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Da trent’anni ci raccontiamo la favola del bipolarismo come garanzia di chiarezza. La realtà è l’opposto. Dentro i due schieramenti convivono forze che, per cultura politica e pratica di governo, rappresentano una posizione e il suo contrario. Accade nel centrodestra come nel centrosinistra. Non si tratta di sfumature, ma di fratture su economia e politiche di bilancio, su lavoro e fisco, su Europa e alleanze internazionali. Con queste contraddizioni strutturali è impossibile imprimere coerenza e vigore all’azione politica. E quando quelle stesse alleanze sono chiamate a governare, l’ambiguità diventa paralisi.

Lo scenario, dal livello locale a quello globale, è troppo complesso per essere affrontato con coalizioni assemblate per necessità aritmetica. Guerra economica, transizione tecnologica, competizione tra potenze, fragilità finanziarie: tutto richiede scelte nette. Invece continuiamo a galleggiare. Ora si parla di riforma della legge elettorale. Ma ciò che affiora somiglia a un maquillage: un proporzionale annacquato, premi di maggioranza cuciti con listini bloccati, preferenze negate per affidare ai capo partito la scelta dei suoi cacicchi. Dalla zuppa al pane bagnato. Una perfetta legge del Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare nulla. Si invoca la stabilità come un mantra, senza affrontare la vera causa dell’instabilità: milioni di cittadini convinti che il loro voto non serva a cambiare nulla e che i candidati non li rappresentino.

L’astensione ha raggiunto livelli inquietanti, fino a lambire, e talvolta superare, il 50%. È una lenta asfissia democratica, silenziosa come il monossido di carbonio. Il risultato elettorale resta formalmente valido, metà dei votanti più uno, ma la politica perde legittimazione e forza morale. Alla ferita delle liste bloccate si è aggiunta l’eterogeneità incompatibile delle coalizioni. Non è un accidente che forze come M5S e Lega abbiano governato insieme e continuino a condividere pilastri politici. È la dimostrazione plastica che il bipolarismo coatto ha prodotto alleanze artificiali, funzionali solo alla competizione elettorale, non alla qualità del governo. Un veleno per la governabilità, proprio mentre l’Italia avrebbe bisogno di scelte solide per sostenere l’evoluzione federale dell’Europa, rafforzarne la sovranità condivisa e consolidare l’alleanza atlantica con tutti i suoi doveri.

Pd e FdI, perni dei due poli, dovrebbero prendere atto che tenere insieme tutto e il contrario di tutto, pur di presidiare una coalizione che non sta in piedi, logora la credibilità prima ancora che i consensi. Non è sommando sigle che si costruisce una visione. Più un sistema proporzionale si esprime senza impaludamenti e senza trucchi, più restituisce agli elettori il diritto di scegliere senza filtri chi somiglia loro per cultura politica. Solo così si possono formare maggioranze omogenee sui nodi decisivi: politiche di bilancio ed economiche rigorose, la convinzione che i diritti discendano dai doveri, un’Europa capace di restituire sovranità sottratta dai grandi Stati, dalla finanza e dalle big tech; il rilancio delle nostre storiche alleanze strategiche.

La governabilità non nasce da premi di maggioranza o da artifici regolamentari. Nasce dal recupero di un elettorato oggi disperso e dalla coerenza delle coalizioni su un comune orizzonte di responsabilità. Il resto è solo gattopardismo: cambiare tutto per non cambiare nulla.

Il ritorno al voto degli elettori garantisce la governabilità. L'opinione di Bonanni

La governabilità non nasce da premi di maggioranza o da artifici regolamentari. Nasce dal recupero di un elettorato oggi disperso e dalla coerenza delle coalizioni su un comune orizzonte di responsabilità. Il resto è solo gattopardismo: cambiare tutto per non cambiare nulla. Il commento di Raffaele Bonanni

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