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Si parla molto di crisi della democrazia come se fosse un destino inevitabile delle istituzioni liberali. In realtà questa crisi oggi ha anche un nome e un cognome: quello del presidente degli Stati Uniti e delle sue scelte su commercio, clima, migrazioni e politica internazionale. Fermarsi però alla figura del leader sarebbe un errore. Il vero problema è che l’attuale ecosistema politico, mediatico e digitale tende a premiare proprio quel tipo di leadership.
Un episodio apparentemente marginale lo mostra bene: l’immagine generata con intelligenza artificiale che ritrae Donald Trump vestito da papa e pubblicata dallo stesso Trump mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla morte di Papa Francesco. Non è solo folklore.

È la cifra di una politica costruita sulla capacità di catturare continuamente l’attenzione, anche quando il centro della scena dovrebbe essere altrove. La politica diventa così una calamita permanente di visibilità. Negli ultimi anni numerosi studi hanno analizzato come l’opinione pubblica percepisce i tratti di personalità di Trump. Alcuni utilizzano modelli psicologici come i Big Five o la cosiddetta Dark Triad, narcisismo, machiavellismo e psicopatia subclinica, per descrivere leadership molto dominanti e conflittuali. Il dato interessante non è tanto stabilire se un leader possieda davvero questi tratti, ma capire perché una parte significativa dell’elettorato li consideri una qualità piuttosto che un limite.

Su questo terreno si inserisce anche il dibattito psichiatrico. Mary L. Trump, nipote del presidente e psicologa clinica, ha sostenuto che il comportamento dello zio derivi da una struttura di personalità segnata da narcisismo estremo e scarsa empatia, sviluppata all’interno di una famiglia che lei descrive come fortemente disfunzionale e dominata dalla figura del padre Fred Trump. In alcune interviste ha persino ipotizzato segnali di possibile declino cognitivo. Tuttavia queste affermazioni restano interpretazioni personali e non diagnosi cliniche.

Diversi psichiatri hanno discusso ipotesi simili, parlando ad esempio di narcisismo patologico, impulsività o tratti antisociali — ma la comunità scientifica sottolinea un limite metodologico fondamentale: la cosiddetta Goldwater Rule. Questa norma etica impedisce agli psichiatri di diagnosticare pubblicamente una persona senza averla esaminata direttamente. Per questo motivo molte analisi restano ipotesi basate su comportamenti pubblici e non conclusioni mediche.

Il punto centrale, quindi, non è stabilire una diagnosi psicologica del leader. Il vero problema è che l’attuale economia dell’attenzione premia contenuti ad alta intensità emotiva. Gli algoritmi delle piattaforme digitali non sono progettati per favorire moderazione e complessità, ma per massimizzare l’engagement. Indignazione, provocazione e polarizzazione generano interazioni, e le interazioni generano visibilità. In questo contesto la politica tende a trasformarsi in conflitto permanente. Lo stesso schema si è visto nella Brexit: una campagna costruita su semplificazioni radicali e amplificata dai social media, capace di trasformare una decisione tecnica in uno scontro identitario.

Il problema dunque non è che esistano leader con tratti fortemente narcisistici o dominanti: figure simili sono sempre esistite nella storia. La novità è che l’architettura informativa contemporanea le rende più competitive. In un clima di sfiducia verso le istituzioni, la trasgressione può apparire come autenticità, la provocazione come forza contro un sistema percepito come ipocrita. Per questo la crisi della democrazia non riguarda solo una leadership, ma l’intero ecosistema informativo e politico che la seleziona e la amplifica. Se il problema fosse solo un uomo, basterebbe attendere il prossimo ciclo elettorale. Ma se il problema è la macchina che premia quel tipo di leadership, allora la questione è molto più profonda.

Non solo Trump, chi e perché premia i leader dominanti e conflittuali. L'analisi di Becchetti

La crisi della democrazia non riguarda solo una leadership, ma l’intero ecosistema informativo e politico che la seleziona e la amplifica. Se il problema fosse solo un uomo, basterebbe attendere il prossimo ciclo elettorale. Ma se il problema è la macchina che premia quel tipo di leadership, allora la questione è molto più profonda. Il commento di Leonardo Becchetti

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