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Con l’entrata in vigore della Ethnic Unity and Progress Promotion Law, la leadership cinese ha compiuto un ulteriore passo nella costruzione del modello politico promosso dal leader Xi Jinping negli ultimi anni. La legge vieta gli atti che “minano l’unità etnica” o alimentano divisioni tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, imponendo allo stesso tempo nuovi obblighi a scuole, amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali e famiglie affinché promuovano un’identità nazionale fondata sulla lingua comune, sulla lealtà al Partito comunista e sul senso di appartenenza alla “comunità della nazione cinese”.

Nel discorso pronunciato in occasione del 105° anniversario della fondazione del Partito comunista, Xi ha confermato la centralità della nuova normativa, invitando tutti i membri del Partito a rafforzare l’unità tra i gruppi etnici. Il richiamo del leader cinese suggerisce che la legge rappresenta un tassello di una strategia politica più ampia.

Molti degli strumenti previsti dalla normativa non sono infatti inediti. Negli ultimi anni Pechino ha già limitato l’uso delle lingue minoritarie nei sistemi scolastici locali, rafforzato il controllo sulle istituzioni religiose e promosso una maggiore integrazione delle aree abitate da tibetani, uiguri e altre comunità. La novità consiste piuttosto nella loro codificazione all’interno di una legge nazionale che trasforma indirizzi politici e pratiche amministrative in un quadro giuridico stabile, definitivo e duraturo.

Il testo amplia inoltre il numero degli attori chiamati a partecipare alla costruzione dell’identità nazionale. L’insegnamento del mandarino diventa il riferimento prioritario nelle scuole; i programmi scolastici devono contribuire a forgiare un senso di appartenenza alla nazione cinese; i genitori sono chiamati a educare i figli all’amore per il Partito e per il Paese; musei, biblioteche e altre istituzioni culturali devono promuovere la storia e la prosperità nazionale, mentre le autorità locali sono invitate a favorire l’integrazione etnica anche attraverso le politiche abitative.

Nel loro insieme, queste disposizioni delineano una concezione della governance che va oltre la gestione delle minoranze. La costruzione dell’identità nazionale viene distribuita lungo l’intera macchina dello Stato, coinvolgendo istruzione, cultura, amministrazione e pianificazione sociale. L’obiettivo non appare limitato alla tutela dell’ordine pubblico, ma alla produzione di un’identità condivisa definita dal Partito come elemento di stabilità politica.

È in questo passaggio che la legge si inserisce nella più ampia evoluzione del sistema di sicurezza promosso da Xi Jinping dal suo arrivo al potere nel 2012. Negli anni, la nozione di sicurezza nazionale è stata progressivamente estesa fino a comprendere ambiti economici, tecnologici, culturali e ideologici. La nuova normativa sembra aggiungere un ulteriore livello: la coesione etnica e l’identità nazionale diventano esse stesse componenti della sicurezza dello Stato, riducendo ulteriormente la distinzione tra politica culturale e tutela dell’ordine nazionale.

Questa impostazione emerge anche dalla formulazione delle disposizioni dedicate alle attività svolte fuori dalla Cina. La legge prevede infatti che organizzazioni e individui all’estero possano essere ritenuti responsabili qualora siano accusati di compromettere l’unità etnica o favorire divisioni. La formulazione rimane ampia e lascia aperti interrogativi sulle modalità di applicazione, ma introduce un elemento destinato ad attirare attenzione ben oltre i confini cinesi.

La dimensione internazionale della legge è emersa fin dalle prime ore della sua entrata in vigore. Taiwan ha condannato il provvedimento sostenendo che potrebbe ampliare gli strumenti di pressione giuridica di Pechino nei confronti di cittadini stranieri e taiwanesi. Il ministero degli Esteri di Taipei ha avvertito che, data l’ampiezza delle formulazioni contenute nella norma, anche cittadini di Paesi terzi potrebbero diventare oggetto di procedimenti qualora le loro dichiarazioni o attività fossero ritenute contrarie all’unità etnica della Cina. Il Mainland Affairs Council di Taipei ha inoltre sostenuto che la legge potrebbe offrire a Pechino un’ulteriore base legale per perseguire non solo le politiche nei confronti di Tibet e Xinjiang, ma anche iniziative o prese di posizione internazionali considerate favorevoli a Taiwan.

Esperti e organizzazioni per i diritti umani ritengono infatti che questa previsione possa produrre un effetto deterrente su ricercatori, giornalisti, attivisti e comunità della diaspora che si occupano delle politiche cinesi verso Tibet, Xinjiang o altre regioni a maggioranza non han. Anche alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione, sostenendo che la legge potrebbe incidere sull’autonomia linguistica, culturale e religiosa delle minoranze e aprire la strada a forme di repressione transnazionale.

Pechino respinge queste critiche. Le autorità cinesi sostengono che la normativa tutela i diritti di tutti i gruppi etnici, non limita l’uso delle lingue minoritarie e risponde all’esigenza di preservare l’unità nazionale. Secondo il vice ministro della Giustizia Hu Weilie, perseguire attività che minano la coesione etnica rientra nel diritto di ogni Stato a difendere la propria sovranità e la propria sicurezza. Ma vista dall’esterno, la legge riflette la ben nota trasformazione dello Stato sotto Xi Jinping: l’identità nazionale diventa categoria giuridica e strumento di governo, con implicazioni che si estendono anche oltre i confini della Repubblica Popolare.

Xi porta l’identità nazionale nella legge. La nuova mossa per controllare le minoranze

Entrata in vigore oggi, il 1° luglio, la nuova Ethnic Unity and Progress Promotion Law trasforma in obblighi giuridici politiche già sperimentate nei confronti delle minoranze etniche. La norma rafforza il legame tra identità nazionale, sicurezza dello Stato e ruolo del Partito, estendendo la propria portata anche oltre i confini della Cina

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