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La pressione economica sull’Iran ha superato da mesi la soglia della sanzione. Dopo l’offensiva di fine febbraio e la chiusura dello Stretto di Hormuz decisa da Teheran, gli Stati Uniti hanno scelto lo strumento più antico e più esplicito: il blocco navale, avviato il 13 aprile, sospeso durante la tregua di giugno e ripristinato il 14 luglio con venti unità da guerra e la facoltà di fermare, dirottare o sequestrare qualsiasi nave diretta ai porti iraniani, a prescindere dalla bandiera. È un passaggio che merita di essere letto per quello che è: il ricorso alla forza fisica per ottenere un risultato che la coercizione finanziaria, da sola, non aveva prodotto.

Questo è il primo dato analitico. Le sanzioni contro l’Iran hanno funzionato sul piano economico — hanno eroso le entrate, complicato l’accesso ai circuiti internazionali, alimentato inflazione e svalutazione — senza produrre l’esito politico perseguito. I sistemi autoritari trasferiscono i costi sulla popolazione, restringono gli spazi di libertà e utilizzano la minaccia esterna come risorsa di legittimazione interna. Quando l’economia viene impiegata come arma, il danno provocato non coincide necessariamente con il risultato strategico. Il blocco navale è, in questo senso, l’ammissione implicita di un limite.

Ma la ragione di quel limite non riguarda soltanto la natura del regime di Teheran. Riguarda l’esistenza di un’infrastruttura economica capace di assorbire la pressione occidentale, e quell’infrastruttura ha un baricentro preciso. Circa il novanta per cento delle esportazioni petrolifere iraniane è diretto in Cina, e vi arriva quasi interamente attraverso le raffinerie indipendenti dello Shandong, le cosiddette teapot, che acquistano greggio scontato regolando i pagamenti in yuan e restando strutturalmente esposte in misura minima al sistema finanziario americano. Le imprese di Stato cinesi si tengono a distanza; il rischio sanzionatorio viene esternalizzato a un segmento privato che può permettersi di correrlo.

I numeri raccontano l’efficacia e insieme il soffitto di questo dispositivo. Le esportazioni iraniane avevano toccato un massimo di circa 1,8 milioni di barili al giorno a marzo, nel pieno dei raid; sono crollate a poco più di cinquecentomila nelle settimane immediatamente successive all’avvio del blocco, per poi assestarsi, secondo Kpler e Vortexa, intorno a 1,2 milioni, metà del livello di febbraio. Durante la sospensione di giugno una ventina di superpetroliere ha trasferito verso l’Asia orientale circa settanta milioni di barili, per un controvalore stimato in sei miliardi di dollari. Nella sola settimana successiva alla revoca della deroga americana del 7 luglio, secondo i dati di tracciamento, ulteriori dodici milioni di barili hanno attraversato Hormuz con i transponder disattivati.

È il motivo per cui il vero terreno di confronto non è più la sanzione sul destinatario formale, ma l’infrastruttura che ne permette l’aggiramento. Washington lo ha capito e ha spostato il tiro: designazione di cinque raffinerie indipendenti cinesi, tra cui l’impianto di Hengli Petrochemical a Dalian, con una capacità di lavorazione di circa quattrocentomila barili al giorno; estensione delle misure agli operatori dei terminali portuali dello Shandong e ai fornitori di servizi logistici; e, ad aprile, un’allerta formale dell’Ofac alle istituzioni finanziarie sul rischio di esposizione derivante dalle transazioni con quelle raffinerie. È la coercizione applicata non al bersaglio, ma alla rete che lo tiene in vita.

Anche qui, però, esiste un limite — e non è tecnico, è politico. Le sanzioni secondarie contro le grandi banche di Stato cinesi sono giuridicamente disponibili e non sono state attivate, perché il costo per la relazione complessiva tra Washington e Pechino è giudicato superiore al beneficio. Il risultato è un tetto di fatto: le esportazioni iraniane possono essere rese più costose, più lente, più rischiose, ma non azzerate. La misura della potenza americana non è la sua estensione teorica: è il punto in cui sceglie di fermarsi.

Ed è esattamente qui che la vicenda iraniana racconta soprattutto la strategia cinese. La forza di Pechino non risiede nella dimensione della sua economia, ma nella capacità di trasformare manifattura, commercio, logistica, credito e accesso alle materie prime in strumenti di influenza. La dipendenza economica non è un effetto collaterale dello sviluppo: è una componente della potenza nazionale. In questa prospettiva vanno letti anche gli squilibri interni cinesi, con la manifattura e le esportazioni sostenute mentre consumi, immobiliare e domanda interna restano fragili. L’Occidente vi legge una debolezza; sarebbe più prudente riconoscervi un’ambiguità. Una parte di quello squilibrio è fallimento strutturale, e Pechino non lo governa; ma la scelta di non correggerlo sacrificando capacità produttiva e controllo delle filiere è politica, e va valutata come tale.

Il caso più istruttivo è quello delle scorte. Secondo le stime rese pubbliche in marzo dalla commissione selezionata della Camera dei rappresentanti americana, la Cina ha accumulato una riserva strategica di circa 1,2 miliardi di barili, pari a quasi centodieci giorni di copertura delle importazioni via mare, costruita in larga parte a prezzi inferiori a quelli di mercato acquistando proprio i barili che la politica occidentale intendeva rendere invendibili. È la sintesi più esatta del paradosso: uno strumento pensato per privare di risorse l’avversario ha finanziato la resilienza energetica del competitore sistemico.

