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Il giorno dopo il voto che ha respinto l’emendamento sulle preferenze nella riforma elettorale, il dibattito politico continua a consumarsi tra accuse incrociate, sospetti di prove tecniche di nuove maggioranze e tensioni interne ai partiti. Un voto che ha alimentato il battage politico, ma che secondo Claudio Petruccioli racconta molto meno di quanto si voglia far credere. L’ex presidente della Rai e storico dirigente della sinistra legge quanto accaduto a Montecitorio come l’ennesimo capitolo di una rappresentazione ormai permanente, nella quale maggioranza e opposizione sono prigioniere delle rispettive convenienze. “Il gorgo”, lo chiama. E rilancia una proposta che considera decisiva per restituire governabilità al sistema: il ritorno del ballottaggio.

Petruccioli, il voto di ieri sulle preferenze ha scatenato un terremoto politico. Che lettura ne dà?

Non riesco più a farmi coinvolgere da queste vicende, per una ragione molto semplice: a Montecitorio, in realtà, non è successo nulla. Tutti i protagonisti della politica italiana sono ormai coinvolti in un gorgo dal quale non riescono più a uscire. Sono costretti a recitare una parte, una commedia nella quale ciascuno interpreta il proprio ruolo.

Eppure si è parlato di un passaggio politicamente significativo. C’è addirittura chi dice che la legislatura sia sostanzialmente finita. 

Se il Partito democratico avesse votato a favore dell’emendamento, oggi la situazione sarebbe stata ancora più complicata. Quella modifica, che introduceva una quota del 30% di parlamentari eletti con le preferenze, avrebbe provocato un cortocircuito ancora più forte dentro la maggioranza se fosse stata sostenuta paradossalmente dal Pd o da una parte di esso. Mi aspettavo esattamente questo esito della votazione.

Quindi tutto come prima?

Sì. Non succede nulla di sostanziale. La legislatura continua, non si va al voto e nemmeno la riforma elettorale è conclusa. La discussione resta aperta.

Le preferenze, però, avrebbero introdotto un principio nuovo come sostengono, tra gli altri, Calderisi e D’Alimonte.

Certamente. Anche nella formulazione limitata prevista dall’emendamento si sarebbe affermato un principio diverso: almeno una parte dei parlamentari sarebbe stata scelta direttamente dagli elettori. Oggi, invece, resta in piedi il principio opposto: nessun parlamentare viene scelto dagli elettori, ma tutti sono sostanzialmente designati dalle segreterie dei partiti.

Come si spiega l’atteggiamento del Pd di fronte a questo voto?

Anche Elly Schlein ha finito per alimentare questo caos. Ma c’è una ragione politica precisa: poter continuare a contare sullo strumento della composizione delle liste. Le preferenze avrebbero inevitabilmente ridotto questo potere e l’avrebbero messa in maggiore difficoltà. Per questo penso che l’area riformista del Pd avrebbe dovuto fare una battaglia molto più esplicita e trasparente su questo tema, sostenendo l’emendamento della maggioranza. Avrebbe posto la segretaria davanti a una scelta politica molto più impegnativa.

Come si esce da quello che lei definisce un “gorgo”?

La risposta è reintrodurre il ballottaggio nella legge elettorale (tornando a Calderisi e D’Alimonte). Il doppio turno serve a questo: a costruire una maggioranza politica chiara e a spingere le forze politiche verso candidature più equilibrate. Che si realizzi attraverso collegi uninominali o attraverso un premio di maggioranza cambia relativamente poco: il punto decisivo è il ballottaggio.

Perché lo considera così importante?

Perché oggi si stanno accorgendo dell’errore commesso quando venne eliminato. Senza ballottaggio le forze politiche finiscono ostaggio delle componenti più radicali. La destra oggi è costretta a fare i conti con il peso politico di Vannacci. Se domani nel campo largo dovesse presentarsi una figura come Alessandro Di Battista, il problema sarebbe analogo. Se davvero si vogliono neutralizzare gli estremismi bisogna tornare al doppio turno.

È una riforma ancora praticabile?

Francamente non credo. Non vedo più la forza politica necessaria per affrontarla. Tutti sono costretti a restare dentro questa rappresentazione permanente. Devono continuare a fare i gladiatori, devono dare l’impressione di combattersi ogni giorno. Ma così il sistema resta fermo.

Il voto sulle preferenze non cambia nulla, ma serve il ballottaggio. Parla Petruccioli

Per Claudio Petruccioli il voto che ha bocciato l’emendamento sulle preferenze non modifica gli equilibri politici né apre una crisi di governo. L’ex presidente della Rai su Formiche.net legge quanto accaduto come l’ennesima prova di un sistema bloccato dalle convenienze dei partiti e rilancia la necessità di restituire agli elettori un ruolo nella scelta dei parlamentari. La vera riforma, sostiene, resta il ritorno del ballottaggio, indispensabile per costruire maggioranze stabili e contenere gli estremismi

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