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Il Xi Jinping sagace di sempre e il Donald Trump professionista dell’improvvisazione. L’imperscrutabile politico di lungo corso ed il tycoon dell’American dream of business. Due modi di essere faccia a faccia per la quinta volta.

Xi si è preparato meticolosamente e ha studiato i punti deboli dell’interlocutore. Ma Trump, subito spiazzato dall’accenno del leader cinese alla trappola di Tucidide, tanto da dare per un attimo l’impressione di pensare “Thucydides who?”, ha sfoggiato i 16 paperoni mondiali dell’economia digitale, aerospaziale e commerciale, da Elon Musk, a Tim Cook di Apple, da Jensen Huang di Nvidia, a Dina Powell McCormick di Meta, da Chuck Robbins di Cisco, a Kelly Ortberg di Boeing e David Solomon di Goldman Sachs, ai quali ha chiesto di affiancarlo nella visita a Pechino.

Rifacendosi al concetto della “trappola di Tucidide” più volte evocata nel corso dei precedenti vertici Usa-Cina, Xi Jinping ha esortato il presidente americano a non sottovalutare quella che ha definito “la questione di Taiwan” perché, ha testualmente aggiunto, “se venisse gestita male le loro due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto”.

Chi è Sparta e chi Atene nella sottile metafora di Xi? Citato nel libro “Destinati alla guerra” del politologo inglese Graham Allison, lo storico ateniese Tucidide analizzò le motivazioni che spinsero gli spartani a scatenare la guerra del Peloponneso soltanto perché timorosi dell’ascesa di Atene vittoriosa sui persiani.

Concetto che inquadra i rischi della crescente rivalità sistemica tra Stati Uniti e Cina Popolare. Dopo aver lanciato il sasso su Taiwan, Xi ha sfoderato il sorriso per annunciare il buon esito dei colloqui commerciali fra i due Paesi svoltisi alla vigilia del vertice, e ha chiosato: “Più e più volte è stato dimostrato che non ci sono vincitori in una guerra commerciale”.

Giunto a Pechino con la spina nel fianco dell’irriducibile Iran, che alza la voce e minaccia questa volta ufficialmente di realizzare l’atomica, Trump ha molte meno carte da giocare rispetto all’ospite, ma ha colto l’interesse cinese per il raggiungimento di un’intesa economica commerciale stabile e la mimetizzazione della paura non solo per lo scontro bellico diretto, ma anche per la guerra in generale, compresa quella in Ucraina, perché i conflitti impediscono lo sviluppo delle esportazioni che sono vitali poiché il gigantesco sistema produttivo cinese se non cresce continuamente fa implodere l’intera economia del Paese.

Dietro le quinte, la proposta diplomaticamente indecente della Cina è sempre la stessa, anzi con la guerra all’Iran è ancora più corposa: consentiteci di inglobare in qualche modo, Taiwan, con tutte le garanzie di autonomia possibili, e avrete via libera contro Putin, gli ayatollah e Hormuz.

Ma pur conscia che Taiwan è geograficamente parte integrante del territorio della Cina, Washington non è ancora pronta ad abbandonarla, anche se sta cominciando a utilizzare il concetto come parte della trattativa.

Trump ha replicato dicendo a Xi di nutrire “profondo rispetto per la Cina e per il lavoro che hai fatto. Sei un grande leader. A volte alla gente non piace che lo dica, ma lo faccio comunque perché è vero”. Ma a parte queste parole, il presidente americano che nelle prime due ore di colloqui fra le due delegazioni al completo si è prevalentemente limitato ad ascoltare, si è riservato di replicare nel successivo faccia a faccia con Xi Jinping.

Consapevole della possibilità di sfruttare l’esigenza di Trump di ottenere un successo per tamponare la delicata situazione complessiva nella quale si trova, il presidente cinese si è detto impaziente di “tracciare la rotta e guidare la grande nave delle relazioni sino-statunitensi, affinché il 2026 diventi un anno storico e decisivo, in grado di inaugurare un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali”.

Ma il riferimento freudiano a Tucidide fa pensare che il retropensiero sia quello dell’epilogo della guerra del Peloponneso: la supremazia di Sparta rispetto ad Atene.

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