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Per l’Iran, marzo avrebbe dovuto segnare una svolta di immagine e di sostanza. L’apertura del nuovo complesso di lancio di Chabahar e una serie di missioni orbitali puntavano a mostrare continuità tecnologica e ambizione politica. La ripresa degli attacchi di Stati Uniti e Israele ha però cambiato lo scenario e ha riportato lo spazio dentro la logica della vulnerabilità, dove la linea tra programma civile e posture militari si assottiglia.

Razzi, satelliti e stazioni di terra

Secondo Bloomberg, Chabahar, descritto come il più grande complesso della regione, avrebbe dovuto accompagnare entro metà mese il lancio di quattro satelliti. Tra questi era previsto l’avvio di una rete di internet satellitare intitolata a Qassem Soleimani, l’ex comandante dei Guardiani della rivoluzione ucciso nel 2020 in un’operazione autorizzata dal presidente americano Donald Trump. Per Washington pesa la somiglianza tra lanciatori e missili, anche per il ruolo dei Guardiani nelle attività spaziali. Teheran intanto ha spinto sull’osservazione della Terra. A dicembre un razzo russo ha messo in orbita tre satelliti iraniani, incluso quello indicato come il più grande e avanzato per capacità di imaging. Nel mirino potrebbero finire anche Salmas e Chenaran, nuove stazioni di terra dedicate alla flotta ottica, presentate dall’agenzia spaziale come essenziali per accesso ai dati e controllo delle operazioni.

Il segnale come terreno di scontro

La pressione non riguarda solo rampe e vettori. Bloomberg osserva che, dopo l’avvio dei raid, il governo ha provato a isolare i cittadini spegnendo internet, ma questa volta l’uso di terminali Starlink è apparso più diffuso, perché il sistema di SpaceX non sarebbe stato bloccato in modo efficace. Ahmad Ahmadian, della nonprofit Holistic Resilience, ha detto che sarebbero stati colpiti data center e strutture legate a cyber guerra e propaganda. Bloomberg riporta che i prezzi dei terminali in Iran sono saliti fino a 4.000 dollari, contro 700-1.000 prima degli attacchi di giugno, mentre negli Stati Uniti si parla di 349 dollari. Resta aperto il dossier all’International telecommunication union, dove l’Iran da tempo cerca sponde internazionali per fermare Starlink e il Radio regulation board ha detto di aver “preso nota con grave preoccupazione” del fatto che il servizio risulti accessibile nel Paese senza autorizzazione. In questo quadro il conflitto investe anche le reti che permettono di comunicare e coordinarsi, perché per Teheran la disponibilità di un segnale non controllato restringe i margini di sovranità e sposta una parte del controllo oltre i confini nazionali.

Da Chabahar a Starlink, infrastrutture e controllo dei dati entrano nel conflitto

Nel pieno delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, il programma spaziale di Teheran passa da vetrina tecnologica a possibile punto di pressione. Il nuovo polo di Chabahar, i satelliti e le stazioni di terra diventano tasselli sensibili tra osservazione e sicurezza. Sullo sfondo, Starlink riapre il tema del controllo dell’informazione, tra blackout, costi in impennata e contenzioso all’International telecommunication union

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