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Il Superbonus ha goduto di un consenso bipartisan, sembrava costare poco, consentiva di stimolare la ripresa post-pandemica e di rendere più green la nostra economia. Cosa mai poteva andare storto?

In una singolare e drammatica applicazione della legge di Murphy, tutto quello che poteva andare male l’ha fatto.

Il Superbonus ha drenato risorse pubbliche cinque volte superiori a quelle stimate, producendo insieme agli altri bonus edilizi un buco nel bilancio di 150 miliardi (7,5% del pil).

L’effetto sulla crescita è stato minimo. Quello sull’occupazione, anche. Ha usufruito delle agevolazioni fiscali un numero limitato di immobili (circa 500 mila, il 4% del totale) con un beneficio ambientale, in termini di minori consumi energetici e minori emissioni di CO2, assai inferiore alle previsioni.

Insomma: i costi del Superbonus hanno superato le attese, i benefici si sono attestati al di sotto di esse.

Tutto ciò ha conseguenze concrete. Tre in particolare. In primo luogo, il governo Meloni – che ha ereditato la bomba a orologeria attivata da Giuseppe Conte e che Mario Draghi non è riuscito a disinnescare – è stato costretto a intervenire duramente, con provvedimenti de facto retroattivi, per impedire che i danni fossero ancora maggiori.

Nel febbraio 2024, l’esecutivo ha tracciato uno stop tombale al Superbonus, suscitando le (comprensibili) proteste delle imprese edili che non riuscivano a cedere i crediti fiscali acquisiti, del sistema bancario e finanziario che temeva fallimenti a catena, e di tutti coloro che avevano programmato i lavori, attratti dal maxi-incentivo, e che sono poi rimasti col cerino in mano.

La seconda conseguenza è che l’immenso buco di bilancio lasciato dal Superbonus condiziona pesantemente il livello e la traiettoria del debito pubblico: diversamente da tutti gli altri paesi europei, inclusa la Grecia, l’Italia non è in grado di mettere in atto alcun sentiero di riduzione del debito, che anzi aumenterà fino al 2026.

La terza conseguenza del Superbonus è che l’Italia, avendo bruciato risorse enormi, oggi si trova ancora più in difficoltà di fronte agli obiettivi ambientali europei.

Sarebbe però errato liquidare la vicenda del Superbonus come l’ennesima dimostrazione dell’irresponsabilità del nostro ceto politico (come pure è).

In questa vicenda c’è molto di più: c’è una dimostrazione di incontinenza delle cosiddette lobby, inclusi, oltre alle associazioni di categoria, i sindacati e i movimenti ecologisti; ci sono clamorosi errori dei tecnici che devono stimare il costo delle politiche pubbliche e garantire l’adeguatezza delle coperture; c’è il crollo dell’argine europeo alle spese pazze.

Il risultato è clamoroso: per fare un confronto, quando nel 2009 ci si rese conto che la Grecia aveva truccato i conti pubblici, il debito di quel paese venne corretto al rialzo di circa 30 miliardi di euro (l’11,7% del Pil): in proporzione al reddito nazionale praticamente come i bonus edilizi italiani, in valore assoluto molto meno.

Come il Superbonus ha fatto crollare i conti pubblici. Il libro di Capone e Stagnaro

Di Luciano Capone e Carlo Stagnaro

Il Superbonus ha drenato risorse pubbliche cinque volte superiori a quelle stimate, producendo insieme agli altri bonus edilizi un buco nel bilancio di 150 miliardi (7,5% del Pil), provocando una serie di conseguenze negative. Tra queste, il fatto che l’Italia, oggi si trova ancora più in difficoltà di fronte agli obiettivi ambientali europei. Pubblichiamo un estratto del libro di Luciano Capone e Carlo Stagnaro, Superbonus. Come fallisce una nazione, edito da Rubbettino

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