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Il Jobs Act spariglia il mercato del lavoro. Con il contratto unico a tutele crescenti non conviene stipulare contratti a termine o in apprendistato. È l’effetto che sortisce il combinato disposto del superamento dell’articolo 18 per i nuovi assunti, da un lato, e dello sconto Irap sulle medesime assunzioni di cui possono godere i datori, dall’altro. Senza contare, poi, che i co.co.pro. sono destinati a sparire. È il quadro emerso in occasione di un convegno organizzato ieri a Milano dal centro studi Adapt in collaborazione con Quanta.

UNA SVOLTA CULTURALE NON DA POCO

Se una cosa è certa, ha spiegato Giuliano Cazzola, membro del comitato scientifico di Adapt, è che il Jobs Act “rappresenta una svolta, innanzitutto, da un punto di vista culturale; e ciò è ancor più importante delle norme in sé”. Norme che, peraltro, possono essere “discutibili – ha precisato Cazzola – come nel caso della scelta di far valere le novità sull’articolo 18 e sul contratto a tutele crescenti soltanto per i nuovi assunti”. E nemmeno per i membri della pubblica amministrazione. “A mio avviso è questo il principale limite del Jobs Act”, ha aggiunto.

È PRESTO PER FESTEGGIARE LE NUOVE ASSUNZIONI

Commentando, poi, la notizia del boom di nuove assunzioni a tempo indeterminato, 79 mila contratti in più stipulati nei primi due mesi del 2015 rispetto al 2014, Cazzola ha fatto notare che probabilmente si tratta, per almeno il 70 per cento, di stabilizzazioni di contratti già in essere e co.co.co.; o più semplicemente di assunzioni che sono state rimandate da novembre e dicembre 2014 a gennaio del nuovo anno, quando le novità in materia sono entrate in vigore.

UNA BOLLA CHE POTREBBE SCOPPIARE

“Il punto”, ha tagliato corto Cazzola, “è vedere come andranno le assunzioni, non soltanto nei prossimi mesi del 2015, ma nell’arco dell’intero triennio e al suo termine, quando non ci saranno più i forti incentivi ad assumere”. Con il contratto unico a tutele crescenti, infatti, il datore può godere di uno sconto complessivo sul costo del lavoro, pari fino a un anno di stipendio lordo sulle prossime tre annualità. Di fatto, ha sintetizzato Cazzola, “si pagano le aziende per assumere”. Con il rischio, però, ha aggiunto Valentina Aprea, assessore all’Istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, che così facendo si possa creare una vera e propria “bolla” sul lavoro.

COSA CAMBIA DOPO IL JOBS ACT?

Intanto, quello che è certo, è che il contratto a tutele crescenti è diventato più allettante per chi vuole assumere, sia del contratto a termine, già reso piuttosto oneroso dal decreto Poletti, sia dell’apprendistato professionalizzante, che è notoriamente utilizzato dalle imprese, non tanto per l’opportunità di formazione che esso rappresenta, quanto piuttosto, per lo sgravio fiscale e contributivo che assicura. Ma che perde di colpo interesse, alla luce delle novità contenute nel Jobs Act.

STIPENDI BASSI, COSTO DEL LAVORO NO

Insomma, ciò che non si dice, ma che in occasione del convegno Adapt è emerso con chiarezza, è il fatto che uno dei principali problemi del mercato del lavoro in Italia rimane l’elevato costo del lavoro, a fronte del quale il contratto a tutele crescenti è poco più che un palliativo. Da esso, inoltre, dipende anche il “basso livello degli stipendi dei più giovani”, ha proseguito Aprea, “che difficilmente riescono a guadagnare più di 1.300 euro al mese”. Versando, oltretutto, contributi assai bassi in termini previdenziali.

I BUCHI NEI CONTI DELL’INPS

Senza contare, poi, che l’abbandono dei co.co.pro. potrebbe causare un notevole buco nei conti, già piuttosto disastrati, dell’Inps; la gestione separata, cui i lavoratori atipici ed autonomi versano i contribuiti, infatti, è una delle poche voci che presentano saldi attivi nei traballanti bilanci della previdenza pubblica italiana.

IL RITARDO DEI DECRETI ATTUATIVI

Nemmeno è da sottovalutare la tempistica con cui verranno pronti i decreti attuativi del Jobs Act, hanno fatto notare i relatori. Carlo Dell’Aringa, deputato Pd, membro della Commissione lavoro alla Camera, per esempio, ha detto che “il percorso fatto dal Jobs Act è importante, ma soprattutto lo è quello che ancora dovrà fare”. In particolare quella “parte, che è ancora tutta da costruire”, ha aggiunto. Di cinque decreti attuativi, infatti, due sono stati approvati, ma tre mancano all’appello e tra questi c’è proprio quello sul riordino dei contratti, contente le norme sui co.co.pro.

CHI HA GIÀ SUPERATO L’ARTICOLO 18 

Ma c’è anche chi ha precorso la riforma del lavoro targata Renzi, superando da tempo l’articolo 18, grazie alla contrattazione decentrata. Lo ha raccontato Ivan Guizzardi, segretario generale della Felsa Cisl, il sindacato dei lavoratori atipici e autonomi, secondo cui, quando si parla di lavoro, “è bene distinguere tra tutele e diritti: le tutele, infatti, sono ciò che accompagna una determinata tipologia di contratto e possono mutare nel tempo, mentre un diritto è sempre un diritto”.

NO ALLE LEGGI PENSATE A TAVOLINO

Nel caso dei lavoratori atipici, ha spiegato Guizzardi, “l’articolo 18 è stato superato già nel 2008”, senza calpestare in alcun modo il diritto al lavoro, per mezzo di adeguate “tutele, come politiche attive e passive”. E dove, “grazie alla bilateralità”, era già possibile godere in anticipo di una parte del Tfr. Tutte misure che sono state “firmate anche dalla Cgil e dalla Uil”, ha fatto notare Guizzardi. Segno che un governo deve sempre saper ascoltare i “soggetti coinvolti” prima di passare alla “produzione legislativa”. Una cosa che “Marco Biagi aveva capito bene”.

IL MODELLO LOMBARDIA FUNZIONA

In questo senso, Aprea ha manifestato non poche perplessità circa il progetto dell’esecutivo di un’Agenzia unica per l’impiego. Perché un conto è adottare “standard e “sistemi di accreditamento comuni a livello nazionale”, ma almeno “la regolamentazione lasciamola di competenza delle Regioni”, ha detto. Ricordando, poi, come la Lombardia “sia un modello unico nel panorama nazionale di concorrenza pubblico-privato che funziona”. E che ha anticipato sia il sistema di Garanzia Giovani sia il contratto di ricollocazione, grazie alla Dote Unica Lavoro e alle sue politiche attive.

L’AVVENTO DELLO STAFF LEASING

In conclusione, sono intervenuti Maurizio Castro, vicepresidente di Quanta, agenzia per il lavoro accreditata e presente in tutto il mondo, e Massimo Quezielvù, country manager di Quanta per l’Italia. “I tempi sono maturi perché il contratto di somministrazione” possa decollare anche in Italia, ha detto Quezielvù, auspicando che si possa raggiungere una percentuale complessiva del 3%, come in Inghilterra, sul totale dei contratti in essere. Mentre oggi quella percentuale è di poco superiore all’1%. Le premesse, infatti, perché lo “staff leasing possa tornare centrale anche in Italia”, ci sono tutte, ha aggiunto Castro.

Cosa cambia (in meglio) con il Jobs Act

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