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Il ricorso alla Consulta della Regione Lombardia ha molte ragioni di fondo. Non tanto in riferimento all’art. 77, quello che definisce i caratteri di necessità e urgenza dei decreti legge, quanto per la violazione di almeno altri tre articoli: l’art. 41 che stabilisce che “l’iniziativa economica privata è libera, l’art. 45 che riconosce la funzione sociale della cooperazione, e l’art. 117 che afferma che le casse di risparmio, le casse rurali e le aziende di credito di carattere regionale sono materia di legislazione concorrente.

Il decreto-legge approvato dal governo il 20 gennaio violava apertamente l’art.77 che stabilisce la possibilità di varare decreti solo in casi straordinari di necessità e urgenza, ma il decreto è stato poi convertito in legge dal Parlamento che ha approvato un’apposita legge di conversione che peraltro ha introdotto anche alcune pur piccole modifiche, quindi attualmente la riforma delle banche popolari è oggetto di una legge ordinaria che ha recepito il decreto e che non può essere giudicata sulla base dell’art. 77 . In pratica il Parlamento ha sanato un vulnus costituzionale e appare perlomeno complesso che la Consulta possa intervenire sul decreto originario, un decreto che peraltro che non ha avuto effetti giuridici nel periodo intercorso tra l’entrata in vigore e la conversione.

Più sostanziali sono invece i rilievi sulla base degli art. 41 e 45. Soprattutto il primo (“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.) appare palesemente violato dalla riforma delle popolari. Sia perché si limita drasticamente l’iniziativa economica privata, sia perché si contraddice apertamente l’ultima parte dell’articolo: nel caso della riforma delle popolari infatti si va nella direzione opposta e non si indirizza l’attività economica ai fini sociali, ma si obbligano le banche cooperative, che hanno per statuto e tradizione proprio fini sociali, a diventare società di capitali con fini soprattutto di profitto.

Anche il rilievo sull’art. 117 è sicuramente fondato. La riforma delle popolari entra a gamba tesa sulle banche che hanno più di 8 miliardi di attivo senza badare se tra queste ci sono aziende di credito “di carattere regionale”. Per esempio la Banca popolare di Milano ha 486 filiali in Lombardia su 648: è sicuramente una grande banca, ma altrettanto sicuramente non si può negare che abbia un “carattere regionale”.

Detto questo, e al di là del caso delle banche popolari, si può dire che l’aver introdotto il concetto di “legislazione concorrente” nella riforma costituzionale del Titolo V è stato un esempio di irrazionalità legislativa come dimostrano i tanti ricorsi alla Corte costituzionale. Ma ci mancherebbe che una norma costituzionale opinabile possa essere aggirata per decreto, anche se poi convertito in legge.

Banche popolari, perché il ricorso alla Consulta è cosa buona e giusta

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