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Qualcuno strabuzzerà gli occhi. E forse avrà anche ragione. La Cina chiede ai suoi costruttori di auto di non esagerare con la concorrenza sleale che ha mandato in crisi i produttori europei, a cominciare da Volkswagen. La faccenda è nota. L’industria cinese, pompata a suon di sussidi statali, non ha praticamente rivali, dal momento che può applicare all’estero prezzi stracciati compensando le minori entrate con i soldi ricevuti da Pechino. Ne sanno qualcosa in Germania, ma anche in Italia e in Francia. Eppure dal ministero del Commercio cinese è partito uno strano ordine, racchiuso in un documento di 20 pagine.

Pechino ha infatti ordinato alle case automobilistiche e ai fornitori di componenti cinesi di astenersi dall’offrire forti sconti sui mercati esteri. Come a dire, di cominciare a giocare secondo le regole. Il precedente ha un suo peso, anche politico. Per la prima volta, autorità di massimo livello hanno pubblicato delle linee guida che mirano a regolare le attività delle case automobilistiche cinesi all’estero, con l’obiettivo di migliorarne la competitività globale. Indicazioni che “mirano a promuovere uno sviluppo sano e a lungo termine dell’industria automobilistica cinese nei mercati internazionali”, si legge nel comunicato del ministero. Dunque a far si che i costruttori cinesi rientrino nell’alveo della sana concorrenza.

Insomma, secondo Pechino le case automobilistiche dovrebbero evitare frequenti e consistenti fluttuazioni di prezzo che potrebbero danneggiare gli interessi dei consumatori e l’immagine del marchio. Le aziende dovrebbero inoltre rispettare il diritto dei concessionari e degli agenti locali di fissare i prezzi e dare seguito ad accordi ragionevoli sugli incentivi alle vendite. Le linee guida si aggiungono a una serie di norme volte a salvaguardare l’immagine dei marchi automobilistici cinesi. Attenzione, la mossa cinese, bluff o reale presa di coscienza che sia, si inserisce in una partita molto più ampia.

Proprio pochi giorni fa Ursula von der Leyen ha infatti nuovamente messo alle strette il Dragone affinché si adoperi per ripianare il maxi deficit da 360 miliardi che ha affossato l’industria continentale. Se entro ottobre non arriveranno risposte concrete, scatteranno nuove rappresaglie commerciale contro il Dragone. Per non parlare della Germania, dove le imprese sono in rivolta contro il governo federale di Friedrich Merz, reo di aver fatto poco o nulla per difendere i costruttori tedeschi. Sotto accusa ci sarebbe la dipendenza economica e strategica della Germania dalla Cina, che è in crescita in settori chiave come batterie, pannelli solari e antibiotici. Nonostante le politiche di riduzione del rischio (de-risking), Berlino fatica a diversificare i propri approvvigionamenti, rimanendo esposta alle tensioni commerciali e geopolitiche globali. E allora la domanda è d’obbligo: quella della Cina è una vera presa di coscienza o l’ennesimo bluff?

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