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Quando Paolo VI introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra fredda, dalla corsa agli armamenti, e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa, indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano e l’amore diventa principio di organizzazione della vita economica, politica e culturale. Oggi dobbiamo recuperare con forza questa visione: la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente”.

Così Papa Leone XIV, nella su Magnifica Humanitas, riporta al centro del dibattito attuale il concetto di “civiltà dell’amore”, espressione usata per la prima volta da Paolo VI nella breve omelia del Regina Caeli del 17 maggio 1970 (Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, San Paolo, 2026, p. 186).

Gli anni Sessanta al tempo di Paolo VI

Papa Paolo VI (pontificato 1963-1978) dovette affrontare i difficili anni Sessanta e Settanta. Dopo la fine della Guerra di Corea (1950-1953), si era accesa, nel 1955, la guerra in Vietnam che contrapponeva di nuovo i due blocchi ideologici, Est-Ovest. Gli Usa inviarono le prime truppe a partire dal 1965: il sanguinoso conflitto finirà nel 1975, con la caduta di Saigon.

Neanche 24 mesi prima di quel 17 maggio 1970 le truppe sovietiche avevano soffocato la “Primavera di Praga” di Alexander Dubček, con l’invasione del 21 agosto 1968.

In tutto il mondo occidentale, a partire dal 1967, esplode la contestazione studentesca nelle università e nelle scuole secondarie. Parallelamente i giovani, oltre contestare il sistema scolastico “servo” della borghesia, e i docenti “dittatori”, si oppongono anche alla idea di famiglia tradizionale, partendo dallo “strapotere” dei genitori, per poi rigettare in toto il sistema di “valori” occidentali. Per i giovani marxisti, e i loro maestri, la “democrazia” e la “libera economia” dell’Occidente sono in realtà responsabili delle differenze di classe.

Politicamente i giovani sognano, dunque, e come dargli torto, una società di cittadini uguali nei diritti, come scritto nelle diverse costituzioni democratiche, diritti spesso rimasti sulla carta. Invece, le società socialiste, ai loro occhi, sembrano aver realizzato tale progetto egualitario, dove tutti si possono amare.

Si passa così, in Occidente, dal mito del comunismo sovietico, che aveva affascinato diversi partigiani e comunisti occidentali nei primi anni del secondo dopoguerra, incrinatosi davanti ai carri armati a Budapest nel 1956, al neo-mito del comunismo cinese di Mao. Insomma, ogni ideologia propone una società dell’amore.

Anche le droghe entrano nella vita dei giovani, come “valore” di libertà; parimenti si abbraccia la “libertà sessuale”, espressione genuina dell’amore (senza considerare le gravidanze indesiderate e la diffusione delle malattie veneree). Questo desiderio di libertà degli anni Sessanta e Settanta, realizzava il concetto reale di una “società dell’amore”? Oggi il dibattito storico è ancora aperto.

L’Italia al tempo di Papa Paolo VI

In Italia, tra il 1968 e il 1970, si esaurisce l’ottimismo del boom economico, inizia la prima grande crisi. Si succedono le prime contestazioni e scioperi della classe operaia, che rivendica giustamente un adeguato salario e turni di lavoro non massacranti. La lotta politica però si radicalizza con scontri di piazza tra opposti estremismi. Poi, nel 1974, con la strage di Brescia, iniziano gli “anni di piombo”.

Paolo VI vive questi anni di forti tensioni sociali e cambiamenti nel costume; egli è attento al desiderio dei giovani per una società migliore.  Così, in quell’omelia del 17 giugno 1970, pronuncia l’espressione “civiltà dell’amore”. Una frase meditata a monte? Oppure gli esce quasi naturalmente, “ispirato”? È certo che egli sente il bisogno di ribadire, con fermezza, i valori della buona novella. Soprattutto il messaggio centrale: l’amore.

Intolerance (1916)

È il 5 giugno 1916, siamo in piena guerra mondiale. A New York, c’è grande attesa per la prima del film Intolerance. Il regista è David Wark Griffith, il più noto del cinema hollywoodiano. È colui che ha inventato “il romanzo al cinema”. L’anno precedente, aveva realizzato un lungometraggio di successo, The Birth of a Nation, il primo film celebrante la storia della nascita degli Stati Uniti d’America.