Sarebbe tuttavia un errore leggere Pechino come un alleato di Teheran o come un revisionista integrale. La Cina compra a sconto, investe poco, non offre garanzie di sicurezza e considera l’Iran un fornitore vantaggioso più che un partner. Soprattutto, la sua posizione è asimmetrica: è revisionista sull’ordine finanziario, dove costruisce metodicamente canali di pagamento alternativi, assicurazioni, intermediari e regolamenti non in dollari; è conservatrice sull’ordine marittimo, dove ha interesse opposto. Quando Teheran ha prospettato “privilegi speciali” di transito per i Paesi amici, Pechino non ha raccolto: il ministero degli Esteri ha continuato a definire Hormuz una via d’acqua internazionale e a chiedere il ripristino della libera navigazione. La ragione è evidente. Un precedente che legittimi la politicizzazione di uno stretto potrebbe essere applicato domani a Malacca, dove la Cina sarebbe la parte esposta. Riconoscere questa asimmetria non indebolisce l’analisi: la rende utilizzabile, perché indica dove Pechino è negoziabile e dove non lo è.

Non esiste ancora un sistema alternativo completo. Il dollaro resta dominante, i mercati occidentali rimangono decisivi, la Cina dipende dalla stabilità del commercio globale più di quanto ami ammettere. Ma la trasformazione procede per moltiplicazione delle possibilità, non per sostituzione. Ed è un processo che l’uso reiterato della centralità finanziaria americana accelera: più Washington impiega quell’arma, più fornisce a Pechino la motivazione strategica per costruire vie di fuga. Nel breve periodo le sanzioni danneggiano il Paese colpito; nel medio incentivano la creazione degli strumenti destinati a ridurne l’efficacia futura.

Per l’Europa questa sequenza è più di una lezione teorica: è un bilancio. L’Unione ha giocato la sua carta giuridica più forte con lo snapback delle sanzioni Onu, entrato in vigore il 28 settembre 2025 e recepito integralmente nel diritto europeo, fino al divieto — operativo dal 1° gennaio 2026 — di fornire servizi alle petroliere battenti bandiera iraniana. Russia e Cina ne contestano da allora la legittimità stessa, sostenendo che la risoluzione 2231 sia scaduta nell’ottobre 2025, e ancora in marzo il Consiglio di Sicurezza si è riunito senza accordo sul fatto che quelle sanzioni esistano giuridicamente. L’Europa ha ottenuto la norma e non l’applicazione: ha deciso un divieto marittimo senza disporre dello strumento marittimo per farlo valere, mentre l’interdizione reale la conduce la marina di un alleato secondo criteri che non ha concorso a definire.

Il resto del quadro conferma. Il Consiglio europeo del 19 marzo ha escluso ogni automatismo militare su Hormuz, rinviando l’ipotesi di iniziativa a quando “le condizioni saranno soddisfatte” e limitandosi al rafforzamento di Aspides e Atalanta. Sul fronte energetico la Commissione ha risposto con AccelerateEU, il coordinamento degli stoccaggi, il possibile rilascio di scorte e l’anticipo della revisione EtsS; ma è emerso che Bruxelles non dispone di dati aggiornati e comparabili sulle riserve di petrolio e di carburante avio, cioè non conosce con precisione la propria esposizione. E per sostituire i carichi bloccati nel Golfo, l’Unione ha aumentato gli acquisti di gas russo, smontando su un fronte l’architettura sanzionatoria che difende sull’altro. Non è ipocrisia: è la conseguenza meccanica di una politica di potenza esercitata senza i mezzi della potenza.

Non si tratta di immaginare un’equidistanza tra Washington e Pechino. L’Europa appartiene politicamente e strategicamente all’Occidente e la relazione transatlantica resta essenziale. Ma essere alleati non significa rinunciare alla capacità di decisione, e un’Europa debole non rafforza l’Alleanza atlantica: la rende più squilibrata. L’autonomia strategica smette di essere una formula solo quando si traduce in un numero limitato di capacità verificabili: riserve energetiche censite e gestite in comune, una capacità navale in grado di proteggere le rotte da cui dipende il continente, uno strumento anti-coercizione realmente utilizzato anziché esibito, e una mobilitazione del risparmio europeo verso gli investimenti industriali che oggi finanzia altrove. Il resto — l’elenco delle tecnologie critiche che ogni documento ripete da sette anni — senza queste condizioni non produce autonomia.

L’Iran è il caso visibile, la Cina il soggetto strategico. Ma la domanda finale riguarda l’Europa, e negli ultimi mesi ha ricevuto una risposta sgradevole: l’Unione ha adottato sanzioni che non può far rispettare, subito le conseguenze di un blocco che non conduce, e coperto il proprio fabbisogno energetico riaprendo un canale che aveva scelto di chiudere. Per troppo tempo ha creduto che la forza del mercato bastasse a garantirle un ruolo internazionale; oggi scopre che il mercato, senza potenza, resta esposto, e che la regolazione non sostituisce la strategia. La geoeconomia dei prossimi anni non sarà definita da chi possiede più ricchezza, ma da chi saprà sostenere le conseguenze delle proprie decisioni. L’Europa possiede ancora risorse, competenze e dimensione per farlo. Le manca la disponibilità a pagarne il prezzo.

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