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L’evoluzione delle tecnologie digitali sta ridisegnando anche le infrastrutture su cui si regge la cooperazione militare occidentale e la Nato ne sta facendo un punto centrale della propria agenda. La decisione di adottare una soluzione cloud sviluppata da Google rientra in questo processo e introduce un modello più sicuro e controllabile per la gestione dei dati sensibili dell’Alleanza. Una scelta che risponde all’esigenza di rendere più solide le capacità di analisi e addestramento in un contesto operativo sempre più dipendente da informazioni tempestive e affidabili.

Il contenuto operativo dell’intesa

Il nuovo accordo ruota attorno alla versione “air gapped” del Google distributed cloud, pensato per mantenere i dati classificati separati da qualunque infrastruttura esterna e garantire controllo totale su localizzazione e accessi. La Nato la utilizzerà per alimentare il centro dedicato all’analisi e alla formazione avanzata, dove la combinazione di cloud, intelligenza artificiale ed edge computing serve a migliorare la rapidità decisionale e la resilienza operativa.

È un passaggio che risponde alla richiesta dei vertici dell’Alleanza di accelerare l’adozione di strumenti digitali comuni, evitando frammentazioni tra Paesi membri e colmando il divario con avversari che investono pesantemente nel dominio cibernetico. Il valore economico dell’intesa non è stato reso noto, ma viene descritto come significativo e parte di un piano più ampio che punta a consolidare architetture condivise, ridurre ridondanze e aumentare la sicurezza dei flussi informativi.

In questo scenario Google emerge come fornitore in grado di offrire capacità avanzate mantenendo clausole di sovranità che permettono alla Nato di governare infrastruttura, chiavi crittografiche e parametri di sicurezza. Tuttavia l’Alleanza continua a diversificare i partner tecnologici per preservare interoperabilità e autonomia strategica, mantenendo il cloud come piattaforma abilitante e non come vincolo.

La cornice strategica che dà senso all’intesa

Guardando oltre il perimetro tecnico, l’intesa rappresenta un tassello della più ampia corsa occidentale alla sovranità digitale, dove la difesa gioca un ruolo sempre più evidente. La scelta di una sovranità operativa ottenuta attraverso infrastrutture controllabili ma sviluppate da attori industriali globali segnala la direzione verso cui si muove la cooperazione transatlantica. 

Da un lato gli Stati europei cercano di coniugare sicurezza e autonomia, dall’altro l’industria statunitense offre soluzioni che permettono di accelerare la modernizzazione senza sacrificare gli standard di protezione richiesti. È un equilibrio delicato che si inserisce anche nel dibattito europeo sull’autonomia strategica, sul ruolo delle big tech nei settori critici e sulla necessità di piattaforme capaci di sostenere l’innovazione militare.

L’accordo Nato-Google mostra come la sicurezza degli alleati passi sempre più attraverso infrastrutture digitali avanzate e rende evidente che la competizione geopolitica non si gioca solo nello spazio fisico ma anche nella capacità di governare dati, algoritmi e reti.

In questo quadro il cloud sovrano non è solo un ambiente tecnologico, è un elemento della strategia collettiva con cui l’Alleanza prepara la propria difesa nella nuova stagione della competizione globale.

La Nato sceglie Google per la svolta digitale. Cosa c’è in gioco

La scelta della Nato di adottare una soluzione cloud isolata sviluppata da Google introduce un nuovo standard nella gestione dei dati sensibili dell’Alleanza e rafforza le capacità di analisi e addestramento. L’intesa si inserisce nella corsa occidentale alla sovranità digitale, dove sicurezza, autonomia e cooperazione transatlantica si intrecciano in un equilibrio che ridefinisce infrastrutture, strategie e rapporti tra attori pubblici e industriali

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