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L’Europa studia un piano per difendersi da attacchi esterni in uno scenario in cui Washington abbia ritirato le proprie truppe dal continente. Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela gli sforzi di alcuni funzionari europei, con la Germania in un ruolo di leadership, per costruire quella che potrebbe definirsi una “Nato europea”: non un’architettura rivale a quella esistente, ma un meccanismo per mantenere una deterrenza credibile, fondata su capacità operative convenzionali solide e su una componente nucleare europea, qualora gli Stati Uniti non possano o non vogliano difendere i propri partner, come il presidente statunitense Donald Trump ha più volte minacciato di fare.

L’idea non è nuova. Vertici europei e statunitensi avevano già affrontato il tema in passato, spesso in forma informale, senza mai tradurlo in impegni concreti. A cambiare il passo ci hanno pensato le tensioni sul dossier Groenlandia e sulla questione di Hormuz, che hanno spinto i governi europei ad accelerare i lavori in piena autonomia. È la prima volta che un simile processo prende forma senza essere innescato (né tantomeno guidato) da Washington.

A fare la differenza è soprattutto il cambio di postura di Berlino, che per decenni si è mostrata restia a qualsiasi ipotesi di autonomia strategica europea, preferendo puntare unicamente sul legame transatlantico. Oggi invece la Germania guidata da Friedrich Merz sembra pronta ad assumere un ruolo guida nella ridefinizione degli equilibri interni all’Alleanza, aprendo la strada a una progressiva “europeizzazione” delle sue strutture operative. Una trasformazione che, nelle parole del ministro della Difesa Boris Pistorius, resta pienamente inscritta nella cornice atlantica: “la Nato è insostituibile sia per l’Europa che per gli Stati Uniti”, afferma il politico tedesco, specificando poi che “è chiaro che noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra difesa, e lo stiamo facendo”. Con l’obiettivo di rendere l’Alleanza “più europea per restare transatlantica”.

Parole che suggeriscono uno die punti più critici del processo, ovvero l’evitare che questo rafforzamento europeo venga percepito come un’alternativa o, peggio, una sfida agli Stati Uniti in un momento particolarmente delicato tra partner transatlantici. Non a caso anche altri leader si sono espressi per cercare di evitare dissidi di sorta. Tra questi c’è il presidente finlandese Alexander Stubb, considerato come una delle personalità europee più idonee al ruolo di interlocutore con Trump, il quale ha detto che “la cosa più importante è capire che questo processo è già in atto e farlo in modo gestito e controllabile, invece che assistere a un ritiro rapido” da parte degli Usa. Un equilibrio sottile, che riflette la consapevolezza europea di dover costruire maggiore autonomia senza rompere il legame che, ancora oggi, resta comunque il pilastro della sicurezza del continente.

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