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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori e dell’autore, pubblichiamo il commento scritto dall’economista Gustavo Piga uscito oggi sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi

Quanta cultura dietro le scelte economiche, quanto l’economia è schiava della storia e delle culture di riferimento. E’ affascinante. E spesso incomprensibile.

Tanto incomprensibile che gli anonimi mercati – poverini, mezzi sconvolti – ancora stanno cercando di raccapezzarsi per capire cosa sia saltato in testa ai leader elvetici che hanno deciso di abbandonare l’aggancio del franco svizzero con l’euro. Una follia parrebbe, visto che l’apprezzamento immediato della valuta d’Oltralpe condanna i venditori di orologi locali e gli alberghi delle stazioni invernali a tempi durissimi e ad esprimere subito il loro dissenso con la decisione delle loro autorità.

Eppure… Eppure la Svizzera è nel suo DNA molto tedesca, e l’inflazione è un mostro da combattere: da tempo la Svizzera è in semi-deflazione e non ne fa un grande dramma, felice di sentirsi il Paese della stabilità dei prezzi. Talmente stabile che aveva deciso di ancorarsi a una valuta di riferimento che all’epoca appariva stabile e forte, come l’euro.

L’annuncio della Corte di Giustizia europea che la BCE potrà procedere col tentativo di rinvigorire la sua domanda interna con operazioni di mercato aperto aggressive di quantitative easing è stata con tutta probabilità la goccia che ha fatto traboccare il vaso dei decisori svizzeri. Mettetevi nei loro panni in questi ultimi mesi: costantemente lì a comprare euro e vendere franchi pur di mantenere costante il rapporto di cambio con l’euro, a fronte di una crescente domanda da parte del resto del mondo di una valuta-rifugio (che non fosse solo il dollaro) davanti alle incertezze crescenti europee.

A un certo punto si saranno detti che continuare così di fronte alle mosse di politica monetaria espansiva della BCE avrebbe significato cominciare a importare la possibile futura inflazione europea e si sono chiamati fuori, da ciò terrorizzati (anche a costo di subire altri danni di tipo economico, appunto).

La cultura la spunta sull’economia? Forse, ma in realtà la verità è che l’economia di un Paese è figlia della sua cultura. E dunque anche che le strutture economiche si cambiano lentamente, soltanto con cambiamenti culturali.

Quei cambiamenti culturali che lentissimamente stanno prendendo piede in Europa, quell’Europa che solo 70 anni fa era in piena guerra al suo interno, guerra di predominio culturale e infine economico.

Prendiamo dunque il buono di quanto appare da questa lezione svizzera: i tedeschi, con la loro cultura così vicina a quella degli elvetici, non seguono la Svizzera ma rimangono ancorati all’euro, anzi ne condividono le scelte di espansione monetaria anche se il boccone da ingoiare è notevole e probabilmente spaventoso per loro, come lo è per gli svizzeri.

E’ un piccolo sacrificio, quello tedesco, o così appare a noi italiani: ma è probabilmente qualcosa di molto di più in un’ottica storica. Un avvicinamento non da poco quello di non avere detto no alla mossa di Draghi, quello di aver consentito che via tasso di cambio si aiutino le esportazioni europee in un momento di grave difficoltà economica dell’area euro del Sud e che si tenti la carta della maggiore inflazione.

Altri passi dovranno venire, perché la salvezza nell’area euro all’interno di un mondo globalizzato può venire solo dalla domanda interna e dunque dalla rottamazione del Fiscal Compact. Intanto però assaporiamola, questa sensazione che qualcosa va cambiando, lentissimamente, nel progetto dell’euro che rimane un grandioso e rischioso tentativo di avvicinamento culturale all’interno dell’Europa, una scommessa che si accompagna alla dabbenaggine di non avere capito che senza solidarietà in tutti i campi, a partire da quello fiscale, nulla si può costruire sui meri, seppur significativi, simboli cartacei.

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