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Sarà che l’aver perso il Canale di Panama brucia ancora. O più realisticamente che l’economie in via di sviluppo non hanno ancora generato i necessari anticorpi. Fatto sta che la Cina si sta ancora una volta infilando sotto le lenzuola dell’Africa. Film già visto per certi versi. Sono almeno una quindicina di anni, infatti, che Pechino permea costantemente il continente, le sue infrastrutture, le sue finanze. I risultati sono fin troppo noti, più volte raccontati da questo stesso giornale. Adesso però l’obiettivo sembra stringersi. Più che strade, ponti, gallerie, ferrovie, adesso sono i porti la nuova frontiera della penetrazione cinese in Africa. Un rapporto dell’Africa centre for strategic studies smaschera il Dragone.

“L’Africa occupa una posizione geostrategica cruciale lungo i corridoi marittimi globali che collegano Asia, Europa e Americhe. Per la Cina, l’accesso a queste rotte rappresenta una priorità sia economica che strategica. E per questo la stessa Cina ha creato nuovi corridoi marittimi che collegano i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai, e le adiacenti zone di libero scambio pilota. Queste rotte si aggiungono alle decine di linee dirette tra i porti africani e cinesi , a testimonianza della crescente integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate su Pechino”, è la premessa del documento.

“La Cina si è progressivamente integrata nei sistemi che sono alla base delle attività marittime africane. L’integrazione negli ecosistemi marittimi africani va ben oltre la costruzione di porti, dal momento che il Dragone è oggi un importante finanziatore e gestore delle infrastrutture stradali, ferroviarie e logistiche africane collegate a questi porti, intrecciando strettamente le reti commerciali africane con quelle cinesi. Sistemi che includono software per le operazioni portuali, automazione, intelligenza artificiale e tecnologie di sicurezza informatica”. Ecco però il rovescio della medaglia.

“Questi vantaggi, tuttavia, sono accompagnati da notevoli vulnerabilità, tra cui l’eccessiva dipendenza per l’Africa da infrastrutture marittime costruite o finanziate dalla Cina e dalle relative tecnologie. Talvolta, tali accordi espongono i Paesi africani a un indebitamento insostenibile. Senza considerare che le aziende cinesi acquisiscono costantemente influenza su infrastrutture strategicamente importanti attraverso partecipazioni azionarie, contratti di locazione a lungo termine o accordi di gestione operativa”. Non è tutto. “La crescente attività militare cinese nei porti a duplice uso, che servono sia a scopi commerciali che navali, potrebbe inoltre coinvolgere i Paesi africani in rivalità geostrategiche e minare gli sforzi africani volti a diversificare le proprie partnership in materia di sicurezza”.

Insomma, in buona sostanza “l’eccessiva dipendenza da infrastrutture fisiche, come quelle portuali, e digitali costruite e finanziate dalla Cina può limitare la concorrenza interna, sottrarre entrate indispensabili, sollevare preoccupazioni in materia di dati e sicurezza e potrebbe anche ridurre la flessibilità politica e il potere contrattuale, soprattutto quando i paesi non regolamentano le proprie abitudini e strategie di indebitamento”. La buona notizia è che alcuni governi africani hanno iniziato a reagire, specialmente sul versante della pesca, altra testa di ponte cinese. “Il Ghana sospende regolarmente le licenze dei pescherecci cinesi coinvolti nel trasbordo illegale e nella pesca di esemplari giovani. Il Senegal e il Gambia hanno inasprito le sanzioni e ampliato i pattugliamenti, mentre Guinea, Guinea-Bissau e Sierra Leone hanno fermato imbarcazioni attraverso operazioni congiunte con organizzazioni non governative internazionali”.

Ma lo sforzo di pochi potrebbe non bastare. “L’Africa si trova ad affrontare una tensione fondamentale derivante dal crescente coinvolgimento della Cina nei porti, nei corridoi commerciali e nelle reti marittime africane: l’ampliamento delle capacità può portare benefici economici, ma comporta anche il rischio di una riduzione dell’autonomia sulle infrastrutture critiche, nonché di una modifica delle norme di governance e regolamentari. Per mantenere la sovranità su queste infrastrutture i governi africani dovrebbero far rispettare le leggi nazionali esistenti che garantiscono il controllo sovrano sulle loro operazioni portuali e commerciali, emanarne di nuove se necessario ed evitare accordi che minino la loro autonomia politica o limitino la loro capacità di diversificare le partnership esterne”. Succederà?

Dalle ferrovie ai porti. La nuova avanza cinese in Africa si sposta sul mare

Orfano, almeno per il momento, del canale di Panama, ora il Dragone torna a infilarsi nei gangli delle economie africane. Scegliendo come obiettivo il sistema portuale e il commercio marittimo. Ecco cosa scrivono gli analisti dell’African centre for strategic studies

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