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La visita di Christine Lagarde – ci tiene ad essere chiamata ‘’direttore’’ del Fondo monetario internazionale (Fmi) – ha ridato fiato alle voci di un possibile commissariamento del nostro Paese, in considerazione delle difficoltà in cui continua a dibattersi senza riuscire a promuovere la crescita nonostante le incertezze e i ritardi che il governo incontra sul versante dell’equilibrio dei conti pubblici.

Nella Ue, il turno della presidenza italiana si avvia alla conclusione senza un nulla di fatto rispetto agli annunci della vigilia, quando Matteo Renzi assicurava che anche la politica dell’Unione avrebbe #cambiatoverso. Non ci vuole molto a capire che, a livello europeo, si continua a suonare la musica di sempre, nonostante le tiritere contro la politica del rigore e l’invocazione di una maggiore flessibilità nei saldi che lo stesso ministro Pier Carlo Padoan ha definito una chimera per quanto riguarda la possibilità di creare sviluppo.

Il commissario Moscovici, la persona che – secondo Renzi e il suo ‘’compagno di merende d’Oltralpe” – avrebbe dovuto contrassegnare il cambiamento di indirizzo nella strategia della Ue, ha concesso ai nostri conti pubblici un periodo di libertà vigilata fino a marzo del prossimo anno, quando l’Italia dovrà onorare gli impegni assunti circa la riduzione del debito.

Il Jobs act Poletti 2.0 è stato sicuramente più apprezzato della legge Boschi sulle riforme istituzionali (approvata in prima lettura dal Senato nell’agosto scorso), ma non ha ottenuto quell’impatto positivo che a suo tempo caratterizzò la riforma delle pensioni del ministro Elsa Fornero: un atto – decisivo per ridare credibilità al Paese – che adesso viene messo pericolosamente in discussione con troppa leggerezza, nei capisaldi più significativi, da taluni settori del Pd.

Sappiamo che la trojka non arriva di sua iniziativa ma su richiesta degli Stati a fronte dell’erogazione di un prestito del Fmi. Fino ad ora i governi sono riusciti ad evitare di chiederlo (benché nel 2011, al vertice di Cannes, Silvio Berlusconi parve interessato ad accettare la proposta che allora gli venne fatta). Anche Matteo Renzi ha dichiarato (perché ha sentito l’esigenza di una excusatio non petita?) che l’Italia non si sottoporrà alle forche caudine del prestito.

Ma se il governo vi fosse costretto per evitare la bancarotta? Corre voce, negli ambienti della finanza internazionale, che vi sia una soglia critica del debito: il 140% del Pil. Noi siamo intorno al 134%, nel contesto di una spirale di crescita per effetto della stagnazione economica, della bassa inflazione, del deficit e dell’ammontare del servizio del debito.

Quest’ultimo aspetto merita una particolare sottolineatura perché se è vero che i tassi dei Btp sono scesi, nelle sottoscrizioni più recenti, sotto il 2%, è altrettanto indubbio che quelli medi dello stock sono assai più elevati. Insomma, la situazione è tutt’altro che tranquilla e sotto controllo

E’ molto difficile che un grande Paese come il nostro sia costretto a chiedere l’aiuto del Fondo. Ma ci siamo andati molto vicini nel 2011, in condizioni certamente più gravi delle attuali: condizioni che si determinarono in un breve lasso di tempo. Nel giugno del 2011 lo spread Btp/Bund era pari a 173 punti base; a novembre era salito a 570 punti, nonostante una manovra correttiva estiva di 60 miliardi di euro.

Il fatto è che l’Italia somiglia a un’automobile che gira con il motore in folle. Il governo non solo non ha una strategia, ma Renzi ha fallito anche nelle mosse tattiche che aveva predisposto. Il disegno del premier era molto chiaro: traccheggiare sul terreno dei conti pubblici sperando di sottrarsi per qualche mese alle reprimende della Ue e varare senza incidenti la legge di stabilità, allo scopo di arrivare, in primavera, al redde rationem delle elezioni anticipate.

Questa operazione non gli è riuscita sia per motivi interni che esterni. Tra i primi vi è sicuramente l’accelerazione delle dimissioni di Giorgio Napolitano che lo privano di un garante sul piano internazionale e lo costringono a fare il possibile per mandare al Quirinale una personalità disposta ad assecondare il suo progetto che è contrastato da una parte consistente delle forze politiche, compresi ampi settori del suo stesso partito. Il che determina ulteriori difficoltà sul terreno della legge elettorale.

L’altro tallone d’Achille del giovane premier sta nella caduta, non prevista, di popolarità che lo spinge a cercare margini di consenso attraverso misure demagogiche e populiste (si vedano i provvedimenti in cantiere sulle pensioni) che danneggiano però quel quadro di rigore finanziario che è tuttora la regola aurea nella Ue. Mettere, inoltre, in discussione anche la stabilità politica in un contesto di grave incertezza economica potrebbe determinare effetti difficilmente prevedibili proprio quando, in primavera, l’Italia dovrà rispondere alla prova d’appello.

Infine, quali saranno le conseguenze di Mafia Capitale? Nonostante lo sforzo dei media di regime di caricarne gli effetti su settori del centro destra, appare sempre più chiaro che nel mirino degli inquirenti c’è anche il Pd e il suo sistema di potere politico ed economico. Ricordiamo tutti Tangentopoli. Le inchieste non si fermarono a Milano, ma coinvolsero altre zone del Paese.

L’esistenza di un ‘’mondo di mezzo’’ non è una prerogativa della Città eterna. Da tempo si diceva che ad ottobre sarebbe scoppiato un grosso scandalo politico. Vi è stato soltanto il ritardo di un mese.

Vi spiego perché Renzi non può stare troppo sereno

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