clima è dovuto all’uomo o naturale. La questione è complessa e chi afferma che la scienza ha deciso che l’uomo è responsabile dei cambiamenti climatici è un arrogante”, ha detto Jeb Bush. “Gli Stati Uniti hanno registrato una riduzione delle emissioni di CO2 e questo trend proseguirà, non grazie a Barack Obama ma grazie alla rivoluzione dell’energia, alla libera impresa, ai diritti di proprietà privata, all’innovazione americana che ha creato una combinazione di due tecnologie esistenti: cracking e trivellazione orizzontale, che hanno messo a disposizione energia a minore impatto ambientale”. Jeb Bush ha concluso: “Dobbiamo incoraggiare i Paesi che inquinano a ridurre le loro emissioni, ma noi non siamo tra questi”.

QUESTIONI SUL TAVOLO

Il Guardian non è d’accordo: anche se, grazie all’amministrazione Obama, gli Usa si sono mossi nella giusta direzione e hanno cominciato a ridurre le loro emissioni, gli Stati Uniti restano il primo Paese al mondo responsabile dell’inquinamento da CO2 dopo la Cina (dati Banca Mondiale del 2010: 26,4% Cina, 17,3% Usa) e questo “non cambierà finché il Partito Repubblicano negherà la scienza e il problema del cambiamento climatico”.

Proprio le resistenze del Partito Repubblicano preoccupano gli europei: a Bonn il ministro francese Laurent Fabius ha già detto che l’accordo sul clima deve essere pensato in modo tale da non richiedere l’approvazione del Congresso Usa, o la disfatta è garantita: “Sappiamo com’è la politica in America”, ha dichiarato Fabius. “Il Congresso respingerà l’accordo”. Questo però potrebbe voler dire rinunciare a un trattato internazionale con limiti legalmente vincolanti in merito alle emissioni di gas serra, come chiedono molti Paesi tra cui quelli dell’Unione europea.

C’è un altro nodo: i Paesi in via di sviluppo, timorosi di rallentare la propria crescita economica con vincoli sulla CO2. Dopo la Cina, India e Indonesia accetteranno un accordo sul clima? L’amministrazione Obama si fa forte degli studi pubblicati dall’IPCC sull’impatto economico del cambiamento climatico e delle strategie per ridurre le emissioni (2014 Fifth Assessment Report): limitare il riscaldamento globale entro i 3 gradi Celsius rallenterebbe la crescita economica globale solo da circa il 2,3% annuo a circa il 2,24% annuo e il rallentamento sarebbe compensato dai risparmi ottenuti – perché ovviare ai cambiamenti di un clima impazzito ha pure un costo. Ma è anche vero che l’Europa punta a limitare l’innalzamento delle temperature non entro i 3 ma entro i 2 gradi C, un obiettivo che i Paesi emergenti potrebbero trovare non in linea con i propri ritmi di crescita.

A Bonn la questione è già sul tavolo: i negoziatori si chiedono come inserire una distinzione tra Paesi avanzati e Paesi poveri. E, naturalmente, quali tipi di controlli possono essere messi in atto per verificare che, una volta stabilite, le regole siano rispettate. Se ne riparlerà prima di Parigi: Fabius ha annunciato un meeting di capi di Stato sul clima a New York a settembre, in concomitanza con l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

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