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Non è elegante l’autocitazione, lo so, ed è antipatico lasciar gocciolare qualche schizzo di autobiografismo nell’articolo, a meno di non essere Bruno Vespa, Aldo Cazzullo o Paolo Mieli, impegnati ad incarnare il ruolo di aedi della Storia nazionale. Io farò di meno, però: un lieve peccato, di indole assolutamente veniale, ma solo per riportare a chi legge un dato statistico significativo. Stamattina ho richiamato all’implacabile memoria del mio pc la voce “legge elettorale” nell’elenco dei miei scritti non scientifici.

Ebbene, nel periodo tra il 2016 e il 2025 ho trovato 21 articoli dedicati al fatidico tema. Va bene che la cosa m’interessa anche per ragioni di studio, ma, visto che ogni scritto ha a che fare con l’attualità politica, risulta chiaro che l’ultimo decennio è stato attraversato da una compulsione fuori misura sulle possibili manomissioni della regola elettorale, del tutto coerente, peraltro, con le performance dell’ultimi 33 anni. Una vera e propria mania quelle che ha portato tra il 1993 e il 2017 a cambiare quattro leggi elettorali: primato mondiale.

Ma, ovviamente, non è finita qui: dopo il crash del governo con il voto referendario e l’ineluttabile incompiuta degli altri irrinunciabili impegni di governo su temi come l’autonomia differenziata, il premierato e il ponte sullo Stretto, la riforma elettorale si raffigura come estrema possibilità per la Meloni di piantare una “bandierina istituzionale”, visto che per approvare la più importante legge della democrazia rappresentativa in Italia basta solo il voto dei parlamentari della maggioranza di governo. Alla faccia della regola condivisa. Infatti, la ragione della ricca polluzione di riforme sgangherate che ha registrato la Seconda Repubblica (seguita e superata anche dalla Terza, tuttora in via di svolgimento), è proprio questa: se ho la maggioranza di governo mi posso fare la legge su misura per ridurre un danno elettorale temuto, e comunque per darmi un’aiutino.

Gli americani, che coi pensieri astratti hanno qualche problema, hanno battezzato le manomissioni dei collegi elettorali con un termine coloratissimo: “Gerrymandering”, che vuol dire “Gerry la salamandra”, dal nome del senatore Gerry che ridisegnò il suo collegio elettorale facendoci rientrare i quartieri a lui favorevoli e ed espungendo quelli che gli si opponevano. Da noi, però, i collegi uninominali non ci saranno perché secondo l’impianto della riforma elettorale del governo, verrà espunta la parte maggioritaria, per lasciare tutto proporzionale a liste bloccate. In verità se c’è una cosa di senso in questa proposta è proprio l’eliminazione dei collegi che peraltro nella legge in vigore non c’entrano un beneamato con il valore personale del candidato – il cosiddetto intuitus personae – perché il voto non è disgiunto dal proporzionale. Insomma: chi vota oggi una lista bloccata in alleanza vota automaticamente il candidato della coalizione nell’uninominale. Togliendo questo artificio che serve ad elargire candidature seguite da elezione ai piccoli partiti che sono sotto il 3 per cento, ogni lista si dovrà dare da fare per conto suo. Insomma: ognuno porta a casa parlamentari in proporzione ai voti che prende.

Le parti meno accettabili della riforma, però, sono parecchio indigeste: intanto viene attribuito un premio di maggioranza abnorme: se una coalizione supera il 40% si porta a casa un di più di 70 eletti alla Camera e di 35 al Senato: un premio pari al 17,5% per chi rappresenta non la maggioranza del Paese ma solo la più grande minoranza. Peraltro, con la partecipazione al voto così svogliata rischia di essere un premio alla più grande minoranza della metà degli italiani. Non va bene. E non andrebbe bene neanche se le opposizioni, magari galvanizzate dal risultato referendario, dovessero mostrare qualche indulgenza ad un premio spropositato.

La seconda insopportabile parte della ipotetica nuova legge è il permanere dell’ingiuria delle liste bloccate, un vero furto di democrazia che omertosamente tutti i partiti continuano a compiere, anche quando fanno finta di condividere la preoccupazione di una divaricazione verso l’incolmabilità tra ceto politico e cittadinanza. Certo, il primo ostacolo per un ritorno alla civiltà della politica è rappresentato dai parlamentari in carica, una fascia di politici che non ha mai conosciuto il rapporto con il corpo elettorale, cooptati dal capo per ragioni per lo più “esoteriche” (nel senso di celate alla vista dei più…).

A votare le nuove leggi, infatti, sono i parlamentari eletti con le liste bloccate e, se qualcuno dovesse nutrire qualche dubbio sull’inclinazione al suicidio politico di massa di 400 deputati e 200 senatori, forse, dico forse, l’azzeccherebbe. Questo, però, non vuol dire che non debba essere denunciato questo vulnus che si mette con atteggiamento di sfida di fronte al l’art.67 della Costituzione che vieta il mandato “imperativo” per l’eletto. Più imperativo del mandato conferito non dagli elettori col voto di preferenza o col collegio uninominale, ma dalla lista dei coptandi compilata, appunto, dall’imperatore del Partito, che cosa c’è? Andiamo così verso la quinta manomissione elettorale in 33 anni. Bravi, manteniamo la media. A proposito: per me articolo n.22.

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