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Da due settimane è iniziato il 2015 in quasi tutto il mondo. Un’eccezione importante è la Cina, quando l’anno nuovo comincerà il 19 febbraio; sarà, secondo il calendario del Celeste Impero, l’’anno della capra’. Per evitare di essere “caproni” sui mercati finanziari, è utile esaminare alcune caratteristiche, peraltro già evidenziate dagli altri e bassi dei titoli di Borsa (specialmente sulle piazze europee) in queste prime due settimane.

In una lunga intervista apparsa sul New York Times del 10 gennaio, William Miller, amministratore delegato del Legg Mason Opportunity Fund, ha detto senza mezzi termini che il 2015 è l’anno della volatilità. Gli fa eco Duncan Wilkinson dell’AlhaSimplex Group di Cambridge, Massachusetts. Wilkinson ha sviluppato l’’ipotesi di mercati adattivi’, secondo cui i mercati non sono interamente “razionali” ma si “adattano” più o meno rapidamente al mutare delle circostanze, e alle informazioni che ricevono sui differenti andamenti. I fondi comuni che utilizzano il metodo di AlphaSimplex, sono riusciti, nel 2014, ad andare leggermente meglio dell’indice Standard and Poor 500 (S&P500), mentre l’80% dei fondi basati negli Usa sono andati peggio dello S&P500. Vuol dire che “ci azzeccheranno” anche nel 2015. Lo stesso Wilkinson è dubbioso: i loro modelli riescono a “catturare” il rischio (ossia a tenerne conto) ma non l’incertezza. E i mercati sono sempre più caratterizzati da una forte dose di incertezza, sia economica (ad esempio, l’andamento dei prezzi del petrolio; la faticosa ripresa nell’eurozona, se mai avrà corpo) sia politica (il pullulare di guerre grandi e piccole, il terrorismo anche in Europa, la complessa successione in Arabia Saudita – dove non è in via diretta ossia da padre e figlio ma tra fratelli, ed una generazione si sta esaurendo cedendo il passa ad un vasto numero di ambiziosi cugini)-

C’è qualcosa che i governi, le politiche pubbliche possono fare? Probabilmente sì, se nell’anno della capra non vogliono essere loro a comportarsi non da gufi ma da caproni. All’inizio di gennaio, una delle maggiori società internazionali di consulenza economica, BCA Research, ha pubblicato un rapporto in cui ha analizzato quello che chiama il “superciclo de debito”; nel mondo occidentale il debito è cresciuto complessivamente dal 160% al 220% del Pil. Ora, secondo BCA Research, il “superciclo” è arrivato al capolinea. E i governi che non sanno gestire questa fase devono, come i conducenti al capolinea, scendere dall’autobus e lasciare la guida ad altri. Prima di esserne travolti (come avviene ai caproni).

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si dice che segua con attenzione il serial televisivo House of Cards. Farebbe bene a leggere House of Debt di Atif Mian e Amir Sufi, due economisti distinti e distanti dalle beghe del Partito Democratico (PD) in cui si mostra come l’esigenza di rifinanziare ogni anno un debito in continua crescita può indurre ad una crisi di fiducia. Una parte del lavoro esamina la crisi debitoria subprime negli Usa e dimostra come le aree più colpite sono state quelle in cui sull’edilizia gravavano i mutui più pesanti. Analogamente, le aree più a rischio, e con maggiore incertezza, sono quelle con il maggior rapporto tra debito e Pil. In Europa, il rapporto è mediamente cresciuto dal 60% all’inizio del secolo all’85% ma si avvia ad una costante crescita, di cui Grecia, Italia, Spagna, Belgio e Portogallo sono unicamente le prime avvisaglie. La situazione europea è ben peggiore di quella americana a ragione principalmente della demografia.

Cosa fare in questo contesto? Per i risparmiatori, occorre guardare non tanto a mercati geograficamente nuovi quanto a investimenti che tengono conto delle tendenze demografiche, in primo luogo le polizze vita e le obbligazioni associate a programmi a lungo termine in settori come l’energia e le infrastrutture. Per i Governi, affrontare, meglio se sulla base di un’intesa, il nodo del debito pubblico.

Cina e Italia fra capre, caproni e volatilità

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