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Come per tutte le guerre, l’inizio è certo ma la durata imponderabile. Considerazione che vale soprattutto per i conflitti, come quello contro l’Iran, illusoriamente scatenati per concludersi in pochi giorni.

“La guerra con l’Iran è un paradosso. Gli Stati Uniti stanno vincendo e perdendo allo stesso tempo”, scrive il Washington Post, mentre la Casa Bianca annuncia che in serata (le 3 di notte in Italia) il Presidente Donald Trump parlerà alla nazione. Per proclamare unilateralmente la vittoria sul campo e quindi l’interruzione dei raid, oppure per spiegare perché è necessario “finire il lavoro”, scongiurando definitivamente la pur minima possibilità che Teheran possa dotarsi di armi nucleari.

Intanto, rivela The Wall Street Journal, il conflitto si amplia. Gli Emirati Arabi Uniti stanno esercitando pressioni affinché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotti una risoluzione che li autorizzi ad esercitare l’autodifesa. Se arriverà l’approvazione, scrive il WSJ, gli Emirati scenderanno in campo per aiutare gli Stati Uniti a forzare l’apertura dello Stretto di Hormuz. Sarebbe il primo dei Paesi del Golfo a unirsi alla guerra contro il regime degli ayatollah, che nonostante il sostegno sempre ricevuto non ha esitato a bombardarli.

Incastrato fra il crollo dei consensi, l’impennata dei prezzi ed il rischio di un disastroso effetto domino dell’economia, Trump potrebbe annunciare, evidenzia il Financial Times, che dopo aver messo in ginocchio e disarmato il regime degli ayatollah gli Stati Uniti si ritireranno dall’Iran “che ci sia un accordo o meno”. Il che, dopo avere ammassato migliaia di marines e reparti d’élite in Medio Oriente pronti a mettere piede in Iran per operazioni speciali, lo esporrebbe alle critiche e soprattutto alle gravi responsabilità per le eventuali conseguenze della “guerra interrupta” senza liberarsi dall’incubo dell’uranio arricchito iraniano.

Un comportamento da “arruffamondo”, come lo definiscono i critici meno caustici, caratterizzato da un frenetico e contraddittorio cocktail di affermazioni seguite da negazioni che hanno sconcertato il mondo e fatto perdere credibilità e fiducia nell’America.
Avviato come un conflitto esponenziale, l’attacco a Teheran evidenzia invece i limiti della strategia “zero kills” (zero morti in casa), l’impossibilità di piegare un regime teocratico soltanto con bombardamenti aerei e la capacità iraniana di vanificare l’assoluta superiorità tecnologica statunitense, anche se sulla pelle della propria popolazione usata come scudi umani di massa.

“La tecnologia – osservano però gli esperti e i militari di lungo corso – è solo una dimensione dell’efficacia strategica. Gli armamenti vanno considerati nei termini dei loro effetti militari, ma soprattutto della loro capacità di partecipare utilmente al raggiungimento dell’effetto politico desiderato”. L’effetto politico fin qui conseguito dalle cinque settimane di conflitto, certifica che gli Stati Uniti hanno sfruttato appieno il loro enorme vantaggio tecnologico contro l’Iran, un avversario apparentemente di secondo piano, ma è bastato il contropiede asimmetrico degli ayatollah, il blocco dello stretto di Hormuz, per rischiare di incrinare l’intero scenario strategico del conflitto.

È la dimostrazione di come e quanto, con l’essenziale apporto dell’intelligence russa e cinese, nonostante la sistematica devastante distruzione subita, i pasdaran abbiano messo in campo forme più subdole, trasversali e allo stesso tempo più letali, in grado di terremotare l’assetto politico ed economico dell’intero occidente.

Un Occidente Golia ultra moderno, messo al tappeto dal primordiale Davide iraniano in grado di sopravvivere, come gli scarafaggi, anche alle catastrofi nucleari.

E se “L’Iran ‘vince’, tra virgolette, semplicemente sopravvivendo”, come ha sintetizzato al Financial Times Ryan Crocker, l’ex ambasciatore statunitense in Iraq e Afghanistan, per Trump la prospettiva dell’avvitamento politico potrebbe intersecarsi con un liberatorio impeachment.

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