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Dove c’è tensione, c’è il ramoscello di ulivo portato da Recep Tayyip Erdoğan. La capacità dell’uomo forte del Bosforo di incunearsi nei meandri delle contrapposizioni politiche (non solo) del golfo si manifesta apertamente nella doppia telefonata che ha avuto con i leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Due momenti in cui il presidente turco ha apertamente affermato di sostenere l’integrità territoriale della Somalia e dello Yemen. Al contempo si è proposto per contribuire agli “sforzi per ripristinare la stabilità” nella regione.

La mossa è nata dopo che pochi giorni fa l’Arabia Saudita aveva accusato gli Emirati Arabi Uniti di “aver spinto le forze del Consiglio di transizione meridionale dello Yemen a condurre operazioni militari” lungo il confine meridionale del regno, nell’Hadhramaut e nel Mahra. Abu Dhabi ha negato l’accusa e Ankara si è infilata nella disputa arrogandosi lo status di mediatore.

Di contro la Cnn afferma che le tensioni tra Riyadh e Abu Dhabi potrebbero essere state innescate da false informazioni fornite agli Emirati Arabi Uniti sulla recente visita del principe ereditario saudita a Washington: una sorta di attacco ibrido che potrebbe aver avuto l’obiettivo di aumentare le tensioni nella macro area.

Sul punto va ricordato che un elemento naturalmente intrecciato con tutti i protagonisti è Israele: da un lato mantiene stretti rapporti con Abu Dhabi, resi ancora più tali dopo la firma degli Accordi di Abramo del 2020 e, dall’altro, registra la freddezza dell’Arabia Saudita che attende il riconoscimento dello Stato palestinese.

Inoltre la regione del Golfo è una delle aree con cui la Turchia ha avuto le interazioni di politica estera più intense negli ultimi anni. Lo dimostra plasticamente l’intensificazione delle relazioni con i principali attori della politica estera della regione, come il Qatar, con cui Erdogan ha creato un format di partenariato strategico che adesso vuole replicare anche con altri Paesi come Kuwait, Barhein e Oman. Quest’ultimo è molto vicino all’Iran mentre Riyadh, Abu Dhabi e Manama hanno adottato politiche più vicine a quelle di Stati Uniti e Israele nei confronti dell’Iran: differenze che Ankara pare non subire nell’ottica di un potenziamento della sua influenza a quelle latitudini.

Per questa ragione Erdogan si è speso non poco per la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran, con il fattore Gaza a giocare un ruolo preciso, accanto al caso Siria. Anche Damasco rientra nella partita, dal momento che si dice che la Turchia potrebbe lanciare una nuova offensiva transfrontaliera, destabilizzando la Siria nordorientale e rischiando uno scontro con le forze (siriane, russe o statunitensi) presenti. Il motivo è da ritrovare nella mancata integrazione delle Sdf nelle forze armate siriane, circostanza di cui il ministro degli esteri turco Hakan Fidan accusa apertamente le Sdf di coordinare le operazioni con Israele, definendolo un ostacolo importante ai negoziati tra Ankara e Damasco.

Erdogan infatti considera le Sdf un’estensione del PKK, che definisce un’organizzazione terroristica, per questa ragione il bivio della Sdf è se concedere l’autonomia a Damasco o prepararsi a uno scontro militare con la Turchia. Per cui non c’è solo un legame bilaterale tour court, quello tra Turchia, Arabia Saudita e Eau ma un rapporto che va oltre i nodi Yemen ed Etiopia e investe i futuri equilibri anche mediterranei e mediorientali.

Accordi di Abramo e Mediterraneo, il ruolo della Turchia sarà cruciale. Ecco perché

Non solo un legame bilaterale tour court, quello tra Turchia, Arabia Saudita e Eau ma un rapporto che va oltre i nodi Yemen ed Etiopia e investe i futuri equilibri (anche) mediterranei. Di contro la Cnn afferma che le tensioni tra Riyadh e Abu Dhabi potrebbero essere state innescate da false informazioni fornite agli Emirati Arabi Uniti sulla recente visita del principe ereditario saudita a Washington: una sorta di attacco ibrido che potrebbe aver avuto l’obiettivo di aumentare le tensioni nella macro area

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