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Quattro anni di guerra sono in grado di uccidere un cavallo, figuriamoci un’economia imbolsita come quella russa. Un Paese le cui ambizioni planetarie sono sempre naufragate di fronte alle asperità del presente. Il vecchio impero zarista era crollato nel corso della Grande guerra. Intelligenza di Lenin, una volta abbattuto l’ancient regime, fu quella di contrattare una pace separata, anche a costo di cedere quei territori che oggi formano gli Stati baltici. Che Putin vorrebbe riportare sotto il dominio di Santa madre Russia. Le asprezze della Seconda guerra mondiale erano state superate grazie all’eroismo di un popolo, la battaglia di Stalingrado, ma soprattutto le forniture militari da parte degli Stati Uniti.

Poi il mito del socialismo in un solo paese e della coesistenza pacifica che aveva evitato ogni ulteriore prova di forza, salvo il disastro afgano. Mentre in Vietnam erano stati i vietcong a costringere russi e cinesi a fornire loro la necessaria logistica militare per contrastare la strapotenza militare americana. Episodi che fanno parte della storia del ‘900. Mentre quella del Terzo Millennio, iniziata con il crollo del muro di Berlino, ha indicato una diversa prospettiva. Con il trasferimento ai privati della vecchia industria di Stato e la nascita di un gruppo oligarchico che ha preso il posto dei vecchi boiardi dell’epoca zarista.

Nei primi anni dell’operazione militare speciale sembrava che la guerra avesse contribuito a dare ossigeno all’economia russa. Le spese militari, come nei vecchi regimi imperialisti, tanto criticati da Lenin, spingevano in alto il Pil, anche se favorito da una crescente inflazione. Che, se controllata e limitata nei numeri, poteva fornire il necessario lubrificante. Con il trascorrere del tempo, in assenza di quella vittoria che poteva chiudere il conflitto, invece, tutto è precipitato. La guerra ha finito per assorbire la maggior parte delle risorse disponibili, l’inflazione si è radicata divenendo una componente essenziale del panorama circostante. Talmente elevata da apparire insostenibile agli occhi di un qualsiasi occidentale.

Nel Kiel Report (Stockholm Institute of transition economics) il quadro al quale si è accennato trova i suoi contorni più netti. L’economia russa, premette il rapporto, non è collassata, ma le sue fondamenta hanno subito un’erosione ben più profonda rispetto a quanto le singole cifre sembrano indicare. Nel primo semestre di quest’anno, il tasso di crescita è stato pari allo 0,3%, nonostante a marzo la spesa pubblica, rapportata all’intero anno, sia cresciuta del 44%. Per il 2026 la previsione di crescita è pari allo 0,4%. Ma la stima appare ottimistica.

In questi anni di guerra, infatti, l’industria bellica si è fortemente sviluppata, a danno di quella civile. Si è pertanto creato una sorta di corto circuito, dovuto allo spiazzamento degli investimenti: tutti concentrati nel settore militare. Ma con un contenimento generalizzato del potenziale complessivo, tale da configurare “un’economia che ormai opera al limite delle sue capacità produttive”. Nello stesso tempo, i rischi finanziari sono fortemente cresciuti a causa di un’esposizione creditizia prevalentemente orientata a favore di quegli stessi settori. Che ha indebolito l’intero sistema bancario. In cui si intravedono i contorni di una possibile crisi di liquidità.

Per averne contezza, basti considerare l’andamento del National Wealth Fund, una riserva finanziaria nata in passato per stabilizzare le variazioni di prezzo del petrolio. All’inizio della guerra valeva il 6,5% del Pil. Lo scorso aprile si era prosciugato, perdendo i due terzi del suo valore iniziale, per scendere a quota 1,8% del Pil. Una debolezza ancora maggiore si riscontra negli equilibri di finanza pubblica: nei primi tre mesi dell’anno il deficit di bilancio è risultato pari a 4,6 trilioni di rubli. La previsione iniziale era di un deficit pari a 3,8 trilioni. Ma relativo all’intero esercizio.

All’origine di questi guai, il crollo delle esportazioni di prodotti petroliferi che per un’economia arretrata come quella russa, rappresentano uno dei pochi possibili asset di cui disporre. Le relative entrate, a causa delle sanzioni imposte e delle distruzioni prodotte dai droni e dai missili ucraini, sono diminuite del 45% (base annuale) nel primo trimestre dell’anno. Gli aumenti di prezzo, intervenuti a seguito della guerra tra gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, hanno offerto un piccolo sollievo. Ma è stata poca cosa rispetto alla riduzione dei volumi delle vendite.

Queste difficoltà hanno avuto un impatto potente sui bilanci delle maggiori aziende. Dall’inizio della guerra il loro debito è aumentato di 34 trilioni. Un volume che è all’incirca pari al doppio del deficit accumulato dal Governo nello stesso periodo. Al forte indebitamento si è accompagnata una decisa lievitazione della spesa per interessi: giunta al 3,8% del Pil, contro un valore iniziale del 2,4%. Trascinando nel dirupo le stesse banche, cariche di incagli nel credito per un valore pari all’11% dello stock dei prestiti concessi. La Banca centrale è intervenuta riducendo il tasso di rifinanziamento dal 21 al 14,5%, ma questo non è bastato. Nè si può andare oltre, considerata la persistenza dell’inflazione. Pari, in media, al 5,5%, ma che per i beni di prima necessità ha raggiunto un livello del 13%. Sempre che questi valori siano poi quelli veramente effettivi.

Ancora più seria, infine, la situazione economico-finanziaria a livello regionale. Sui relativi governi locali si sono scaricate le insofferenze delle relative popolazioni. Alle quali si è potuto far fronte solo in modo parziale ed a debito. Più dei due terzi delle regioni hanno i bilanci in rosso. Mentre i trasferimenti da parte dello Stato centrale sono fermi ai valori del 2021. Unico dato apparentemente confortante è il livello della disoccupazione, scesa al 2,1%: un vero e proprio record, connesso con l’accresciuta militarizzazione dell’economia, la coscrizione a favore dell’esercito, i morti e feriti caduti in battaglia. Ma come ha osservato la Banca centrale: “quando l’intera forza lavoro è occupata, l’economia non può crescere oltre la produttività del lavoro”.

Il punto più dolente dolente di tutta la situazione. Quella produttività non può crescere a causa di fattori diversi: dall’isolamento internazionale della Russia (tra cui le sanzioni), alla sua crescente dipendenza dall’economia cinese (su cui sarà necessario ritornare), per non parlare, infine, dell’atavico disinteresse verso le varie forme di efficienza, che dall’epoca zarista a quella sovietica hanno sempre connotato la storia di quella Nazione. Ed ecco allora che, salvo ricorrere alle armi nucleari, il puzzle ucraino richiama sempre più alla mente il caso afgano. Anche allora non si trattò di una sconfitta militare. Ma alla fine le truppe russe furono costrette a tornare a casa con la coda tra le gambe. Oggi quello scenario rischia di ripetersi. Con buona pace di coloro che si era lanciati nel prevedere l’inevitabile annientamento della resistenza Ucraina, da Orsini a Travaglio, che dovranno cominciare a ricredersi. Convinti come siamo, che questa battaglia, come in Afganistan o in Vietnam, non si vince con il solo fragore delle armi. Ma con qualcosa di imprevedibile, che è data dalla resistenza dei popoli nei confronti dei propri invasori.

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