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L’intelligenza artificiale entra in sala operatoria, ma non sostituisce la mano – né la responsabilità – di chi opera. Healthcare Policy per Formiche.net ne ha parlato con Rocco Papalia, direttore Unità operativa complessa di Urologia presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus bio-medico di Roma e direttore della Scuola di specializzazione in Urologia, tra i massimi esperti italiani di chirurgia robotica oncologica. Con lui abbiamo ripercorso come la robotica abbia cambiato l’urologia negli ultimi anni, cosa significhi davvero “precisione” quando in sala c’è un robot, e perché – a suo dire – la tecnologia più avanzata renda ancora più necessario, non meno, il giudizio clinico di chi la usa.

Partiamo dalle basi: quando parliamo di chirurgia robotica in urologia, cosa fa esattamente il robot e cosa resta nelle mani del chirurgo?

Nelle mani del chirurgo rimane tutto: è lui a far funzionare il robot ed è lui a determinare la buona riuscita dell’intervento. Se c’è un bravo chirurgo, anche con un robot mediocre l’intervento va comunque bene. Il contrario non esiste.

Lei è specializzato in chirurgia oncologica renale mini invasiva senza ischemia. Cosa significa in pratica per il paziente, e perché è un salto rispetto alla chirurgia tradizionale?

Il salto lo abbiamo con la chirurgia robotica, perché offre una visione tridimensionale e una precisione molto maggiore nella rimozione della massa tumorale. Non c’è il dolore legato all’accesso “open”, a cielo aperto, e i pazienti tornano alla loro vita normale molto più rapidamente.

Tra tumore del rene, della prostata e della vescica, ci sono differenze significative nel modo in cui la robotica cambia l’intervento, o il principio di fondo è lo stesso?

Una volta si diceva “grande taglio, grande chirurgo”. Oggi è vero il contrario: grazie alla chirurgia robotica, nelle mani di un bravo chirurgo otteniamo gli stessi risultati, se non migliori, perché il taglio è minore, si parla più di accessi che di ferite vere e proprie, le perdite ematiche sono ridotte e il ritorno alla normalità è più veloce. Il risultato oncologico resta lo stesso, ma quello per il paziente è nettamente migliore.

Il robot chirurgico raccoglie enormi quantità di dati – immagini, movimenti, esiti. Chi li possiede e come vengono usati oggi per migliorare le tecniche o formare nuovi urologi?

Grazie all’intelligenza artificiale riusciamo ad analizzare l’intero intervento chirurgico: le immagini vengono acquisite attraverso sistemi di registrazione e l’IA scompone l’operazione in fasi più brevi, così che gli specializzandi possano studiarle e imparare. Prima di mettere le mani sul paziente, questi robot dispongono anche di simulatori su cui i giovani chirurghi possono esercitarsi. Un tempo le prime esperienze si facevano direttamente sul paziente, dopo una lunga fase di sola osservazione: oggi, anche grazie a questo, l’età media dei chirurghi che iniziano a operare si è abbassata.

C’è una differenza reale, in termini di esiti clinici, tra un chirurgo esperto senza robot e uno meno esperto con il robot? O il vantaggio è comunque cumulativo?

Un chirurgo esperto, anche senza robot, ottiene comunque buoni risultati, ma si stanca molto di più, oltre a non avere i vantaggi per il paziente di cui abbiamo parlato prima. Il chirurgo fa sempre la differenza. Ed è altrettanto vero che chi utilizza la robotica deve conoscerla, avere esperienza ed essere adeguatamente formato.

Lei dirige anche la Scuola di specializzazione in urologia. Come cambia oggi la formazione di un giovane urologo che si forma già in un contesto di chirurgia robotica, rispetto a chi ha imparato prima con tecniche laparoscopiche o a cielo aperto?

Oggi i giovani hanno tutti gli strumenti per diventare ottimi professionisti, e questo si tradurrà in una cura migliore per i pazienti. Possono formarsi su immagini, piattaforme condivise, simulatori: ai miei studenti, dico sempre: “Dove arrivi dipende solo da te”. Le nostre scuole di specializzazione formano tutti in modo mirato, per poi accompagnarli su percorsi diversi e agevolati dai sistemi di robotica.

Guardando avanti, cosa vede come prossimo salto di paradigma nella chirurgia robotica urologica – integrazione con l’Ia per la pianificazione, sistemi aptici più evoluti, altro?

Si sta lavorando sull’integrazione con l’Ia per la pianificazione, attraverso sistemi di navigazione intra-operatoria che permettono di distinguere le diverse strutture anatomiche. Questo è decisivo in interventi che prevedono il risparmio di strutture importanti per alcune funzioni – penso a quella sessuale – perché ci aiuta a individuare e preservare ciò che serve. I sistemi aptici già esistono. Si sta lavorando anche sulla telechirurgia: chirurgo a Roma, paziente altrove. Nei prossimi dieci anni questo potrebbe contribuire a ridurre il fenomeno della migrazione sanitaria.

C’è un caso, in sala operatoria, in cui si è fidato meno della tecnologia rispetto alla propria valutazione clinica? Cosa le ha insegnato?

Alla luce di tutto ciò che ci suggerisce l’Ia, la tecnologia richiede un livello superiore da parte dell’essere umano: dobbiamo essere in grado di discernere e di agire sotto la nostra responsabilità, in scienza e coscienza. Di fronte al suggerimento di una macchina, possiamo ignorarlo, se lo valutiamo non conforme, oppure accettarlo. Ma la decisione, e la responsabilità, restano sempre nostre.

Abbiamo a disposizione una tecnologia straordinaria. Il compito di chi la usa è non dimenticare mai per chi la sta usando.

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Dalla nefrectomia parziale senza ischemia alla formazione dei nuovi specializzandi, fino alla telechirurgia che potrebbe ridurre la migrazione sanitaria. Il direttore dell’Uoc di Urologia della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma racconta come l’intelligenza artificiale stia trasformando la sala operatoria, senza però sostituire il giudizio, e la responsabilità, del chirurgo

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