Ma parte della stampa, quella più attenta, aveva subito notato come The Birth of a Nation, pur innovativo sul versante del linguaggio filmico, fosse ampiamente “intollerante” e antidemocratico. Griffith, figlio di una famiglia del Sud impoverita dalla guerra, aveva scritto un film storicamente poco obiettivo. Esaltava i bianchi a discapito degli afroamericani, rendeva idilliaco il Sud con neri felici nel ruolo sociale di schiavi; giustificava il Klu Klux Klan nel punire i negri incompetenti nel gestire la nuova Amministrazione della ex Confederazione. Il film mostrava una vecchia fallace teoria: il Sud, nella guerra di Secessione, era stato “conquistato” dal Nord per meri interessi economici e non per spirito democratico. Infine, con i personaggi neri, recitati da bianchi con il volto dipinto, portava il razzismo anche sul set.

Dopo un anno, con Intolerance, cercava di riconciliarsi con il pubblico e la critica. Intolerance, completamente opposto nel messaggio a The Birth of a Nation, era una monumentale opera sulla intolleranza nei secoli, il cui sottotitolo recitava “La lotta dell’amore attraverso le epoche”. Fu un fiasco commerciale per la eccessiva lunghezza (oltre tre ore), e per l’uso del “montaggio in parallelo” (innovativo), intrecciante quattro storie di secoli diversi (difficile da seguire per il pubblico di allora). Il film, poi, sarà considerato tra i primi dieci capolavori del cinema mondiale.

L’amore secondo Griffith

Griffith racconta la lotta dell’amore contro l’intolleranza, l’odio, le guerre. Sceglie, come esempi, cinque periodi della Storia umana. Il primo è ambientato a Babilonia. Il principe Belshazzar e la sua principessa, hanno introdotto il culto della dea dell’Amore, Isthar. Il tracotante e perfido Sommo Sacerdote di Bel, temendo di perdere il potere, tradisce il Principe e si allea con Ciro, causando la caduta di Babilonia.  Il secondo episodio è la storia di Cristo, condotto alla croce dai dottori, scribi e farisei, invidiosi fino all’odio per via delle folle che lo seguono.

Terzo episodio: la strage degli Ugonotti in Francia nel 1572, con la morte di una giovane coppia di fidanzati protestanti ad opera di un prepotente soldato cattolico. Ultimo episodio, la vicenda della “Piccola Cara”, una giovane mamma, di ambientazione contemporanea: qui il “Bravo ragazzo”, suo marito, ingiustamente accusato di omicidio e in procinto di essere impiccato, verrà salvato in extremis.

Intolerance portava nel cinema i temi della misericordia, della verità, della giustizia. Inoltre, per la per la prima volta nella storia del cinema mondiale, un film mostrava il rispetto per i sacramenti cristiani: la confessione e l’eucarestia.

Griffith e Paolo VI

Ma è nelle ultime immagini, con le relative brevi didascalie, poste a chiusa di Intolerance che Griffith sorprende il pubblico e la critica conferendo alla sua opera un messaggio paragonabile a quelle due frasi poi pronunciate da Paolo VI, più di cinquanta anni dopo: “Non più la guerra! Non più la guerra” (1965); “La civiltà dell’amore” (1974).

Dopo la ricomposizione della famiglia – padre, madre e neonato – nella sala delle impiccagioni, davanti al volto ora sereno del responsabile dell’esecuzione, al prete visibilmente commosso, al buon polizotto soddisfatto della sua “battaglia” per la giustizia, Griffith chiude con delle “immagini-simbolo”, precedute da questa didascalia: “Quando l’acciaio dei cannoni e delle prigioni verranno fusi nel fuoco dell’intolleranza…”.  Seguono scene di battaglia.

