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Frena a febbraio la discesa dei prezzi nell’area euro (-0,3% da -0,6% di gennaio). Al netto di energia e alimentari, la core inflation sale leggermente allo 0,7% (da +0,6% del mese precedente). Si è lontani dall’obiettivo del 2%, ma almeno le spinte alla deflazione, alimentate anche dagli effetti di seconda battuta della caduta del greggio, sembrano per ora contenute. Sono dati di febbraio e il Qe non era ancora entrato in azione, ma era stato annunciato.

Per verificare l’efficacia della politica di acquisti di Francoforte occorre tenere sotto osservazione, oltre all’inflazione corrente, soprattutto le aspettative. Ebbene, qualcosa si muove anche su questo fronte. Le attese sull’inflazione a 5 anni misurate dalla cosiddetta break-even inflation (differenza tra il rendimento dei bund quinquennali ordinari e quelli con uguale scadenza indicizzati ai prezzi al consumo euro) erano precipitate a un livello minimo di 0,2% nella prima metà di gennaio. Dopo l’annuncio di Draghi, hanno preso a salire, ancor più dopo l’avvio degli acquisti: si trovano ora (metà marzo) appena sotto l’1%.

Certamente, non è un’inversione sufficiente. Si è solo eliminata la precipitosa caduta dell’ultima parte dello scorso anno e si è tornati ai livelli di inflazione attesa che caratterizzavano la prima parte del 2014. Le aspettative sono ancora basse e vanno rafforzate, una percorso che rimane complesso.

Però, questa inversione delle attese non era un fatto scontato ed è un buon segno.
Occorre ora tenere la barra dritta nella direzione dell’espansione di liquidità, resistendo alle pressioni a ritirare il programma che molto probabilmente proverranno da Berlino nel caso che l’inflazione cominciasse a rialzare la testa.

Ecco i primi (insufficienti) effetti del metadone di Draghi

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