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La giustizia penale può rientrare nella dimensione del confronto tra grandi attori statali e sovrastatali? Apparentemente sì, applicata in modo pubblico e visibile. “La Russia e i suoi servizi fanno cose finché glielo permettiamo. Non possiamo impedirgli di provarci, non possiamo fermarli… ma possiamo rendere queste operazioni il più difficili e costose possibile”. A parlare è Harrys Puusepp, funzionario del servizio di sicurezza interno estone (Kapo), che nelle sue dichiarazioni rilasciate al quotidiano britannico Financial Times evidenzia come il valore deterrente dei tribunali pesi (e non poco) nelle dinamiche ibride che contrappongono Mosca agli attori europei.

In primis in funzione del concetto di signalling. Le condanne, soprattutto se pubbliche, inviano messaggio chiaro sia a Mosca che ai potenziali reclutati sui possibili rischi legati al commettere atti ostili. E i risultati si vedono: “Abbiamo informazioni confermate che dimostrano che questo ha scoraggiato gli attori che la Russia cerca di reclutare”, ha spiegato Puusepp, invitando anche i partner europei a tenere simili comportamenti.

Un invito che trova origine nelle statistiche e negli eventi di cronaca. Negli ultimi due anni, i servizi di sicurezza europei si sono confrontati con un aumento costante di operazioni riconducibili alla Russia, dagli incendi dolosi agli atti vandalici, sabotaggi, dalla disinformazione al supporto logistico per operazioni di spionaggio. Quasi tutti condotti attraverso il reclutamento di individui marginalizzati, spesso tramite social media o reti criminali.

Tale modalità operativa rende la minaccia difficile da contrastare. E anche le risposte sono state alquanto diverse, con paesi come Estonia e Polonia che hanno adottato un approccio più aggressivo, mentre altrove è prevalsa una linea più prudente. Come ad esempio nel Regno Unito, dove alcuni attacchi attribuiti a circuiti legati alla Russia sono stati perseguiti come semplici incendi dolosi, senza qualificazioni legate allo spionaggio, nonostante i sospetti dei servizi. In altri Paesi, secondo fonti della sicurezza europea, pesa il timore di provocare una reazione da parte di Mosca. A influenzare questa scelta sarebbe anche una cultura radicata dei servizi occidentali, che tendono a privilegiare la sorveglianza e l’infiltrazione rispetto all’arresto immediato. Tuttavia, in un contesto di guerra ibrida diffusa, questo approccio rischia di rivelarsi insufficiente.

Per Puusepp, il punto è agire prima che la minaccia si consolidi ulteriormente. “È importante intervenire presto, così che non si sviluppi in qualcosa di peggiore… Non possiamo sottovalutare l’importanza degli strumenti legali”. Approfittando anche per sottolineare un nodo politico più ampio: “La Russia guarda all’Europa come a un’unica area operativa”, ha avvertito Puusepp, implicando che senza una risposta coordinata le differenze tra i Paesi europei rischiano di trasformarsi in vulnerabilità.

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