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Teheran non ha perso, ma nemmeno ha vinto. La nuova fase di ricostruzione sarà delicata, con una leadership divisa. La Russia potrebbe sgretolarsi, e la Cina deve raccogliere i cocci — ma quali? L’annuncio della pace nella guerra tra Stati Uniti e Iran segna una nuova fase strategica per entrambi i Paesi. L’Iran è un misto di radicalismo e pragmatismo. La guerra con l’Iraq negli anni Ottanta e il recente scontro con gli Stati Uniti hanno contribuito a puntellare il regime nei momenti in cui era gravemente scosso.

Ora ha ottenuto un successo importante imponendo il blocco dello Stretto di Hormuz. Ma la società e l’economia hanno portato ferite profonde, e la leadership è divisa. Questa divisione potrebbe diventare un problema nel futuro, quando si tratterà di affrontare la questione economica. Il regime potrebbe cavarsela peggio in pace che in guerra.

L’Iran non è libero da sanzioni e sfide esterne, e nuovi attacchi sono ormai una possibilità concreta. Le sue difese aeree si sono dimostrate impotenti, e le sue capacità di ritorsione possono spaventare gli avversari, ma hanno mostrato di non essere in grado di conseguire veri successi militari.

I Paesi del Golfo potrebbero voler mantenere le opzioni aperte, ma sono spaventati e segnati dalle risposte sconsiderate dell’Iran. In altri termini, l’Iran è oggi più isolato di prima. La sua rete di proxy è stata gravemente danneggiata, e ricostituirla potrebbe gravare ulteriormente su un’economia già azzoppata.

Per gli Stati Uniti si tratta di una tregua. I prezzi del petrolio scenderanno, e con essi l’inflazione, dando respiro a un’economia globale già in tensione. Ma la fase successiva è la più delicata. La diplomazia deve essere tolta di mano agli uomini d’affari. Una sfida simile attende Israele, trascinato in un gioco globale in cui l’Iran è solo uno dei pezzi del puzzle in movimento. Israele potrebbe quindi dover calcolare le proprie risposte all’interno dell’arazzo degli equilibri globali; altrimenti, un successo locale potrebbe ritorcersi contro con reazioni provenienti da lontano.

La Russia torna a essere sotto i riflettori. Sta perdendo sul fronte, e la sua economia si sta sgretolando. Elvira Nabiullina, la banchiera centrale russa e artefice di tanti miracoli, è scomparsa dalla scena. Ha tenuto in piedi l’economia di guerra per oltre quaranta mesi di combattimenti; senza di lei, non è chiaro come il Paese riuscirà a cavarsela.

La Cina deve sostenere la Russia, ma questo potrebbe diventare sempre più gravoso per Pechino. Inoltre, la nuova intesa russa con la Corea del Nord ha innescato una corsa al riarmo in Asia. Corea del Sud e Giappone sono sempre più preoccupati per il crescente arsenale nucleare nordcoreano.

Tutto ciò sta creando nuovi punti di contatto tra Stati Uniti e Cina. La Cina ha un nuovo interesse a contribuire a risolvere il disordine creati da Iran, Russia e Corea del Nord — disordini che danneggiano la Cina non meno degli Stati Uniti. Lo farà, oppure lascerà marcire la situazione, rischiando di marcire insieme ad essa?

Entrambe le scommesse comportano rischi. La Cina potrebbe voler percorrere una via di mezzo, aprendo più canali di comunicazione con gli Stati Uniti pur tenendo per mano i propri amici. Non sarà facile.

Per gli Stati Uniti potrebbe essere una sveglia. La politica internazionale richiede una gestione attenta e non offre risposte facili. Washington voleva un accordo con la Russia e aveva lasciato indietro l’Ucraina, eppure l’Ucraina ha resistito e ha dimostrato il proprio valore, mentre la Russia non ha mantenuto le attese. Con l’Iran, si è lasciata sedurre dall’idea del cambio di regime come soluzione rapida, finendo per puntellare proprio il regime che intendeva rovesciare.

Andando avanti, gli Stati Uniti potrebbero dover riflettere con grande attenzione su come affrontare il problema dei problemi: la Cina.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

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