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Il Piano Mattei è stata una novità nelle relazioni fra Europa e Africa, dopo vari tentativi del passato, dice a Formiche.net l’ex viceministro degli Esteri Mario Giro prima di partire per l’Etiopia, dove si terrà il secondo vertice Italia-Africa. L’elemento che fa ben sperare per il futuro si ritrova nella fase di ascolto dell’Africa, nella progettazione in settori interessanti come l’agrobusiness, e nella traccia sistemica e metodologica: ragionare sulle esigenze, confrontarsi sulle soluzioni e poi provare a mettersi d’accordo.

Il Piano Mattei è stata una novità nelle relazioni fra Europa e Africa: quale bilancio a due anni dalla sua nascita sia da un punto di vista di merito sia anche da un punto di vista di prospettive politiche, visto il forte interesse dell’Unione europea e anche degli Stati Uniti?

Da un punto di vista di metodo mi sembra una novità, è stata un’innovazione voler cercare un rapporto paritario con gli africani, chiedendo a loro cosa vogliono. Questo, devo dire, che nell’abitudine eurocentrica e occidentale non è stato mai troppo fatto. In fondo noi siamo sempre pronti a dare lezioni agli altri, no? Per cui tale elemento è positivo. Da un punto di vista contenutistico direi che si è cominciato con ampliare programmi già esistenti che funzionavano, soprattutto in termini educativi e sanitari. Adesso si sta affrontando la parte più sostanziosa che è quella dei grandi lavori e degli investimenti. Sull’agrobusiness si muovono molto bene alcune imprese italiane.

La scommessa del Piano Mattei quale è stata?

In una prima fase negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si provava a cooperare fra Stati. Poi in una seconda fase negli anni ’90 e 2000 a cooperare sono state soprattutto le ong. Adesso si punta ad una sinergia anche con il settore privato e quindi portare le nostre imprese in Africa: è uno schema corretto e complicato perché le nostre imprese sono piccole e quindi hanno bisogno di supporto perché non si possono permettere di sbagliare un investimento e noi non abbiamo più le grandi imprese di Stato che avevamo fino agli anni ’80. Però mi sembra una mossa azzeccata la creazione di una sinergia tra società civile e ong (con la garanzia dello Stato) e il settore privato. Si tratta di un nuovo modo per aiutare l’Africa a crescere, a crearsi un proprio settore privato e a entrare nella globalizzazione: penso in modo particolare alla green business .

Anche alla luce della sua lunghissima esperienza in quel fazzoletto di mondo così delicato e così esigente, il secondo vertice Italia-Africa ha l’obiettivo di fare il tagliando al Piano Mattei ma anche di allargare la visuale?

Sì, non solo siamo passati da 9 a 14 Paesi in due anni ma si sta perseguendo anche l’altro grande obiettivo, quello di ascoltare gli africani. Per questa ragione il vertice si tiene in Africa. D’altronde era stata la richiesta fatta agli africani stessi in occasione della presentazione a Roma del Piano Mattei nel gennaio del 2024: ragionare sulle esigenze, confrontarsi sulle soluzioni e poi provare a mettersi d’accordo.

In che modo pesare l’interesse al Piano Mattei dell’Unione africana in un momento in cui le aree di crisi purtroppo si moltiplicano, come in Sudan?

L’invito rivolto al presidente del Consiglio Giorgia Meloni è un grande onore per l’Italia: è la prima volta che un premier italiano si rivolgerà all’assemblea dei capi di Stato e di governo africana. Solo Prodi l’aveva fatto in precedenza, ma come presidente dell’Unione europea. Per quanto riguarda l’Unione Africana direi che soffre degli stessi mali di cui soffrono tutte le multilaterali in questo momento, forse l’unica funzionante ancora è l’Unione europea: una cicala un po’ in difficoltà che non riesce ad esprimere neanche mediazioni significative per le varie crisi che lei ha elencato, anche se si spera che possa farlo. Molti i punti programmatici di prospettiva, penso all’area di libero scambio africana: spero che ciò si realizzi, per loro sarebbe molto importante.

Il modello dei distretti italiani potrebbe essere un elemento che porterebbe anche un altro plus organizzativo a tutta la progettazione?

Direi che è una medaglia a due facce: già all’epoca di Clinton c’era stato un grosso interesse verso i nostri distretti. Da una parte c’è una maggiore flessibilità, l’interconnessione e la capacità di riformarsi rapidamente; ma dall’altra parte c’è la loro fragilità in un mondo in cui la competizione è fortissima, penso alla Cina. Quindi direi che non c’è un modello vincente in assoluto, ma noi dobbiamo fare con quello che abbiamo e cioè con le piccole e piccolissime imprese che si riuniscono talvolta in distretti, a volte non riescono e fanno competizione tra di loro. Quindi è sempre uno schema molto difficile da gestire. In Italia ci invidiano le nostre piccole imprese ma noi sappiamo che sono anche fragili. Altri hanno grandissime imprese transnazionali.

Quali sono gli errori da evitare nella progettazione verso l’Africa?

Innanzitutto credere che sia finita l’epoca delle interconnessioni. Ormai l’economia è globale. Naturalmente questa globalizzazione è in continua ristrutturazione, quindi magari si sceglie di cooperare con Paesi alleati piuttosto che con tutti, anche se dobbiamo dirci la verità: qui di amici e di alleati fissi non ce ne sono più. Il secondo errore da evitare nei confronti dell’Africa è credere che noi abbiamo le formule giuste per gli africani e questo non è così: si tratta di un lavoro da costruire insieme, facendo dei tentativi. L’Africa ha questa caratteristica: non si è mai industrializzata in nessun settore. Proprio questa è l’intuizione del Piano Mattei: un nuovo momento di opportunità e speriamo che questo dia dei frutti. Occorreranno tempo e pazienza, ma la strada è giusta.

Italia-Africa, la strada è quella giusta. Giro racconta a che punto è il Piano Mattei

“L’Africa non si è mai industrializzata in nessun settore. Proprio questa è l’intuizione del Piano Mattei: un nuovo momento di opportunità. Occorreranno tempo e pazienza, ma la strada è quella giusta”. Conversazione con Mario Giro, già viceministro degli Esteri

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