Skip to main content

Quella che sta per terminare è stata senza dubbio una settimana frenetica, tutta “a marchio Trump”. Il presidente Usa ha celebrato, dal suo punto di vista, il primo anno in carica utilizzando la piattaforma del summit di Davos per affrontare i dossier di politica internazionale più caldi e prendere di petto gli alleati tradizionali con il suo consueto atteggiamento “muscolare”. Un approccio che lo sta portando a smontare l’attuale governance multilaterale per reimpostarne una nuova, di cui non conosciamo ancora bene i tratti, ma che si fonda sui rapporti di forza relativi più che su regole condivise, in cui ogni Stato ha almeno sulla carta lo stesso peso.

Cominciamo dalla Groenlandia, diventata nelle ultime settimane una sorta di “ossessione” per Trump. Immaginare un conflitto intestino alla stessa Nato, con gli Usa da un lato nella parte degli invasori e gli altri membri dall’altro, sotto il comando del generale americano preposto nella Nato in quella zona dell’Artico a difendere la Danimarca in base all’articolo 5, sarebbe stato uno scenario oltre i limiti dell’assurdo. È stato dunque intavolato un negoziato grazie al segretario generale Mark Rutte, criticato ma in realtà abile all’occorrenza nell’adulare il presidente americano senza perdere la fiducia degli europei, che auspicabilmente porterà a una soluzione condivisa nel quadro dell’Alleanza atlantica e consentirà a Trump di salvare la faccia dopo essersi spinto in minacce di natura militare largamente pretestuose. La formula Nato è certamente la più appropriata, anche per proteggersi collettivamente da eventuali mire russe e cinesi che, in ogni caso, non appaiono imminenti. I ghiacci nell’Artico non si sono ancora sciolti – fortunatamente per la salute del pianeta – aprendo nuove rotte marine e, quindi, ogni progetto sulla Groenlandia, di natura strategica o economica, non può che essere di lungo o lunghissimo periodo. Il senso di immediata urgenza impresso dal presidente Usa su questa questione, probabilmente motivato anche da considerazioni di politica interna e dall’approssimarsi delle scadenze elettorali di novembre, era dunque manifestamente infondato.

Passiamo poi al Board of Peace, il cui lancio nella cornice di Davos avrebbe dovuto dare ufficialmente inizio alla “fase 2” a Gaza e avviare la ricostruzione. In realtà, il piano originario nato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza Onu, approvata anche dall’Italia, è stato completamente snaturato. Trump ha infatti sottoposto ai Paesi invitati la proposta di adesione a un “club” sostanzialmente privato, peraltro con una entry fee piuttosto salata di un miliardo di dollari, e sganciato dall’Onu: una sorta di comitato di sviluppo con una governance ancora opaca e subordinata allo stesso Trump, nel quale per di più il focus sulla ricostruzione di Gaza risulta estremamente diluito. È dunque comprensibile che i Paesi europei, favorevoli all’adesione alla versione originale del Board, siano ora molto cauti; e bene hanno fatto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Antonio Tajani a esprimere prudenza attraverso rilievi di carattere costituzionale e considerazioni politiche generali, non fosse altro per l’imbarazzo di sedere allo stesso tavolo di dittatori come Lukashenko o di leader ricercati per crimini di guerra come Netanyahu. Nonostante i piani faraonici per la ricostruzione della Striscia presentati dal genero di Trump, Jared Kushner, non sarà dunque così semplice muovere passi concreti in avanti.

E veniamo infine all’Ucraina, rispetto alla quale i tempi sembrano finalmente maturi quantomeno per avviare trattative serie con la Russia. Trump e Zelensky non si sono incontrati di persona a Davos, ma il discorso del leader di Kyiv, nel quale per la prima volta ha attaccato anche l’Europa, lascia intendere che qualcosa sia cambiato. Sembra evidente che Zelensky sia pronto a un negoziato nel quale dovrà cedere in larga parte alle richieste territoriali russe in cambio di protezione e di altre contropartite assicurate dagli americani. Criticando gli europei, a suo avviso troppo timidi e divisi sulla questione degli asset finanziari russi congelati e sull’insufficienza degli aiuti militari e finanziari, il presidente ucraino si sta costruendo una sorta di “alibi”, in base al quale l’Europa lo avrebbe abbandonato – circostanza del tutto falsa – e a lui non resterebbe dunque altra scelta che accettare da un lato le richieste di Mosca e dall’altro cercare il sostegno degli Usa. Zelensky, del resto, è logorato anche politicamente dopo quattro anni di un conflitto durissimo che ha messo in ginocchio il suo Paese e sta cercando una via d’uscita che consenta all’Ucraina di ripartire e a se stesso di garantirsi un futuro politico.

In definitiva, un vero e proprio “frullatore” azionato da Trump, che sta accelerando la velocità di impatto verso un mondo nuovo, assecondando un cambiamento già avviato prima del suo ritorno al potere e destinato a portarci verso una distribuzione del potere in sfere di influenza chiare e alternative l’una all’altra. Un mondo in cui, come ha osservato efficacemente il leader canadese Mark Carney nel suo discorso al Wef, le medie potenze, se non sono al tavolo, finiscono nel menù e sono quindi destinate a soccombere e a perdere la loro indipendenza se non agiscono di concerto. È un messaggio rivolto anche all’Italia, chiamata a essere protagonista attiva all’interno della Ue e del G7 – forse avviato a tornare G8 con il rientro della Russia, promesso probabilmente in Alaska – sfruttando la capacità di Giorgia Meloni di mediare e costruire ponti con l’altra sponda dell’Atlantico, per riavvicinare e non allargare le due sponde dell’Oceano “nostrum”.

