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Per Xi Jinping è un mix tra un vizietto e un sogno: buttare giù dal trono delle valute globali il dollaro. Facendo, dunque, dello yuan, il nuovo baricentro finanziario mondiale. La chiamano de-dollarizzazione ed è da almeno una ventina di anni che a Pechino immaginano un clamoroso sorpasso. Eppure il leader cinese ci crede ancora, eccome. Forse perché impressionato dalla piuttosto duratura debolezza del dollaro su altre divise. In un messaggio inviato al partito, Xi ha chiarito in modo cristallino il suo desiderio che lo yuan diventi una valuta di riserva globale. Vale a dire, che la moneta cinese acquisisca lo stesso status del verdone, dal momento che le grandi riserve di denaro globali oggi sono quasi tutte in dollari.

La Cina deve creare una “valuta potente” che venga ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, e che si aggiudichi lo status di riserva globale, ha rimarcato Xi. La novità non è l’ambizione, che Pechino ostenta da anni, ma la schiettezza dello stesso leader cinese. A fare da grancassa a Xi anche Pan Gongsheng, il governatore della Pboc, la Banca centrale cinese, che solo poche settimane fa, dunque prima che il numero uno del Dragone partisse nuovamente all’attacco del dollaro, aveva affermato qualcosa di simile.

Incontrando a Shanghai gli investitori, il governatore della Pboc ha auspicato un nuovo ordine valutario globale, con uno yuan finalmente in grado di giocarsela alla pari con verdone ed euro. Domanda: succederà davvero? Con ogni probabilità, no. Non nel medio termine almeno. Ma bisogna fare delle premesse. In questi giorni l’euro ha superato quota 1,20 dollari, mai così da giugno del 2021. Contestualmente, il Dollar Index è sceso a 95,566 punti, il minimo da febbraio 2022. Tradotto, il dollaro è debole e questo comporta dei problemi per l’export (ci vogliono più verdoni per comprare le merci straniere).

Dall’inizio dell’anno il biglietto verde ha perso circa il 2,5%. Secondo JPMorgan, nondimeno, il trend proseguirà, a causa delle pressioni di Donald Trump sulla Federal Reserve, ormai prossima al passaggio di consegne tra Jerome Powell e Kevin Warsh, per un taglio dei tassi. Finora Powell sta tenendo il punto (nell’ultima riunione della sua gestione la Fed ha deciso di tenere i tassi d’interesse ai livelli di dicembre, dopo tre riduzioni consecutive. Il timore è che tassi più bassi, allontanando gli investitori, possano rappresentare un altro fattore di pressione sulla valuta.

Il primato del dollaro non è comunque in discussione, perché, piaccia o no, le grandi economie trainanti del globo, ragionano ancora in dollari. Questo non vuol dire ignorare il problema. Come sostiene l’economista della Ucla ed editorialista del Wall street journal, Joseph Brusuelas, “un dollaro più debole implica un costo più elevato dei beni importati e tassi di interesse più elevati e un costo del capitale più elevato per le imprese. Per questo gli Stati Uniti hanno bisogno di un dollaro forte per attrarre investitori che acquistino, anche, titoli di Stato a lungo termine”. Ma l’ora del verdone non è ancora suonata.

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