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La crisi energetica innescata dalla guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è facile per nessuno. Nemmeno per chi ha petrolio da vendere sotto i propri piedi. Certo, se poi non si ha nemmeno un gallone di oro nero, allora diventa tutto più complicato, specialmente se mancano all’appello nucleare e rinnovabili in grado di sostituire in larga parte gli idrocarburi. Eppure, nell’Italia della dipendenza dal gas e del petrolio altrui, le cose potevano andare addirittura peggio. Non è solo questione di energia, ma di mercati. Gli investitori che comprano regolarmente debito italiano, prestando quasi 400 miliardi all’anno al Tesoro, potevano farsi prendere dal panico, voltare improvvisamente le spalle al Paese e lasciarlo in un grosso guaio.

Non è andata così, una manina ha protetto l’Italia da una crisi finanziaria, da sommare a quella decisamente più democratica ed europea, dell’energia. Un aspetto sottolineato dovere dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta nel suo intervento alla XVI conferenza annuale di ministero degli Esteri e Bankitalia con i Delegati e gli Addetti finanziari accreditati all’estero. Merito, questa la sintesi, del buono stato dei conti pubblici italiani, tenuti sotto stretta sorveglianza dal titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Sì, tra poche settimane Roma dovrà dovrà trovare il modo riportare l’asticella del deficit al 3% e saldare il conto con Bruxelles, che ancora tiene aperta la procedura per disavanzo eccessivo scattata due anni fa. Procedura che impedisce, tra le altre cose, di aumentare in relativa sicurezza le spese per la difesa. Ma in ogni caso, i conti italiani hanno fatto da scudo alla speculazione sul debito.

“Dall’inizio della crisi sull’Iran”, ha messo in chiaro Panetta, “il mercato azionario Usa è sceso dal 10%”, la dinamica di peggioramento ha riguardato anche l’Italia. Però devo dire che, nonostante il dispiacere che abbiamo e vedere aumentare gli spread, dobbiamo tenere conto del fatto che se avessimo affrontato questo stesso shock con condizioni di finanze pubblica peggiori, come quelle che avevamo qualche anno fa, l’impatto sarebbe stato molto più rilevante. Noi siamo stati finora riparati dalla percezione, che vi è sui mercati, delle condizioni finanziarie pubbliche italiane che sono migliorate. E questa è una condizione importante da tenere a mente anche per il futuro”.

Detto questo, la situazione in generale rimane complessa. E una nuova impennata dell’inflazione, già vista in Germania (prezzi al 2,7% a marzo), è dietro l’angolo anche per l’Italia. Per l’area euro “gli effetti della guerra in Iran in termini di aumento dell’inflazione, in emergeranno verosimilmente anche nei dati dei mesi successivi” e “al tempo stesso, l’andamento degli indicatori anticipatori, in particolare la flessione della fiducia delle famiglie, prefigura un possibile rallentamento dell’economia reale”.

D’altronde, “il conflitto in corso sta già provocando interruzioni senza precedenti nelle catene di fornitura energetica globale. La sua estensione ai paesi del Golfo ha costretto alcuni di essi a sospendere l’estrazione di idrocarburi, con effetti immediati e potenzialmente persistenti sui mercati internazionali”, ha spiegato Panetta. “Anche ipotizzando una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento: ai tempi tecnici necessari per il ripristino della capacità estrattiva si aggiungerebbero quelli per la riattivazione dell’intera filiera energetica. I rincari sono significativi e stanno colpendo soprattutto i prodotti raffinati essenziali per l’industria e l’agricoltura, dove stanno emergendo strozzature dell’offerta più acute”.

E dunque, “nell’economia oggi l’attenzione è concentrata sull’energia. È un elemento fondamentale e oggi abbiamo delle tensioni. Dopo lo scoppio delle ostilità nel Medioriente i prezzi dell’energia sono aumentati e questo, ovviamente, ha una serie di effetti in prima battuta sull’inflazione e poi sull’economia reale. A un certo punto gli effetti sull’inflazione si trasformeranno in timori per la crescita. Ovviamente questi sviluppi potrebbero avere effetti sull’inflazione e certamente  non sentiamo alcun bisogno di sommare agli effetti negativi e sfavorevoli dei conflitti e delle tensioni sul mercato dell’energia anche gli effetti di un aumento dell’inflazione, che depaupererebbe il potere di acquisto delle famiglie. Questo sarà salvaguardato: se non avessimo un una dinamica sotto controllo dell’inflazione, potremmo avere degli effetti sulla crescita più sfavorevoli”.

L'Italia ha contenuto l’effetto Iran sullo spread. Panetta spiega come

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