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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo il commento di Gianfranco Morra apparso su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

E pur si move», avrebbe detto Galilei agli inquisitori che lo condannavano. Può dirlo anche Matteo Renzi alle sinistre parolaie, decise a tenere ferma nel buco nero quella scuola, che, per mezzo secolo, avevano distrutta. La riforma, ormai quasi approvata, la prima sostanziosa dopo il terremoto del 1968, qualcosa ha smosso. Poco certo, ma sempre meglio che niente. Anche perché le decisioni assunte vanno nel senso giusto. Quattro miliardi per investimenti edilizi non sono molti, ma neppure pochissimi. Quasi 110 mila insegnanti entrano nei ruoli, forse non tutti hanno una eccelsa preparazione, ma il loro problema andava risolto, anche perché quasi tutti già insegnano.

Ciò che più conta è cambiare il sistema di reclutamento, occorre farlo per mezzo di concorsi seri e regolari. E, soprattutto, sottoporli, come prevede la riforma, a controlli e valutazioni, anche per stabilire l’aumento dello stipendio (come si faceva un tempo con gli esami dei «concorsi per merito distinto»). Ma chi valuta gli insegnanti? Coloro con cui operano: una commissione di sette fra docenti, famiglie, alunni, preside, ora chiamato «leader educativo». La sua autorità decisionale viene accresciuta, come avviene in ogni istituzione, che funziona solo quando ha un capo responsabile.

Ma non si rischia così l’autoritarismo? Chi custodirà i custodi? Ci sono garanzie: il preside non è inamovibile, viene giudicato ogni tre anni e, nel caso, rimosso da parte di ispettori ministeriali (anche nel passato il preside veniva assunto «in prova»). Agli insegnanti viene concessa ogni anno una card controllabile di 500 euro per l’aggiornamento culturale. È facile e anche giusto muovere delle critiche a questa riforma. Certo non ha affrontato alcuni problemi: come le iniziative per disabili e stranieri. Anche se potranno essere risolti senza bisogno di una nuova riforma.

Consentire, poi, ai genitori delle scuole libere di detrarre 76 euro per figlio dalle tasse è ridicolo e anche offensivo, dato che da noi esiste (Berlinguer 2000) il sistema scolastico nazionale, che, a parole, pone sullo stesso piano scuole gestite dallo stato e dai privati. Ma ciò che rende la riforma, pur coi suoi limiti e anche contraddizioni, positiva è il tentativo, certo parziale e incipiente, di rivalutare le due esigenze di fondo della scuola attuale. Esigenze alle quali i principali paesi occidentali hanno già dato da decenni quella risposta, che il fanatismo sindacale e le fantasmagorie delle sinistre hanno da noi impedito. Anzitutto l’efficienza.

Sembra ridicolo doverlo dire: a scuola non si va per parcheggiare o per divertirsi, ma per imparare: formarsi un abito intellettuale, un carattere morale e sociale, apprendere una professione. In tal senso appare positiva, anche se di non facile realizzazione, la decisione di inviare gli studenti, al termine del ciclo, da 200 a 400 ore, nelle imprese (industrie, ristoranti, uffici, musei, istituzioni sociali) in cui dovranno esercitare la loro opera. Inoltre il merito.

Parola per troppo tempo cancellata dal vocabolario, perché assimilata a privilegio e ricchezza. Non è così. Senza merito, nella palude dell’uguaglianza nel vuoto, prevalgono le protezioni, il familismo e la furbizia. E le famiglie agiate potranno sempre mandare i figli nelle scuole migliori, in Italia e fuori.

Non deve essere così: «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»: essa è «aperta a tutti», ma non è la scuola «di tutti» (Costituzione, art. 34) o, peggio ancora, del «tutti promossi». Efficienza e merito: è proprio ciò che, smaltite le sbornie egalitarie e utopistiche del passato, la società attuale richiede, in quanto ha capito che senza di esse non è possibile realizzare alcuna formazione dei giovani.

In tutti, famiglie, insegnanti, studenti, è ormai presente la certezza che solo un rinnovamento, anzi una cura radicale della scuola potrà rendere la società meno caotica, le famiglie più armoniche, i giovani meno sbandati, gli insegnanti meno inquieti. Negli anni Sessanta la scuola era divenuta una agenzia totalitaria del pensiero unico; per decadere poi, negli anni Novanta, in un riflusso individualistico e anarchico. Si spera che divenga europea, cioè una scuola democratica del confronto e del dialogo.

Quella parola «ordine», che per tanti decenni è stata vilipesa, si mostra oggi positiva e insostituibile: creare un ambiente fertile per lo studio, il pluralismo, il confronto. Dato che l’ordine, come del resto l’autorità, non sono il contrario della libertà, ma il suo sostegno e difesa. Solo dei retrogradi e codini come i sindacati e gli ultrà della sinistra non se ne sono accorti.

Nascerà davvero da questa riforma la «Buona Scuola»? Difficile dirlo. Una cosa, tuttavia, appare certa: forse non sarà proprio «buona», ma almeno un po’ meno «cattiva» di quella che c’è. Cosa, invero, non troppo difficile, vista la fogna dove spesso era caduta. Nonostante l’opera difficile e quasi eroica di tanti insegnanti, il buon senso di molte famiglie, la speranza purtroppo delusa di numerosi giovani.

Perché la Buona Scuola è abbastanza buona

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