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Alcuni mesi fa, su Formiche.net, anticipammo che il presidente del Consiglio Matteo Renzi stava progettando di trovare, addirittura negli Usa della Silicon Valley e della Washington obamiana, spunti per una politica industriale italiana ed europea. Non è un’idea balzana od estemporanea.

L’Italia è un Paese a vocazione manifatturiera per necessità: privo di materie prime, può solamente contare su produzione industriale e mercato mondiale. Dall’inizio della crisi nel 2008, abbiamo perso quasi il 25% del valore aggiunto industriale e in percentuale del Pil la quota della nostra protezione industriale è passata dal 22% a poco più del 15%, una proporzione analoga a quella della vicina Francia, che mantiene un forte settore agricolo (sussidiato dal resto dell’Europa) ed il cui manifatturiero è in gran misura militare.

Proprio in Francia sono stati prodotti due importanti documenti, il Rapport Beffa del 2005 ed il Rapport Gallois del 2012. Questi documenti, pur ponendo l’accento sulla competitività dell’industria nazionale francese, contenevano proposte per una strategia industriale europea. Il Rapport Beffa ha avuta una certa eco grazie a seminari e dibattiti allora organizzati dalla Fondazione Ideazione (chiusa da anni). Il Rapport Gallois è stato semplicemente ignorato nel nostro Paese.

In breve l’ultimo documento organico di politica industriale italiano resta quello predisposto da Antonio Marzano nel 2004, quando era ministro delle Attività produttive. Restò, però, una bozza di documento a ragione anche del suo trasferimento al Cnel; se ne hanno echi nel volume (recentemente pubblicato dal Cnel) che racchiude un’antologia dei discorsi significativi dello stesso Marzano negli ultimi dieci anni.

L’argomento è tornato di attualità con le proposte (ancora non formalizzate, ma serpeggianti nel Palazzo) di una bad bank (per sofferenze bancarie in gran misura ad industrie decotte), della trasformazione di Invitalia e della creazione di un nuovo ente ad hoc, per le aziende in crisi, ossia un ospedale per gli sfigati tipo la Gepi di funesta memoria. Tra carrozzoni e carrozzini per sciancati.

La “vulgata” corrente è che la Repubblica federale tedesca si oppone all’idea stessa di politica industriale europea ed a maggior di politiche industriali nazionali. E’ una vulgata che non ha alcuneabase. In Germania, è vero, c’è una forte ripresa dell’ordoliberismo (il liberismo delle regole, ma di regole che siano poche e semplici, non di guazzabugli alla SviluppoItalia, Invitalia od alla Gepi) tanto che – come ha sottolineato The Economist il 9 maggio – quattro dei cinque componenti del Comitato dei consiglieri economici del governo federale hanno matrici “ordoliberiste”.

Tuttavia, basta scorrere la letteratura recente in materia (molto utili i saggi di Flavio Felice e l’antologia di saggi “ordoliberisti” curata da Francesco Forte. Utilissima anche la recente pubblicazione in italiano di produzione e produttività di Friedrich A. von Hayek da parte dell’Istituto Bruno Leoni) per toccare con mano come una politica industriale di mercato sia non solo perfettamente compatibile con l’ordoliberismo tedesco ma sia stata attuata con efficienza ed efficacia al fine, ad esempio, di ampliare (tramite incentivi tributari) la dimensione media delle azione negli anni di preparazione all’unione monetaria.

Io stesso, alla fine del primo decennio questo XXI secolo, ebbi la fortuna di lavorare con economisti tedeschi, nell’ambito di un programma della Konrad Adenauer Stiftung e della Fondazione Fare Futuro, su questi temi; ne uscì una serie di volumetti pubblicati da Rubbettino in tedesco ed in italiano che riguardano non solo argomenti economici, ma possono essere utili a chi vuole affrontare queste tematiche. Tanto più che la “economia sociale di mercato” di impronta “ordoliberista” è alla base del Trattato di Lisbona sul futuro dell’Unione Europea.

Ho citato le agevolazioni tributarie erga omnes ac omnia, quindi non distorsive della concorrenza, per giungere ad un ampliamento delle dimensioni medie delle imprese tedesche (soprattutto manifatturiere). A livello federale, è doveroso citare il programma definito con i sindacati per la ristrutturazione della maggiore industria del Paese, la Volkswagen. Soprattutto, però, l’azione incisiva è a livello dei Länder. Qui, la politica partitica si tiene a mezzo passo di distanza: le strategie, a livello dei singoli Länd, vengono attuate tramite la collaborazione tra associazioni di datori di lavoro, sindacati, Landesbanken e Landeskasse.

I maligni dicono che questa è una delle ragioni, ove non la fondamentale, per cui le Landesbanken e Landeskasse sono sottratte alla vigilanza della Banca centrale europea (Bce). Se si fosse meno affezionati alle proprie parrochiette (come le chiamava Alberto Sordi), prima dare nuovi compiti a Invitalia o di creare nuovi alberghi ad ore per aziende decotte, occorre chiedersi se dalle Landesbanken e Landeskasse non si sarebbe potuta trarre qualche utile lezione per le nostre Banche Popolari e Banche di Credito Cooperativo prima di muoversi su un sentiero che numerosi esperti ritengono affrettato.

Il vostro chroniqueur non esprime giudizio, I chroniqueur sono notoriamente ignoranti e pressappochisti.

Ecco la politica industriale europea alla tedesca

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