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“Gli immigrati hanno plasmato il futuro degli Stati Uniti” ha ricordato Leone XIV nel 250° anniversario dell’Indipendenza americana. Agli immigrati è legata anche l’influenza che la tradizione cristiana ha avuto sulla storia di questo Paese fin dalle origini. Sono stati creati, infatti, dai Pilgrim Fathers, perseguitati in Europa come “eretici”, e uno dei loro fondamenti costituzionali è il Primo emendamento, che riconosce il diritto alla libertà religiosa, oltre a quelli di parola, di stampa, di riunione e di petizione al governo (quest’ultimo ha aperto la strada alla democrazia rappresentativa).

Proibendo al Congresso di approvare una “legge per il riconoscimento di qualsiasi religione” sancisce la neutralità dello Stato. È la tradizione del secularism rispetto alle diverse confessioni cristiane cui appartenevano i primi cittadini degli Usa: episcopaliani, presbiteriani, puritani, metodisti, quaccheri, luterani… Ad essi si sono poi aggiunti anche i cattolici, a lungo minoritari rispetto alle altre confessioni e guardati con un sospetto per i legami con Roma e per la loro appartenenza a classi sociali più umili.

Il multiconfessionalismo ha profondamente influenzato la società americana, costituendo un elemento cruciale del pluralismo che l’ha sempre caratterizzata (come testimonia il motto “E pluribus unum”). Ma accanto a tale pluralismo, questa società a lungo prevalentemente wasp (White anglo-saxon protestant), si è sempre riconosciuta in un comune background, indicato con il termine deismo, e cioè in una “religione naturale”, basata sulla fede in un Dio Creatore dell’universo, cui fecero riferimento Padri fondatori come Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, Thomas Paine e George Washington, che pure era di appartenenza anglicana.

Benché il deismo prescinda da dogmi, miracoli, Sacra Scrittura è evidente l’influenza in esso della tradizione cristiana e si può dire che la religione (più specificamente il cristianesimo) abbia sempre svolto negli Stati Uniti un ruolo pubblico, a differenza dell’Europa, soprattutto dove è prevalso il principio di laicità che separa in modo più radicale Chiesa e Stato. È stato insomma il cristianesimo a rappresentare il sottofondo della “religione civile” (Bellah) di cui si è costantemente alimentata la democrazia americana.

Il secularism e il deismo hanno dunque rappresentato i due poli principali dell’atteggiamento verso la religione che ha segnato la storia degli Stati Uniti fin dalle origini. Esprimono spinte diverse, tra cui, nelle diverse fasi di questa storia, sono emerse tensioni, con oscillazioni ora in un senso ora in un altro; ma, nel complesso, la loro dialettica ha svolto un ruolo positivo e importante nella storia americana.

Nel corso tempo, le radici cristiane degli Stati Uniti sono state assunte anche come fondamento comune della “nazione americana”. Lincoln coniò l’espressione “One Nation under God” per rispondere all’esigenza di riportare l’unità tra gli americani nel contesto della guerra di secessione, ma che poi è stata ripresa ogni volta che questa esigenza è tornata a farsi sentire. In questa direzione vanno le decisioni prese da Eisenhower che inserì l’espressione “One Nation under God” nella preghiera di apertura della giornata scolastica. Questo presidente inoltre cominciò a far stampare nei dollari la scritta “in God we trust”. Il contesto della Guerra fredda lo spinse a sottolineare che la comune fede in Dio chiamava gli americani a combattere uniti contro il comune nemico. Sono esempi di un uso politico della religione in chiave nazionalista, ma sempre nel solco dell’“ortodossia” cristiano-protestante della “religione americana”.

Ma già alla fine del XIX secolo erano comparse le prime manifestazioni religiose che mettevano in discussione questa “ortodossia. Si tratta delle prime espressioni di fondamentalismo, un fenomeno che oggi associamo principalmente all’Islam ma che comparve per la prima volta proprio in seno al cristianesimo americano. Emersero così spinte a intrecciare strettamente religione e politica, a superare il secularism e ad estendere il ruolo dello Stato in campo religioso e morale. Da allora sono state molte le manifestazioni religiose che hanno messo in discussione l’“ortodossia” protestante ereditata dai Pilgrim Fathers.

