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Ci sono pochi dubbi sul fatto che oggi i cavi sottomarini siano una delle infrastrutture critiche più importanti per il mondo digitalizzato del 2025. Sebbene l’immaginario collettivo leghi la questione della connessione digitale ad un contesto dominato dallo spazio e dai satelliti, la componente dei collegamenti subacquei ha infatti un ruolo altrettanto (se non più) cruciale nel funzionamento di questi meccanismi. Ruolo verso il quale c’è però una poco diffusa consapevolezza, soprattutto nella società civile, ma anche nel mondo del policy-making, come evidenziato dalla quasi inesistente architettura istituzionale volta a regolamentare questo settore. Ma anche nel nostro Paese, qualcosa sembra essere in movimento. In quale direzione? Giulia Pastorella, parlamentare di Azione e membro della IX Commissione “Trasporti, Poste e Telecomunicazioni”, ha parlato con Formiche.net per fare il punto sulla situazione in cui versa il nostro Paese rispetto a questa “altra frontiera”.

Perché definirla “altra frontiera”?

Perché della dimensione subacquea in realtà si conosce molto poco. Ce lo hanno evidenziato anche a La Spezia, quando siamo andati in visita al Polo Nazionale della Subacquea, specificando come si conosca molto poco dell’ambito sottomarino, e in particolare sul lato della connettività. Normalmente si pensa allo spazio come parte inesplorata, ma in realtà l’underwater è ancora più inesplorato per tutte le sue potenzialità, non solo lato cavi e annessi, ma tanto altro. Questi due domini sono spesso, giustamente, messi insieme per via della loro interconnessione. Ma in realtà tra le due la vera nuova frontiera è l’underwater.

Sul piano economico però c’è già un certo sviluppo della dimensione subacquea per quel che riguarda connessione e comunicazione. Qual è la situazione a livello italiano?

Per quel che riguarda il nostro Paese purtroppo, come in tanti settori strategici, abbiamo un po’ perso il filo: a un certo momento del nostro sviluppo economico eravamo all’avanguardia nel settore, con una flotta di navi, con una produzione di cavi, con delle aziende che si occupavano di questo; poi però abbiamo ceduto o venduto all’estero molti di questi asset. A oggi abbiamo delle eccellenze, come Prysmian nella produzione dei cavi o Sparkle nella gestione e manutenzione degli stessi. Ma non abbiamo più un’intera catena del valore relativa queste infrastrutture, dalla raccolta dei materiali alla produzione dei cavi in sé, fino alla posa e alla manutenzione alla riparazione. E in ottica di sicurezza nazionale, per l’Italia questo è un vulnus.

Sicurezza nazionale che vuol dire tutela e protezione di queste infrastrutture.

Un principio valido per tutte le infrastrutture critiche, che sono vulnerabili per definizione. E che quindi vanno protetti, sia a livello cyber che a livello fisico. Facile a dirsi, meno a farsi, soprattutto se si guarda al quanto è complesso lo scenario in cui si deve andare ad operare: questi cavi per la maggior parte non sono pubblici, sono privati; quindi, c’è un tema di rapporto pubblico privato in degli asset che sono assolutamente strategici. E che spesso, tra l’altro, sono di proprietà diverse, con un singolo cavo che magari ha coproprietari di nazionalità diverse, o ancora che passa in tratti marittimi responsabilità di diversi Stati. C’è quindi una certa difficoltà nel gestire assieme tutti questi aspetti. E una normativa nazionale spesso non è sufficiente.

Guardando in ottica europea disponiamo di un sistema di difesa integrato per gestire questo tipo di situazione?

Non pienamente. Su alcune tematiche specifiche l’Europa si è già mossa in modo efficace, penso alla questione cyber con il Nis2 e il Cyber Solidarity Act, ma su altre ha fino ad ora seguito un approccio molto meno assertivo, scegliendo di fare soft law con raccomandazioni e report, ma non avventurandosi troppo oltre con strumenti di hard law per non andare contro al principio di sussidiarietà. La creazione di una flotta europea per andare a riparare i cavi danneggiati suggerisce che qualcosa si stia muovendo in questo senso. Ma ancora non c’è nulla all’orizzonte che abbia il peso di un AI Act o di un Chips Act.

Il che lascia margine d’azione ai singoli Paesi. Ed effettivamente, in Italia sembra che qualcosa si stia muovendo.

Proprio in questi giorni sta per affrontare la seconda lettura alla camera il Ddl sulle attività subacquee, che prevede tra le altre cose l’istituzione di un’agenzia dedicata proprio a facilitare i vari processi di autorizzazione e monitoraggio. Ma ci sono dei dubbi, espressi dagli stessi stakeholders, su quanto questa scelta sia la più efficiente, poiché in questo modo si andrà solo ad aggiungere un ulteriore passaggio ad un iter già lungo e complesso. Inoltre, nel documento ci si concentra su questioni di carattere fortemente burocratico, come le definizioni di figure come il sommozzatore o il palombaro. Ma non si affrontano questioni strettamente inerenti allo sviluppo economico, o alla sicurezza nazionale e alla protezione degli asset. Credo che dovremmo ispirarci maggiormente ad alcuni dei nostri Paesi partner.

A quali Paesi fa riferimento?

In questo momento negli Stati Uniti si sta lavorando ad una proposta di legge bipartisan che regoli proprio le procedure di tutela e protezione, ma anche di punizione di e reazione. Ma a Washington hanno già una normativa ben chiara che regola l’aspetto dello sviluppo economico. Noi no. Secondo quanto affermato dai proponenti della legge e dal governo dovremmo essere protagonisti in questo ambito, in virtù della nostra posizione geografica, e in particolare della vicinanza all’Africa, ma anche delle connessioni molto avanzate di cui già disponiamo. Ma realisticamente parlando, siamo ancora nella fase iniziale. E aggiungere ulteriori gradi di complessità rischia di essere controproducente. È una situazione simile a quella relativa all’IA: siamo molto focalizzati sul regolare e molto poco focalizzati sullo spingere lo sviluppo concreto. Un enorme pecca del sistema italiano, e parte anche del sistema europeo.

Quali potrebbero essere soluzioni da perseguire?

Seguire un approccio pragmatico, e realizzare che è oramai impossibile sviluppare un ecosistema unicamente italiano. Spendere risorse per sviluppare una sorta di “autarchia” è un decoupling che rischia di farci rimanere ancora più vulnerabili. La ricetta giusta è integrarsi al massimo con l’ecosistema europeo, che vuol dire sia promuovere l’armonizzazione legislativa tra Paesi membri, sia di amalgamare le eccellenze italiane con le soluzioni offerte da altri attori europei, ottimizzando le risorse a disposizione per perseguire soluzioni il più innovative possibili.

L'altra frontiera. L'approccio italiano all'underwater secondo Pastorella (Azione)

Anziché “focalizzarsi sul regolare”, secondo il membro della IX Commissione il sistema-Paese dovrebbe favorire uno sviluppo pratico e concreto di queste infrastrutture, promuovendo l’integrazione con l’Europa e la tutela della sicurezza nazionale. Con la prima che potrebbe essere funzionale alla seconda

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