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Nel 2000, in un saggio pubblicato su Per Aspera ad Veritatem, Mario Caligiuri poneva una domanda destinata a riproporsi, ossia se l’intelligence avesse un problema di comunicazione istituzionale. Poteva un’istituzione fondata sul segreto sviluppare una dimensione pubblica verso cittadini e mondo della cultura? Esaurita la grammatica della Guerra fredda e l’architettura del 1977, l’intelligence doveva ormai misurarsi con criminalità transnazionale, internet, competizione geoeconomica ed energetica. Sette anni dopo, la riforma del 2007 avrebbe dato una cornice giuridica a questi cambiamenti, iscrivendo nella legge anche la promozione di una cultura della sicurezza.

Il punto non è delimitare cosa ricada sotto la parola sicurezza, ma stabilire piuttosto cosa significhi promuovere una cultura. Oggi come allora, la questione si riapre di fronte a nuovi cambiamenti: guerra cognitiva, cybercrimine, intelligenza artificiale, egemonia dei nuovi media. Internet non è più un dominio fra tanti ma l’infrastruttura ordinaria dell’informazione, e la competizione strategica si è spostata su percezione, fiducia, educazione e capacità di giudizio. Se questo è vero, i giovani non sono più un pubblico tra gli altri, poiché abitano nativamente gli ambienti in cui quelle minacce si manifestano. E la domanda da porsi oggi è se esista un problema di comunicazione istituzionale tra intelligence e nuove generazioni.

Conviene partire da ciò che esiste. Dal 2013 Intelligence Live ha portato il tema nelle università; sono seguiti Una tesi per la sicurezza nazionale, Disegna l’intelligence, Be Aware. Be Digital, il protocollo con la Crui, nel 2024 I come Intelligence per il primo biennio delle superiori; la campagna di reclutamento 2026 alla ricerca di giovani con competenze dal mondo cyber all’economia, alle lingue e Osint. Non manca quindi l’attività, bensì una definizione nitida del destinatario e del problema.

Le iniziative intercettano due estremi: studenti giovanissimi raggiunti dalla scuola tramite iniziative divulgative o chi un interesse lo ha già ampiamente maturato per conto proprio. Resta scoperta la fascia intermedia, giovani adulti senza ragioni professionali o personali per occuparsi di sicurezza nazionale, ma già cittadini, elettori e utenti digitali.

I giovani sono insieme bersaglio delle operazioni di influenza e soggetto potenziale della resilienza nazionale. Insegnare a verificare una fotografia, risalire all’origine di una notizia, distinguere un indizio da una prova non è divulgare il classificato: è trasferire un metodo, quella disciplina del sospetto ordinato che ha il suo nucleo nell’analisi delle ipotesi concorrenti. E il trasferimento va in due sensi, perché l’intelligence deve ascoltare chi quegli ambienti li abita e ne conosce dall’interno i linguaggi, la fenomenologia e le patologie.

Questo pubblico però si informa in modi incomparabili rispetto a quelli del 2000: social e piattaforme video hanno superato televisione e media tradizionali, crescono creator e chatbot come veicolo di informazione. Sono cambiati i mezzi gli intermediari attraverso cui si concede attenzione e credibilità. La risposta, tuttavia, non può essere (solo) una mimetica del nuovo linguaggio. Per una generazione in cui l’autorevolezza passa per valori e coerenza etica, l’intelligence deve costruire la propria credibilità rendendo intelligibili le proprie garanzie: Copasir, controllo parlamentare, vincoli di legge, rapporto tra segretezza e responsabilità appartengono tanto alla cultura della sicurezza quanto i prodotti dei servizi, insieme alla storia dell’intelligence italiana, pagine controverse comprese. Nelle corde delle giovani generazioni l’attendibilità morale vale più di qualunque campagna di contrasto alla disinformazione. Di fatto, “disinfomazione” è un termine già saturo e inflazionato: evocato per ogni disaccordo, è un rumore di fondo che non persuade nessuno, meno che mai chi in quegli ambienti è cresciuto. Il fenomeno che dovrebbe occupare la comunicazione pubblica dell’intelligence oggi è la disaffezione. Non la credenza sbagliata, ma la distanza apatica verso le questioni di cui l’intelligence si occupa e verso l’istituzione stessa. Chi è disinformato ha comunque un interesse; il disaffezionato no, e nessuna smentita raggiunge chi non sta guardando.

Ne discendono due direzioni necessarie: la prima è passare dal raccontare al fare. La comunicazione pubblica dell’intelligence e le iniziative rivolte ai giovani devono avere carattere laboratoriale affinché il portato educativo e di discernimento delle metodologie di analisi delle informazioni e della sicurezza in rete sia compreso come una necessità tanto individuale quanto sistemica. Gli organismi di intelligence più di ogni altra istituzione pubblica godono dell’esperienza e dell’autorevolezza per parlare ai giovani di quelli stessi problemi che milioni di ragazzi vivono quotidianamente. Basta voler farsi ascoltare.

La seconda riguarda l’appartenenza. Una cultura non si edifica chiedendo ai giovani di adattarsi a un interesse già definito, ma permettendo loro di entrarvi attraverso le proprie inclinazioni. È l’altra intuizione di Caligiuri: scuola e università non sono luoghi dove parlare di intelligence, ma dove costruirne la cultura. Il che impone di riconoscere che l’intelligence non è soltanto Stem. La disinformazione usa tecnologia ma vive di retorica; la radicalizzazione riguarda psicologia e identità religiosa; valutare un’informazione è, prima che un problema tecnico, un problema epistemologico. È anche così che le riviste scientifiche anglosassoni, con l’apertura a tutte le discipline degli intelligence studies, hanno sottratto anche sul piano dell’opinione pubblica il tema dell’intelligence tanto alla propaganda quanto al sospetto cospirativo.

Solo su queste fondamenta un’eventuale strategia per i nuovi media ha senso: podcast di lunga durata, materiali didattici aperti, profili ufficiali coerenti, o magari la Relazione Annuale al Parlamento articolata per temi e accessibile ai ragazzi. Non si tratta di trasformare il lavoro dell’intelligence in intrattenimento, ma di costruire un patto comunicativo con una parte centrale del Sistema Paese che non può più essere trascurata.

Nel 2000 la domanda era come un’istituzione segreta potesse darsi una dimensione pubblica. Oggi è come costruire una cultura della sicurezza dove gran parte della formazione cognitiva avviene fuori dai luoghi istituzionali. La risposta non è comunicare di più, ma rendere l’intelligence oggetto di interesse culturale e personale. Perdere un giovane talento è un problema di reclutamento. Perdere una generazione di interlocutori è un problema di sicurezza nazionale.

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