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Stop. Sul Medio Oriente e i suoi mercati finanziari è calato il buio, dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, ucciso la Guida suprema Alì Khamenei e amputato il regime degli Ayatollah. Premesso che nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è aumentato dell’8%, portandosi in zona 80 dollari al barile (ma gli analisti hanno già messo in conto lo sfondamento dei 100 dollari, non considerando del tutto surreale di toccare i 150 dollari) e che le Borse europee sono sprofondate in apertura di negoziazioni (Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 2%), per la finanza del Golfo, anello di congiunzione tra Occidente e Oriente, è tempo di allacciare le cinture.

Tra impennata del greggio e stretto di Hormuz chiuso dai pasdaran (sono quasi 200 i convogli fermi all’imbocco del canale), verrà il momento di scontare gli effetti del nuovo conflitto scoppiato lo scorso venerdì. In realtà sta già accadendo, più sotto forma di contraccolpo psicologico che altro, ma nei prossimi giorni il nervosismo poggerà più su calcoli e proiezioni reali che sulle paure nell’immediato. Nel frattempo, si naviga a vista. E, in mancanza di coordinate e coi missili sopra la testa, la finanza del Golfo si è fermata.

Dopo il lancio di razzi e droni verso gli Emirati Arabi Uniti, con esplosioni avvertite tra Dubai e Abu Dhabi, le autorità locali hanno deciso di sospendere per due giorni le contrattazioni sulle due principali piazze del Paese: l’Abu Dhabi Securities Exchange e il Dubai Financial Market. Una misura straordinaria, rarissima per un hub che negli ultimi anni si è costruito un’immagine di stabilità e neutralità finanziaria. La decisione è arrivata, ovviamente, come risposta preventiva all’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele. Ufficialmente, hanno chiarito le autorità, si tratta di una pausa tecnica per monitorare la situazione e contenere la volatilità. In realtà, è anche un modo per evitare vendite incontrollate in un contesto di panico: quando il rischio geopolitico aumenta in modo improvviso, infatti, la prima reazione degli investitori è proteggere il capitale, non cercare rendimento.

Con le borse degli Emirati ferme, il termometro del mercato si è spostato sugli altri listini regionali. Il Qatar ha aperto con ribassi vicini al 4%, il Kuwait ha registrato forti oscillazioni, mentre Egitto e Oman hanno chiuso in territorio negativo. Fa eccezione l’Arabia Saudita, sostenuta dal rialzo del petrolio: in fasi di tensione nel Golfo, il greggio tende a salire per il timore di interruzioni nelle forniture e questo sostiene i titoli energetici. C’è poi un tema reputazionale. Dubai non è solo una piazza finanziaria: è un hub logistico e commerciale globale e se la percezione di rischio dovesse radicarsi, i flussi di capitale potrebbero rallentare anche nel medio periodo.

Inevitabili le ripercussioni sulle altre grandi Borse mondiali. Milano a parte, nel resto del Vecchio Continente non va meglio: il Dax ha ceduto il 2,31%, il Cac40 l’1,93, l’Ibex di Madrid il 3%. Hanno limitato invece le perdite, intorno all’1%, Londra e Amsterdam. E anche il gas continua a infiammarsi: il Ttf ad Amsterdam è alito del 24,7% a 39,86 euro al MWh, mentre sul fronte valutario il cambio euro/dollaro è risultatp in calo dello 0.91% con la moneta unica scambiata a 1,17 dollari.

La vera domanda ora è la tempistica. Due giorni di stop possono essere gestibili. Un prolungamento cambierebbe lo scenario, alimentando pressioni su liquidità e fiducia. I mercati, per definizione, odiano l’incertezza più della cattiva notizia. Ma quale la posta in gioco? Decisamente alta. La capitalizzazione di mercato aggregata delle prime 16 società nazionali quotate nelle borse di Dubai e Abu Dhabi ammonta a 2,7 trilioni di Dirham degli Emirati Arabi Uniti. Spinta dalle espansioni pianificate del mercato e dalle valutazioni esistenti che superano i 3,6 trilioni di, si prevede che questa cifra registrerà una crescita significativa, raggiungendo potenzialmente i 6 trilioni nei prossimi anni.

E dai listini al trasporto aereo il passo è breve. Lo spazio sopra Abu Dhabi e Dubai è chiuso. Ora, una sospensione di 24 ore può tradursi in centinaia di milioni di dollari di ricavi persi o rinviati. Applicando i costi medi per passeggero (tra 40 e 70 dollari) al traffico quotidiano, i soli incassi aeroportuali cancellati oscillano tra 10 e 18 milioni di dollari al giorno. Non è poco.

Le Borse vanno a tappeto, il petrolio vola e il Golfo ferma i listini. La guerra all'Iran vista dalla finanza

Le autorità di Dubai e Abu Dhabi hanno sospeso le contrattazioni per almeno 48 ore. Un problema non da poco per uno degli hub finanziari del globo e anello di congiunzione tra i mercati di Occidente e Oriente. Le Borse europee sprofondano mentre il greggio schizza a 80 dollari. Ora il fattore tempo diventa centrale

Dal Golfo all’Europa. Energia, mercati e la crisi che si allarga per cerchi concentrici. Scrive Volpi

Di Raffaele Volpi

La crisi attuale intercetta uno spazio più ampio di quello strettamente regionale. È il Mediterraneo allargato: dal Golfo Persico al Mar Rosso, dal Nord Africa all’Europa meridionale. Uno spazio in cui sicurezza militare, sicurezza energetica e stabilità finanziaria coincidono. L’analisi di Raffaele Volpi

La ricerca (difficile) di una Delcy Rodriguez iraniana

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