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La Central intelligence Agency sarebbe più che scettica sull’accordo fra Stati Uniti e Iran. Secondo il sito Axios che cita varie fonti, il direttore della Cia, John Ratcliffe, avrebbe comunicato alla Casa Bianca che le informazioni dell’intelligence indicano che il regime islamico non è necessariamente disposto a fare le concessioni sul nucleare su cui si è impegnato.

Lo scetticismo del direttore della Cia sarebbe condiviso dal segretario di Stato americano Marco Rubio e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. Se confermato, lo scetticismo della Cia rappresenterebbe un’autentica mazzata sul “Trump’s agreement”, l’accordo di Trump, come viene definita l’intesa con l’Iran che sarà ratificata a Ginevra il 19 giugno.

Una mazzata che si aggiunge alla presa di distanza da parte del Congresso, espressa non soltanto da parte dei democratici quanto soprattutto da parte del senatore John Thune, leader della maggioranza repubblicana, che ha  protestato con l’amministrazione chiedendo di conoscere i dettagli sull’accordo con l’Iran prima della firma di venerdì.

Politica o giochi di potere che, a distanza di migliaia di chilometri, vengono vissuti in maniera tragica a Teheran, dove  le preghiere dei Muezzin rimbombano in tutta la capitale agli orari canonici: Fajr alba, Zuhr, mezzogiorno, Asr pomeriggio, Fajr sera, Isha notte.

Nessuno vede le lacrime e percepisce la disperazione degli iraniani, soprattutto dei giovani, delle donne, dei sopravvissuti ai massacri compiuti dal regime degli ayatollah.

Dietro l’apparente pace siglata con Trump, in Iran scorre l’ininterrotto fiume di sangue della repressione che, non più “distratti” dalla guerra, i guardiani della rivoluzione stanno già nuovamente intensificando.

“Non consegniamo il mondo al male; adoperiamoci tutti per il bene.Né il bene né il male sono eterni, meglio lasciare in eredità il bene”, recitano i versi del poeta persiano Ferdowsi, invano evocati dagli oppositori del regime, mentre la cinica euforia consumistica dell’occidente per il miraggio di un “accordo che non risolve il disaccordo” e lascia covare la vendetta fondamentalista, ha rimosso le stragi e gli orrori quotidiani compiuti dai pasdaran.

Una rimozione che moltiplica le terribili conseguenze per il popolo iraniano, il vero grande incommensurabile perdente della guerra scatenata contro Teheran dall’America di Trump e dall’Israele di Netanyahu. Media internazionali ed Europa puntano il dito contro il presidente americano che al vertice del G7 di Evian millanta un successo che il Wall Street Journal definisce senza mezzi termini “una ritirata” .

“È innegabile – scrive il WSJ – che Trump stia facendo marcia indietro sui suoi obiettivi principali”. Ma, aggiunge il quotidiano finanziario internazionale: “Il rischio maggiore è che consideri l’accordo come una partnership di fatto con il regime iraniano e come Obama, chiuda un occhio sulle violazioni per concludere un accordo definitivo o preservarlo una volta firmato. Perché, a farne le spese sarebbero gli iraniani, che Trump aveva promesso di aiutare”, conclude l’editoriale, che invita il Congresso americano a discutere qualsiasi accordo definitivo con l’ Iran e a respingerlo qualora dovesse sostenere il regime.

Nel day after dell’80esimo compleanno di Trump, a Washington si addensano molte ombre su quella che viene considerata una sorta di sindrome iraniana dell’amministrazione.

“Chi vuol vincere sempre è spesso il peggiore dei falliti”, è una delle tante battute che circolano nella intelligence community del deep state, le reti di poteri militari, economici e burocratici che, subordinatamente al presidente, reggono il governo degli Stati Uniti.

Perché la Cia è scettica sull'accordo di Trump con l'Iran

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