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Taipei – All’interno del quartier generale della Thunder Tiger, a Taiwan, la transizione dalla manifattura consumer alla guerra contemporanea è visibile quasi ovunque. Per decenni l’azienda è stata conosciuta soprattutto per le auto radiocomandate e i prodotti hobby. Oggi, invece, ingegneri e manager accompagnano i visitatori tra droni navali autonomi, loitering munitions, FPV d’attacco e sistemi unmanned subacquei pensati per quello che i dirigenti descrivono apertamente come un possibile futuro confronto con la Cina.

“All’inizio eravamo un produttore di giocattoli”, racconta Allan Chi, sales specialist della Thunder Tiger, durante una visita agli impianti dell’azienda nel centro di Taiwan. “Ora produciamo droni unmanned di ogni tipo: aerei, terrestri, navali e subacquei”.

La trasformazione della Thunder Tiger riflette qualcosa di molto più ampio dell’evoluzione di una singola azienda per ragioni di business: in tutta Taiwan è in corso una revisione strategica sul modo in cui l’isola potrebbe resistere a una potenza militare enormemente superiore. E anche in questo caso, l’invasione russa dell’Ucraina è servita come spinta verso una consapevolezza ulteriore.

La strategia dell’asymmetric warfare

Il risultato è un ecosistema in rapida espansione composto da produttori di droni, sviluppatori AI e aziende defense-tech che stanno cercando di trasformare Taiwan in quello che alcuni funzionari definiscono un hub dell’“asymmetric warfare”.

Questo cambiamento è visibile non soltanto nelle fabbriche, ma sempre più anche nella strategia industriale del governo. Il presidente Lai Ching-te ha indicato difesa, semiconduttori, intelligenza artificiale, tecnologie per la sicurezza e comunicazioni avanzate tra le priorità industriali di Taiwan. Sul pratico, questi settori stanno progressivamente convergendo attorno ai sistemi (di difesa) autonomi.

L’esperienza del campo di battaglia ucraino aleggia su molte delle conversazione. Manager, funzionari della Difesa e ingegneri taiwanesi citano ripetutamente il Mar Nero come dimostrazione del fatto che piattaforme autonome relativamente economiche possano imporre costi sproporzionati a una forza militare molto più grande.

I sea drones e la lezione ucraina

Al largo della costa pacifica di Taiwan, diverse aziende stanno già testando droni navali ispirati in parte alle operazioni ucraine contro la flotta russa nel Mar Nero. La piattaforma SeaShark sviluppata dalla Thunder Tiger – leader del settore – nasce esattamente da questa logica: velocità, scalabilità e produzione di massa.

Secondo l’azienda, il sistema può superare i 50 nodi, operare in ambienti GPS-denied e integrare diversi sistemi di comunicazione, inclusi collegamenti satellitari low-orbit e tecnologie frequency hopping. I dirigenti lo descrivono come una piattaforma modulare, capace di trasportare sistemi di sorveglianza, esplosivi o ulteriori droni.

Più importante della singola piattaforma, però, è la filosofia industriale che c’è dietro. “Usiamo leghe di alluminio e metodi di stampaggio che ci permettono di produrre questi sistemi molto rapidamente”, spiega Chi mentre presenta uno dei droni navali dell’azienda. Nei video mostrati ai visitatori, bracci robotici saldano gli scafi all’interno di impianti recentemente ampliati. La quantità conta quanto la sofisticazione tecnologica. “Nel settore dei droni, i numeri sono fondamentali”, osserva Chi. “Può diventare impossibile fermare milioni di droni contemporaneamente”.

La corsa industriale contro la Cina

Questa logica sta influenzando sempre più il pensiero strategico taiwanese. Da anni Washington spinge Taipei a ridurre la dipendenza da piattaforme convenzionali molto costose e a investire invece su capacità asimmetriche più adatte a contrastare una forza cinese superiore. I droni – aerei, navali e subacquei – occupano ormai una posizione centrale in questa strategia.

Le aziende taiwanesi stanno però cercando di risolvere anche un altro problema emerso sia con la guerra in Ucraina sia con l’aumento delle tensioni con Pechino: la supply chain.

Supply chain indipendenti

Nelle presentazioni della Thunder Tiger compare continuamente una formula: “Non-red supply chain”. Il significato è diretto. Taiwan sta cercando di ridurre o eliminare la dipendenza da componenti prodotti in Cina.

“Vuol dire che non utilizziamo componenti provenienti dalla Cina”, spiega Chi, facendo riferimento a controller, sistemi di propulsione, moduli energetici e componenti per le comunicazioni.

