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Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

Se l'IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

Dipendere dall’IA è perdere la guerra cognitiva. Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’Intelligenza artificiale indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro

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