Dai creazionisti ai dispensionalisti, dalla spiritual mobilisation al “riarmo morale”, dall’incrocio tra antisemitismo e razzismo nell’individuazione degli Stati Uniti e in particolare dei bianchi quale “nazione eletta”, dal pentecostalismo alla nascita del movimento evangelicale, dai telepredicatori al “capitalismo compassionevole”, dai tea party di fine Novecento ai born again post 11 settembre… In questa storia la svolta più importante si colloca negli Anni Settanta, quando la galassia del cristianesimo “non ortodosso” ha mostrato di avere sufficiente peso per contribuire in modo decisivo all’elezione di Jimmy Carter, un sincero credente come ha dimostrato il suo intenso impegno cristiano dopo la fine della sua presidenza.

Queste tendenze si sono intensificate negli anni successivi. A monte del nuovo corso della “religione americana” tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI ci sono state cause diverse, come le battaglie per i diritti civili e il diverso ruolo degli afro-americani e l’Immigration and Nationality Act che ha abolito le quote su base nazionale, favorendo una forte immigrazione di latinos da Messico, Caraibi e America Centrale ecc. Tra le novità c’è stata anche una crescita della Chiesa cattolica che da minoritaria è diventata la confessione cristiana oggi più numerosa. Altri mutamenti hanno invece avviata quella ristrutturazione della finanza e dell’economia americane e mondiali che giunge fino ad oggi, creando inedite disuguaglianze tra ricchi e poveri e indebolendo il tessuto democratico. Tutto ciò, in modi diversi, ha cambiato profondamente il panorama religioso degli Stati Uniti, erodendo la prevalenza dell’America wasp in precedenza dominante. E’ intanto diventato sempre più evidente che anche il panorama religioso mondiale stava cambiando profondamente, come gli Stati Uniti hanno sperimentato drammaticamente l’11 settembre 2001.

In questo contesto, la galassia fondamentalista, evangelicale e pentecostale si è progressivamente saldata all’affermazione del neoconservatorismo, che respinge la tradizionale alternativa in politica estera fra isolazionismo (repubblicano) e idealismo (democratico) per unire nazionalismo ed eccezionalismo, identità di “popolo eletto” ed enfasi millenarista. Dall’inizio degli anni Ottanta, con l’elezione di Reagan, tale galassia ha pesato sempre di più nella vita pubblica, fino a dare una nuova identità al Partito repubblicano. È il background in cui si sono sviluppate le cultural wars, in cui importante è stato l’elemento religioso, e a cui hanno partecipato anche molti cattolici.

Arriviamo così all’oggi. L’immagine del presidente americano nella Sala Ovale con pastori e leader religiosi che invocano lo Spirito su di lui ha fatto il giro del mondo. Ed è sempre più chiaro che Trump persegue una sua politica religiosa, condivisa dai suoi principali collaboratori, da Vance a Hegseth. Finora la spinta fondamentalista ed evangelicale si è scontrata con il Primo emendamento, ma la Religious Liberty Commission i istituita da Trump per “reinterpretarlo” mostra l’intenzione di togliere di mezzo quest’ostacolo, facendo venir meno il secularism che ancora impedisce una totale commistione tra religione e politica e la manipolazione del cristianesimo per “nazionalizzare” gli americani.

Ma l’elezione di un papa nato negli Stati Uniti ha introdotto una novità sconvolgente. Papa Leone ha ricompattato il cattolicesimo americano contro politiche migratorie da lui definite disumane e contrastato l’uso della religione in chiave nazionalistica e a sostegno di politiche aggressiva sul piano internazionale. Paradossalmente, proprio il papa – e cioè la massima autorità di quel cattolicesimo guardato a lungo con sospetto negli Stati Uniti perché poco “americano” – appare oggi il principale difensore dell’identità tradizionale degli Usa, compreso quel rapporto tra religione e politica senza rigide separazioni ma anche senza inquietanti confusioni presidiato finora dal Primo emendamento.

Perché papa Leone è il primo difensore dell'identità tradizionale Usa. Scrive Giovagnoli

Papa Leone ha ricompattato il cattolicesimo americano contro politiche migratorie da lui definite disumane e contrastato l’uso della religione in chiave nazionalistica e a sostegno di politiche aggressiva sul piano internazionale. Paradossalmente, proprio il papa appare oggi il principale difensore dell’identità tradizionale degli Usa, compreso quel rapporto tra religione e politica senza rigide separazioni ma anche senza inquietanti confusioni presidiato finora dal Primo emendamento

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