Questa impostazione avvicina Taiwan agli Stati Uniti, che stanno a loro volta cercando di ridurre la dipendenza dall’ecosistema industriale cinese dei droni dominato da aziende come DJI.

Guardando agli Usa

I dirigenti della Thunder Tiger descrivono apertamente il mercato americano come centrale per l’espansione dell’azienda. Il gruppo collabora già con partner statunitensi e afferma di fornire droni a entità governative americane, incluse strutture militari. La società ha ottenuto importanti certificazioni dal Pentagono, inclusa l’integrazione nella Blue UAS Cleared List del Dipartimento della Difesa americano con il drone FPV “Overkill”, diventato il primo UAV taiwanese approvato all’interno del programma.

Parallelamente, Thunder Tiger sta rafforzando la propria presenza industriale negli Stati Uniti attraverso un impianto produttivo e di assemblaggio in Ohio, pensato per realizzare motori aerospace-grade e servire direttamente il mercato militare americano. L’espansione americana passa anche dalle partnership tecnologiche. L’azienda collabora con la defense-tech company statunitense Shield AI per integrare il software autonomo Hivemind all’interno dei propri unmanned surface vessels, inclusa la piattaforma SeaShark 600, con l’obiettivo di sviluppare capacità di swarm autonomy e missioni coordinate tra droni.

Parallelamente, Thunder Tiger lavora anche con la software company americano-tedesca Auterion, specializzata in sistemi autonomi e AI per piattaforme unmanned. La collaborazione riguarda in particolare l’integrazione di sistemi di targeting AI-assisted e software operativi già utilizzati nei droni impiegati dall’Ucraina contro mezzi corazzati e asset navali russi.

Questa convergenza tra Taiwan e Stati Uniti riflette un obiettivo strategico condiviso: costruire sistemi unmanned e supply chain completamente privi di componenti cinesi.

Il costo del decoupling

Il decoupling tecnologico, però, ha un costo. L’ecosistema cinese dei droni – dominato da colossi come DJI – resta enormemente più grande, economico e verticalmente integrato rispetto a quello taiwanese. “Credo che la Cina abbia la tecnologia più avanzata nel settore dei droni”, ammette Chi, indicando la scala produttiva cinese e la maturità delle sue supply chain. “Taiwan ha ancora bisogno di qualche anno per recuperare”. Questo gap aiuta a spiegare perché Taiwan consideri sempre più la cooperazione con gli Stati Uniti e con altri partner una scelta strategica, oltre che commerciale.

Secondo i dirigenti della Thunder Tiger, sta crescendo anche l’interesse di Paesi del Sud-est asiatico come Filippine, Vietnam, Indonesia e India – Stati che stanno rafforzando i rapporti di difesa con Washington e allo stesso tempo cercano di ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi. “Nessuno di loro vuole componenti cinesi”, osserva un dirigente.

AI e guerra autonoma

L’intelligenza artificiale sta emergendo come un altro elemento centrale della strategia taiwanese sui droni. Diversi sistemi presentati durante la visita integrano già capacità autonome di targeting. Una delle loitering munitions mostrate ai giornalisti può agganciare autonomamente un bersaglio attraverso sistemi di guida AI-assisted dopo il lancio.

I dirigenti descrivono sempre più l’autonomia come la prossima fase della guerra. “Ci stiamo avvicinando molto”, dice Chi. “Le guerre saranno combattute dalle macchine”. Il linguaggio ricorda a volte più il futurismo della Silicon Valley che la manifattura tradizionale della difesa. Ma l’Ucraina ha reso queste discussioni molto meno teoriche. Le aziende taiwanesi studiano ormai quasi in tempo reale le lezioni emerse dal conflitto: tattiche FPV, attacchi navali autonomi, guerra elettronica, comunicazioni resilienti e sistemi di targeting automatizzati.

Il calcolo strategico di Taiwan

Il paragone con l’Ucraina ritorna continuamente nelle conversazioni con ingegneri e dirigenti. “Taiwan si trova in una situazione simile”, spiega Chi. “L’Ucraina affronta un Paese molto più grande. Taiwan vive una sfida dello stesso tipo”.

Per Taiwan, la questione strategica non riguarda più il fatto che i droni siano importanti. La vera domanda è se l’isola riuscirà ad aumentare abbastanza rapidamente la produzione, integrare i sistemi autonomi nella dottrina militare e costruire supply chain resilienti prima che le tensioni con Pechino si intensifichino ulteriormente.

All’interno delle fabbriche della Thunder Tiger, Taiwan sembra determinata a provarci.

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