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“Poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace”.

Questo il preambolo della Costituzione dell’UNESCO, firmata a Londra il 16 novembre del 1945, a tre mesi di distanza dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Per volontà di 37 Paesi nasceva l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, con l’obiettivo “di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza rafforzando con l’educazione, le scienze e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, allo scopo di garantire il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, a profitto di tutti, senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione”.

Il mondo, profondamente sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale, non aveva mai avuto le idee così chiare come in quei giorni: “… il grande e terribile conflitto testé terminato è stato generato dalla negazione dell’ideale democratico di dignità, d’eguaglianza e di rispetto della personalità umana e dalla volontà di sostituirgli, sfruttando l’ignoranza e i pregiudizi, il dogma delle diversità razziali ed umane; la dignità dell’uomo esige la diffusione della cultura e l’educazione generale in un intento di giustizia, di libertà e di pace”.

Per tali motivi è stata fondata l’UNESCO, per garantire a tutti il diritto universale all’educazione; il diritto alla libertà di espressione, di pensiero e di ricerca nel rispetto della dignità e delle libertà fondamentali degli altri; la promozione del pluralismo dei saperi, delle culture, delle tradizioni, del libero scambio di idee e della cooperazione tra popoli; la tutela della memoria storica, materiale e immateriale, e del patrimonio culturale e naturale.

Sono passati quasi 70 anni dalla firma di quel testo. Mai come oggi è tanto importante andare a rileggere, diffondere e tradurre in azioni concrete quelle parole, quegli ideali, quei valori condivisi.

Una delle missioni principali dell’UNESCO si riassume nell’opera paziente e preziosa di identificazione, protezione, tutela e trasmissione alle generazioni future dei patrimoni culturali e naturali di tutto il mondo.

Sulla base della Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale adottata nel 1972, l’UNESCO ha finora riconosciuto un totale di 1.001 siti (777 beni culturali, 194 naturali e 30 misti) presenti in 161 Paesi del mondo.

Da qualche giorno, su uno di questi siti sventola una bandiera nera, quella del sedicente “Stato Islamico”.

Si tratta di Palmira, sito archeologico a 240 km a nord-est di Damasco, uno dei centri culturali più importanti del mondo antico, luogo di transito delle carovane che attraversavano il  deserto al centro della Siria lungo la Via della Seta, dichiarato patrimonio dell’umanità nel 1980.

“La sposa del deserto” (così è soprannominata Palmira) è stata rapita da un gruppo di terroristi,  che inseguendo un progetto di distruzione e di odio, abusano del nome e del messaggio di pace della religione islamica per imporre con la forza e con una violenza cieca un Califfato, un regime teocratico nel cuore del Medio Oriente, perpetrando la mattanza di migliaia di donne, uomini e bambini, distruggendo con una furia iconoclasta le testimonianze millenarie di arte e di cultura, calpestando i valori universali fondamentali di libertà, di dignità, di umanità.

Le milizie dal vessillo nero stanno in queste ore abusando della nostra Palmira, sfigurandone per sempre la sua bellezza, per millenni rimasta intatta nei suoi tratti più distintivi, scalfiti per lo più solo dal tempo e dal vento del deserto.

Sì, ho scritto la “nostra” Palmira. I siti del Patrimonio Mondiale infatti appartengono a tutte le popolazioni del mondo, sono patrimonio dell’umanità al di là dei territori nei quali sono collocati, rappresentano l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future. Sono fonte insostituibile di vita e di ispirazione.

Anche per questo ciò che sta accadendo in Siria e in Iraq riguarda così profondamente l’intera umanità.

Migliaia e migliaia di vite umane sono state spezzate da un odio cieco e da una ferocia risoluta. Altrettante decine di migliaia di donne, uomini e bambini continuano ad essere a rischio.

Con loro sono stati ridotti in macerie e continuano ad essere distrutti siti archeologici, bassorilievi, colonne, statue, manufatti di epoche lontanissime. A perdere la vita in mezzo al deserto è una parte unica e irripetibile della civiltà umana stessa.

Ogni giorno questi criminali cancellano allo stesso tempo un pezzo del nostro passato, un pezzo del nostro presente, un pezzo del nostro futuro.

E’ arrivato il momento di reagire, rinunciando a timidezze ed esitazioni.

Noi siamo i figli e i nipoti della Costituzione dell’UNESCO e quei valori scolpiti alla conclusione della più grande guerra della storia dell’umanità, oggi li dobbiamo difendere e promuovere a gran voce, nel cuore del Mediterraneo, in Medio Oriente e in ogni parte del mondo.

La diplomazia e la politica internazionale hanno bisogno del supporto di tutti noi, anche e soprattutto di quella “comunità internazionale dei saperi” fatta di intellettuali, artisti, pittori, musicisti, scrittori, poeti, attori, scienziati, ricercatori, professori, giornalisti. E’ tempo di unire le forze e difendere ancora una volta attraverso tutti i linguaggi delle arti e delle scienze umane i valori di pace e di rispetto dei diritti umani fondamentali.

L’odio e le ingiustizie si combattono principalmente con la diplomazia preventiva, con una politica illuminata, con le armi del dialogo. Ma una poesia, una canzone, un dipinto, una scoperta scientifica, una lezione a scuola, un articolo, un passo di danza, una scultura non possono che aiutare a diffondere in questo mondo bellezza, verità, giustizia. E allora, riscopriamo l’importanza del ruolo di ciascuno di noi all’interno della società. Tutti noi possiamo e dobbiamo difendere la nostra “sposa del deserto”. Possiamo farlo fin da subito, nei nostri Paesi, nelle nostre città, nelle nostre scuole, nelle nostre università, nei nostri musei, nelle nostre sale da concerto, nei nostri teatri, nei nostri cinema, nelle nostre biblioteche. All’intolleranza, al fanatismo, alla distruzione cieca, rispondiamo con la creatività, con l’ispirazione artistica, con il dialogo tra culture diverse, con l’impegno civile.

Perché questa battaglia di umanità si potrà vincere solo così, insieme.

(crediti: Joseph Eid/AFP/Getty)

Palmira, difendiamo la nostra sposa del deserto

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