Verso un nuovo equilibrio. Castellaneta racconta la settimana a tutto Trump di Davos

Davos diventa il palcoscenico di una settimana che chiarisce la direzione impressa da Trump alla politica internazionale. Tra Groenlandia, Gaza e Ucraina emerge un approccio fondato sui rapporti di forza più che sulle regole condivise, con conseguenze dirette per alleati, istituzioni multilaterali e medie potenze. Il commento dell’Ambasciatore Giovanni Castellaneta

Il Pentagono non molla la Cina, ma il focus è nell’emisfero occidentale

La nuova bozza della National Defense Strategy segna un cambio di priorità per gli Stati Uniti, spostando il focus dalla competizione globale con la Cina alla difesa del territorio nazionale e dell’emisfero occidentale. Un riassetto strategico che ridimensiona Europa e Indo-Pacifico, ma non sottovaluta la deterrenza condivisa con gli alleati

La nuova Strategia di Difesa americana è un messaggio chiaro all'Europa

La pubblicazione della National Defense Strategy 2026 del Dipartimento della Guerra statunitense segna una svolta storica nella postura strategica americana, delineando con chiarezza brutale le priorità di Washington e lanciando un messaggio inequivocabile ai suoi alleati europei: l’era del paternalismo strategico è finita. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

Il Donbass divide ancora Kyiv e Mosca. Novità da Abu Dhabi

I negoziati tra Stati Uniti, Ucraina e Russia si aprono senza progressi sul nodo territoriale, vero fulcro del confronto. Mentre la diplomazia prova a riattivare il dialogo tra Davos, Mosca e Abu Dhabi, l’intensificarsi degli attacchi russi mantiene alta la pressione militare e umanitaria

Ricerca e geopolitica. L'intesa con Berlino e la visione di Bernini tra università e sicurezza

I ministri Bernini e Bär firmano a Roma una Dichiarazione per rafforzare la cooperazione scientifica Italia-Germania. Obiettivi: infrastrutture di ricerca, mobilità accademica e Piano d’azione entro settembre 2026. La ricerca diventa leva strategica per innovazione, stabilità e sicurezza, anche in Artico. L’accordo consolida reti, partnership industriali e internazionalizzazione del sistema accademico

La Grazia di Paolo Sorrentino, la verità è nei sentimenti. La lettura di Frojo

La “grazia” di Sorrentino trova nell’amore le sue risposte. Tenerezza, compassione, comprensione, accoglienza, dialogo, cura, legami come pratica di vita quotidiana. Per una leggerezza in grado di aprire gabbie di un passato, spesso, segnato da logoranti tormenti. “Grazia” anche per una politica lontana da narcisismo e spettacolarizzazione, vissuta come “vocazione” e sacralità istituzionale, con cultura, sobrietà, competenza. La recensione di Elvira Frojo

Il New York Encounter, un evento che “spalanca l’animo addormentato”

Di Gianni Todini e Francesco Nicotri

Una manifestazione culturale che, ormai giunta alla sua 18ma edizione, conta sul contributo di centinaia di volontari, riunisce migliaia di persone, di diverse tradizioni religiose e culture differenti. A guidare tale progetto c’è un italiano, Maurizio (Riro) Maniscalco

Vi racconto la storia della Delta Force. Scrive Vecchiarino

Ecco la storia della Delta Force, l’unità d’élite dell’Esercito degli Stati Uniti d’America, considerata una delle forze speciali più abili, selettive e temute al mondo, protagonista delle operazioni più audaci, rischiose e importati degli ultimi anni

L’India e il Global South, da solidarietà storica a partnership strategica

Di Ashok Sajjanhar

Il rapporto dell’India con il Global South si è evoluto da una leadership ideologica a una cooperazione concreta e strutturata. Grazie alla crescita economica, all’attivismo diplomatico e a iniziative su sviluppo, salute, digitale e clima, Nuova Delhi si propone oggi come attore chiave di un ordine globale più multipolare. Ashok Sajjanhar, ha lavorato per il servizio estero indiano per oltre tre decenni. È stato ambasciatore dell’India in Kazakistan, Svezia e Lettonia e ha lavorato in posizioni diplomatiche a Washington DC, Bruxelles, Mosca, Ginevra, Teheran, Dhaka e Bangkok

Trump, l’Europa e la fine dell’ombrello americano. La versione dell’ex assistente segretario Ryan

Nel mondo post-occidentale che emerge dai sondaggi Ecfr, l’Europa appare più pessimista ma anche più consapevole della necessità di farsi carico della propria sicurezza. Nell’analisi di Mike Ryan, la National Security Strategy 2025 non segna l’abbandono del Vecchio Continente, ma il passaggio da una protezione americana garantita a una responsabilizzazione strategica europea

×

Iscriviti alla newsletter