Eserciti, in CL, che si fronteggiano, con fuoco di cannoni, assalto alla baionetta (ricordiamolo: siamo nel 1916)./ Due soldati si affrontano a colpi di baionetta/ Gruppo di detenuti, nella tipica tenuta a righe, con le braccia alzate mentre chiedono libertà/ Ancora i due soldati che lottano /Uno dei due sta per colpire a morte il nemico, già a terra/ Il soldato si blocca prima di sferrare il colpo (Griffith non poteva disporre dello stop-frame)./ Didascalia: “And perfect love shall bring peace forevermore.”/

Il soldato depone il fucile con la baionetta innestata, così fa un altro soldato in secondo piano/ Cielo con bianche nuvole, e in sovraimpressone,  persone felici che salutano/. Didascalia: “Invece di muri di prigioni campi fioriti/.

Il campo di battaglia dissolve in una ampia area con contadini felicemente al lavoro/ Di nuovo dissolve – stessa area-: ora, uomini, donne e bambini, vestiti elegantemente, passeggiano in un eden terrestre/. Bambini giocano in primo piano e si danno dei bacini/. Dissolvenza finale: una bianca croce appare sul cielo, ottenuta con due fasci di luce/. Fine.

 David Wark Griffith  e Papa Leone XIV

Sicuramente Papa Leone XIV conosce Intolerance. Seppur non citato nella sua enciclica, alcuni passaggi della Magnifica Humanitas, quelli appunto relativi alla “civiltà dell’amore”, si potrebbero commentare con le immagini del capolavoro griffithiano.

Proviamoci con le “cinque piste” (Papa Leone XIV, op. cit. p. 205), proposte dall’autore, per fondare una civiltà dell’amore. “1) Disarmare le parole; 2) costruire la pace nella giustizia; 3) assumere lo sguardo delle vittime; 4) coltivare un sano realismo; 5) rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.

1) Il capo dei sacerdoti infedeli a Belshazzar, l’arrogante Sommo Sacerdot (è il perfetto aggressivo attore Tully Marshall), per mesi ha aizzato gli altri sacerdoti, con frasi di ribellione. Caduta Babilonia, davanti ai corpi trucidati della eroica Guardia di Belshazzar, grida con rabbia: “Viva Ciro, Re dei Re! Viva Ciro padrone del mondo!”.

2) La pace nei cuori può germogliare solo grazie alla giustizia: è il caso del “Bravo ragazzo”. Se fosse stato ingiustamente impiccato la moglie non avrebbe più creduto nel diritto e odiato la società per sempre.

3) Il “Poliziotto buono”. Egli si mette dalla parte di chi soffre, crede nella verità e nella legge: aiuta la disperata “Piccola Cara” a dimostrare l’innocenza del marito.

4) Un “realismo” superficiale porta a condannare un innocente. Va cercato, ogni volta, un realismo autentico nei fatti, alfine di perseguire la verità. Così, finalmente, “verità e giustizia si baceranno”, Sal 85 11b (Papa Leone XIV, op. cit., p. 206).

5) Belshazzar è per il dialogo. La sua Babilonia accoglie diverse etnie. Gesù parla a tutti, guarisce tutti, non solo a quelli della casa di Israele. Le scene finali di Intolerance, con i campi di battaglia, ci dicono “che occorre evitare ad ogni costo un nuovo conflitto mondiale” (Papa Leone XIV, op. cit., p.189).

Griffith ha anticipato la “civiltà dell’amore”?

Griffith mostrando “La lotta dell’amore attraverso la epoche”, chiudendo con le immagini di pace, contro ogni guerra, “anticipava” il grido di Paolo VI alle Nazioni Unite, del 4 ottobre 1965 “Non più la guerra! Non più la guerra!” (Papa Leone XIV, op.cit., p. 188)? In un certo senso sì.

Il finale di Intolerance, che precede di un anno le apparizioni di Fatima (invito della Vergine a convertirsi, per evitare un altro, più terribile, conflitto mondiale), era una chiusa utopistica? Forse no. La frase “Perfect love shall bring peace forevermore” invitava le future generazioni a impegnarsi per creare una “civiltà dell’amore”. Che, sottolinea Papa Leone XIV, “non è una utopia ingenua”. Esattamente come il finale del capolavoro di David Wark Griffith.

 

 

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