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Donald Trump ha autorizzato una nuova serie di attacchi contro l’Iran mentre si trovava ad Ankara per il vertice della Nato, dopo che Teheran aveva colpito tre navi commerciali transitate nello Stretto di Hormuz senza seguire la rotta indicata dalle autorità iraniane.

La decisione è arrivata al termine di una riunione con alcuni dei principali esponenti dell’amministrazione e della sicurezza nazionale americana presenti in Turchia, come parte della delegazione statunitense al vertice dell’Alleanza Atlantica. Il Comando Centrale del Pentagono ha annunciato di aver colpito oltre 80 obiettivi, tra sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, radar costieri, capacità missilistiche antinave e più di 60 imbarcazioni dei Guardiani della Rivoluzione. Secondo un funzionario americano, l’operazione è stata quattro o cinque volte più ampia dei precedenti attacchi condotti nell’area dieci giorni prima. Dietro c’è anche un messaggio.

La nuova escalation racconta la difficoltà (e forse il nervosismo) nella quale si trova il presidente americano. Trump deve dimostrare che Washington è pronta a rispondere a ogni provocazione iraniana e di essere in grado di fornire garanzie di protezione alla navigazione commerciale attraverso Hormuz. Allo stesso tempo, ha sempre meno spazio politico per sostenere un conflitto prolungato.

A meno di quattro mesi dalle elezioni di MidTerm, un sondaggio del Financial Times uscito due giorni fa ha mostrato che il 58% degli elettori registrati ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto. Il 44% considera che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti di Teheran, contro il 31% che ritiene Washington più forte.

I nuovi attacchi americani mostrano quanto sia difficile conciliare queste due pressioni con lo stato di quiete apparente. Più Trump cerca di dimostrare l’efficacia della forza militare, maggiore è il rischio di alimentare il conflitto dal quale avrebbe interesse politico a uscire rapidamente.

Il memorandum d’intesa raggiunto tra Washington e Teheran meno di tre settimane fa avrebbe dovuto ripristinare la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz e aprire la strada ai negoziati sul nucleare. Gli attacchi iraniani contro le navi commerciali, seguiti dall’importante (parola di CentCom) rappresaglia americana e dalla promessa di una “risposta schiacciante” da parte di Teheran, hanno rapidamente riaperto il ciclo dell’escalation – sebbene senza rompere de iure la tregua.

È proprio la durata del confronto a rappresentare un problema crescente per Trump. La Casa Bianca ha chiesto al Congresso di autorizzare 67 miliardi di dollari di nuove spese per coprire i costi sostenuti finora, mentre il conflitto ha contribuito all’aumento dei prezzi della benzina e di altri beni di consumo.

Il consenso del presidente è sceso al 36%. Tra gli indipendenti, un gruppo decisivo per gli equilibri elettorali, l’approvazione è precipitata di otto punti in un mese, al 21%. Conseguenza: i Democratici hanno portato a sei punti il vantaggio sui Repubblicani nelle intenzioni di voto per il Congresso.

Trump si trova così davanti a un dilemma che riguarda tanto Teheran quanto Washington. La superiorità militare americana – innanzitutto quella tecnologica, dimostrato più di ogni altra cosa con l’uso dell’AI per la tergettizzazione – consente agli Stati Uniti di infliggere costi significativi all’Iran. Non garantisce però che Teheran interrompa le proprie azioni né che gli elettori americani considerino sostenibile una successione indefinita di attacchi e rappresaglie.

La tensione con gli alleati europei, che aggiunge un ulteriore elemento di difficoltà, è riflesso della situazione. Durante un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, Trump ha detto di aver considerato la possibilità di non partecipare al vertice Nato e non ha escluso ulteriori riduzioni della presenza militare americana in Europa. Il presidente ha accusato in particolare Regno Unito, Francia, Germania e Italia di non aver fatto abbastanza per sostenere la guerra contro l’Iran. La questione, secondo fonti informate, è tra quelle allea base dello scontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La critica rivela uno dei paradossi della strategia americana. Trump avrebbe voluto condividere con gli alleati una parte maggiore dello sforzo contro Teheran. Il loro rifiuto di partecipare formalmente alla campagna ha lasciato Washington maggiormente esposta ai costi militari, economici e politici del conflitto, alimentando allo stesso tempo la tradizionale diffidenza del presidente verso la Nato.

Il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha però offerto una lettura diversa. Alla vigilia del vertice ha ricordato in più occasioni che la cooperazione con gli alleati e l’utilizzo delle basi europee hanno sostenuto quasi 5.000 sortite americane durante le operazioni contro l’Iran tra febbraio e aprile. In altri termini, gli alleati hanno fornito un contributo operativo significativo, pur mantenendo una distanza politica da un intervento percepito come non riconducibile a un quadro di difesa collettiva.

La divergenza mostra due concezioni differenti del valore dell’Alleanza. Trump sembra misurare il contributo degli alleati anche (o meglio, soprattutto?) attraverso la loro disponibilità a combattere al fianco degli Stati Uniti. Gli europei rivendicano invece di aver garantito il sostegno logistico e strategico necessario alla proiezione della potenza americana, senza assumere un coinvolgimento formale nella guerra.

Anche su questo terreno, il sondaggio del FT aiuta a chiarire il quadro. Da un lato, la maggioranza degli americani considera la guerra contro l’Iran troppo costosa; dall’altro, il 53% degli elettori vuole che gli Stati Uniti restino nella Nato, contro il 23% favorevole a un’uscita.

I due dati suggeriscono che il problema non sia necessariamente un ritorno dell’isolazionismo americano. Gli elettori sembrano distinguere tra il mantenimento delle alleanze e la partecipazione a conflitti dai risultati incerti. Vogliono che gli Stati Uniti conservino il proprio ruolo internazionale, ma appaiono meno disponibili a sostenerne i costi quando l’uso della forza non produce rapidamente un risultato politico riconoscibile.

Trump sembra trovarsi nella posizione opposta rispetto alle collettività statunitense. L’assenza di un maggiore coinvolgimento degli alleati nella guerra rafforza il suo risentimento verso la Nato, mentre la crescente opposizione interna al conflitto aumenta la pressione per ridurre l’esposizione americana.

La crisi iraniana sta così mettendo alla prova due elementi centrali della politica estera del presidente. Da una parte, la convinzione che la forza militare possa costringere gli avversari a negoziare da una posizione di debolezza, in linea con il mantra del “peace through strength”. Dall’altra, la promessa di evitare che gli Stati Uniti restino intrappolati in guerre lunghe e costose sostenute soprattutto da Washington – le “endless war” contro cui ha movimentato la campagna elettorale nel suo primo mandato.

I nuovi raid nello Stretto di Hormuz mostrano quanto sia difficile conciliare le due cose. Trump deve continuare a usare la forza per dimostrare che la strategia contro Teheran funziona, ma deve chiudere rapidamente il conflitto per evitare che il suo costo pesi ulteriormente sulle MidTerm. A quattro mesi dal voto, il problema per il presidente non è più soltanto stabilire se la pressione militare riuscirà a cambiare il comportamento dell’Iran. È capire per quanto tempo gli elettori americani saranno ancora disposti a pagarne il prezzo. E sul fronte alleati il quadro è altrettanto chiaro: nessuna disponibilità a condividere i costi. Nei prossimi dodici mesi diversi paesi europei andranno al voto e, in questo contesto, un allineamento troppo stretto a Trump è politicamente rischioso. Anche perché, secondo gli ultimi dati di maggio, l’approval del presidente Usa in Europa resta stabilmente sotto il 20%.

(Foto: X, @WhiteHouse)

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