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La prima vittima della guerra del gas tra l’Europa e la Russia è italiana? Dopo l’annuncio dell’abbandono del progetto South Stream da parte del presidente russo Vladimir Putin, Saipem – la società di ingegneria del gruppo Eni che aveva vinto una commessa da 2,4 miliardi per la costruzione del primo tratto dell’opera – ha chiuso martedì la seduta a Piazza Affari in calo del 10,84 per cento.

A CHI VENDERE?

Andato (forse) in fumo il gasdotto per collegare la Russia all’Ue su Saipem, la società è alle prese con una possibile vendita da parte di Eni. Per la controllata del gruppo Eni che i vertici del Cane a sei zampe intendono da tempo dismettere, si sono già fatti avanti i russi del colosso Rosneft (con una intervista al Sole 24 Ore dietro cui alcuni osservatori hanno visto lo zampino di Paolo Scaroni) e gruppi e fondi cinesi.
Ma meglio soci esteri o italiani? Da qualche giorno è iniziata a circolare l’ipotesi che possa essere la Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini a rilevare una parte o tutta la quota di Saipem posseduta dal colosso energetico.
L’eventuale intervento della Cdp, secondo la ricostruzione di Formiche.net, potrebbe coinvolgere più che il Fondo strategico Fsi direttamente la capogruppo guidata dall’ad, Giovanni Gorno Tempini.

EFFETTO PUTIN

Dopo lo stop annunciato da parte di Putin al progetto South Stream, l’amministratore delegato di Saipem, Umberto Vergine, ha dichiarato al Sole 24 Ore di non aver ricevuto alcuna indicazione da parte dei russi: “Il contratto è comunque strutturato in modo tale da coprire eventuali condizioni di cancellazione o interruzione di lavori, ma finora nessuno ci ha chiamato”.

Ma le sole clausule contrattuali non potrebbero mai sortire per Saipem gli stessi risultati garantiti dalla realizzazione del progetto: “Se si arrivasse allo stop per Saipem ci sarebbe un ricavo mancante nel 2015 per 1,250 miliardi di euro”, ha spiegato Vergine.

L’IMPATTO SUI CONTI

Migliore dell’anno precedente, il 2014 si è stato un anno di transizione per la società petrolifera controllata da Eni: “Il 2015 doveva essere l’anno in cui consolidare la performance, e invece la strada sarà ancora in salita. Se poi consideriamo anche il calo del prezzo del greggio, l’impatto di questi fattori non sarà marginale”, ha detto l’amministratore delegato di Saipem.

E se il calo del prezzo del greggio, secondo quanto ha dichiarato Vergine, ancora non ha impattato molto la Società, un effetto si intravede nell’irrigidimento delle posizioni dei clienti: “Ci sono meno soldi – ha spiegato l’ad al Sole 24 ore – , e quindi meno disponibilità a darteli”.
“La performance è il primo segmento a risentirne. I nostri competitor stanno già scontando l’impatto. È chiaro quindi che non potremo avere una dinamica diversa dagli altri”.

MODI E TEMPI DELLA DISMISSIONE DA ENI

Sulla dismissione di Saipem da Eni Vergine non esclude alcuna strada: “Abbiamo dato un mandato a Lazard per individuare il modo migliore di presentarci al mercato finanziario. Al momento però non ci sono allo studio modalità particolari e quindi non escludiamo alcuna strada”.
Ma – sottolinea l’amministratore delegato – la vendita è in mano ad Eni e noi non abbiamo visibilità né sui tempi né su come saremo deconsolidati”.
Russi, cinesi o italiani, per Vergine sarebbero solo “rumors”: “Tutti sono benvenuti perché chi decide di investire nella nostra società lo fa nell’interesse proprio e del business in cui investe”.

Che succede a Saipem?

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