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C’è una città che non smette di respirare tra le pagine. È una Ferrara di mura silenziose e giardini chiusi, di biciclette lente sotto i tigli e di sguardi abbassati nei giorni più bui. È la Ferrara che diventa coscienza, teatro morale prima ancora che scenario. A centodieci anni dalla nascita di Giorgio Bassani, domani, la sua voce torna a interrogare il presente. Formiche.net ne ha parlato con la figlia, Paola Bassani, in occasione dell’anno celebrativo promosso dalla Fondazione Giorgio Bassani, che si aprirà a Ferrara domani e giovedì con un convegno internazionale dedicato alla centralità civile e letteraria dello scrittore, proseguirà a giugno con l’anteprima mondiale del docufilm In gran segreto e culminerà in autunno con un tour di proiezioni e incontri anche nelle scuole superiori.

Nel raccontare oggi la figura di suo padre si rischia talvolta di cristallizzarlo in una dimensione solo letteraria. Quanto pesa, invece, la sua eredità di intellettuale civile?

Pesa moltissimo. Mio padre non è stato soltanto l’autore del Giardino dei Finzi-Contini o delle Cinque storie ferraresi, ma un intellettuale che ha vissuto la letteratura come responsabilità pubblica. La sua critica al fascismo fu netta, radicale, mai ambigua. Le leggi razziali non furono per lui solo una tragedia storica, ma una ferita personale e collettiva che segnò per sempre il suo sguardo e il suo portato letterario. E fu altrettanto severo verso quella borghesia ferrarese che, pur talvolta ebraica, scelse l’adattamento, la complicità, il silenzio verso il regime. La sua opera è un atto di accusa morale. E lo è anche il suo impegno per la tutela del patrimonio culturale – con Italia Nostra in primis – perché difendere i paesaggi e le città significava difendere la memoria e quindi la democrazia.

Opere come Cinque storie ferraresi e Il giardino dei Finzi-Contini hanno trasformato Ferrara in un luogo dell’anima collettivo. Che rapporto aveva con la città?

Ferrara era tutto questo insieme: radice e laboratorio. Era la città reale delle mura, del cimitero ebraico, delle strade percorse in bicicletta; ma era anche la città trasfigurata, divenuta personaggio. In quelle pagine Ferrara non è sfondo, è protagonista morale. È la misura delle scelte, delle vigliaccherie e dei coraggi. Per me stessa Ferrara è stata anche un’esperienza concreta e intima: da bambina trascorsi mesi nella casa di mia nonna, in quella stessa città che nei libri di mio padre diventa spazio della memoria e del giudizio. È un intreccio che non si scioglie.

Il Novecento di Bassani è memoria ma anche responsabilità. Cosa può insegnare oggi alle nuove generazioni?

Può insegnare che la memoria non è nostalgia, ma esercizio critico. Mio padre raccontava il mondo ebraico italiano non per chiuderlo in una teca, ma per mostrarne la fragilità e la dignità dentro la storia nazionale. Perché dalla prospettiva di Giorgio Bassani gli ebrei sono prima di tutto italiani, patrioti. In un tempo che semplifica e polarizza, la sua lezione è la complessità. È l’idea che ogni comunità può essere travolta se abdica alla vigilanza morale.

La Fondazione promuove un anno di celebrazioni che culminerà con il docufilm In gran segreto. Quanto c’è di intimo e quanto di pubblico?

C’è un equilibrio delicato. In gran segreto nasce come racconto familiare, costruito insieme a mio fratello Enrico, ma diventa inevitabilmente un tassello pubblico, ma non posso dire molto. La vicenda privata di mio padre si intreccia con la storia culturale italiana del dopoguerra. Raccontare l’uomo significa comprendere meglio lo scrittore e l’intellettuale. L’anteprima mondiale a giugno sarà un momento importante proprio per questo: restituire una figura intera, non monumentale ma viva.

In un Paese che fatica a tenere insieme memoria storica e identità nazionale, quale sarebbe oggi la sua battaglia culturale?

Sono convinta che parteciperebbe attivamente al dibattito pubblico. Non resterebbe in disparte. Interverrebbe sui temi della memoria, dell’antisemitismo che riemerge, della tutela del paesaggio, della qualità della vita civile. E chiederebbe ancora una volta alla cultura di non essere neutrale. La sua lezione è che la letteratura può e deve incidere nella realtà. Ferrara, nelle sue pagine, è diventata un paradigma nazionale. 

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