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È giusto e pensabile che nell’Italia del terzo millennio lo Stato promuova tramite le risorse dei cittadini una politica industriale a favore di precise realtà produttive? Non è preferibile garantire una prospettiva liberale di concorrenza aperta? E il governo di Matteo Renzi verso quale direzione è orientato?

La comune preoccupazione

Gli interrogativi hanno alimentato il libro, scritto dalla firma del Corriere della Sera Dario Di Vico e dall’economista Gianfranco Viesti, intitolato “Cacciavite robot e tablet. Come far ripartire le imprese”.

Edito dal Mulino e presentato nella sede dell’Agenzia di ricerche e legislazione (Arel) fondata da Beniamino Andreatta, il volume vede confrontarsi ricette alternative attorno al timore comune per il drastico ridimensionamento delle strategie di sviluppo produttivo.

Una politica industriale non statale

La strada prospettata da Di Vico è una “politica industriale liberale e plurale” in cui lo Stato riduca le tasse e riconosca l’iniziativa economica a banche, fondi di investimento e multinazionali. Realtà – rileva il giornalista e saggista – che non vanno “sedotte e abbandonate”, bensì accompagnate da governo e istituzioni.

Il salto culturale da compiere ai suoi occhi è l’abbandono dell’attenzione ossessiva per gli assetti ed equilibri proprietari a favore delle strategie delle realtà produttive.

Una priorità che può essere valorizzata utilizzando le potenzialità e competenze del Fondo strategico italiano che fa capo alla Cdp: “L’unico organismo che grazie ai capitali raccolti nel mercato può aggregare, coordinare e mobilitare gruppi diversi attorno a progetti rilevanti”.

Nessun ritorno a Margaret Thatcher

Radicalmente antitetica la prospettiva indicata da Viesti, professore di Economia internazionale nell’Università di Bari e fautore convinto del rilancio di un’azione pubblica all’altezza delle sfide della globalizzazione, in grado di accrescere la dimensione delle imprese e favorirne internazionalizzazione e innovazione. Tutto il mondo occidentale – spiega lo studioso – sta mettendo in campo una politica industriale fondata sul ruolo centrale dello Stato.

Lungi dal ripercorrere le orme liberiste di Margaret Thatcher imperniate  sul taglio del peso fiscale nei confronti delle imprese e su una pura garanzia della concorrenza, l’economista propugna un robusto piano di investimenti pubblici europei e nazionali: “Perché nei settori strategici i soggetti privati da soli non ce la fanno”.

Una strada obbligata

Felice che si torni a parlare di politica industriale senza tabù e con approccio pragmatico è Stefano Firpo, capo segreteria tecnica del Ministero per lo Sviluppo economico e già ghost writer di Corrado Passera quando l’ex ministro era consigliere delegato di Intesa.

Rinnovamento tecnologico e interconnessione spinta tra grandi contenitori digitali e realtà manifatturiere sono – secondo l’economista Firpo con un passato anche alla London School of Economics – i requisiti per favorire la partecipazione delle piccole e medie imprese ai circuiti economici internazionali e per far ripartire una politica di investimenti di qualità.

“È forse l’unica leva su cui agire nella cornice Ue di vincoli finanziari, valutari, fiscali. E in uno scenario di restrizione creditizia che, affiancato allo scarso ricorso al mercato di capitali non bancari, penalizza il tessuto produttivo”.

Più coraggio su spending review e taglio delle tasse

Molto più scettico rispetto a un’iniziativa statale tesa a incoraggiare lo sviluppo manifatturiero è Andrea Bolla, imprenditore energetico e vitivinicolo oltre che presidente del Comitato tecnico per il fisco di Confindustria. Il quale rileva come le condizioni essenziali al business – basso costo dell’energia, educazione, tassazione favorevole – restino carenti nell’attività istituzionale.

Esempi emblematici di tale ritardo sono “una revisione della spesa pubblica che richiede coraggio e incisività. A partire dallo sfoltimento delle aziende locali partecipate per ridurre la pressione tributaria e tagliare gli sprechi. E la legge delega sul fisco, che dovrebbe rispondere alla finalità di far lavorare gli imprenditori anziché di punire gli evasori”.

Per mettere a disposizione del tessuto economico un “capitale paziente”, Bolla propone di rafforzare il Fondo Italiano di Investimento in una logica di partnership pubblico-privato e l’adozione dei mini-bond.

Attrarre i capitali stranieri

Puntare sul comparto manifatturiero, “traino vitale per l’economia nazionale che registra tassi di eccellenza planetaria per creatività, bellezza, flessibilità e rispondenza alle esigenze del cliente”, è la ricetta prefigurata da Francesco Merloni, industriale di elettrodomestici e già ministro dei Lavori pubblici.

Per il quale una strategia industriale e un progetto di investimento imprenditoriale devono poter contare sulla stabilità politica di lungo termine, su una burocrazia riformata, su un credito d’imposta con risorse adeguate.

Altro capitolo cruciale “è favorire l’intervento e le acquisizioni dei gruppi esteri nel nostro paese, pur dolorosi per la perdita di marchi industriali storici. E agevolare il ricorso al lavoro autonomo come opportunità che scaturisce dalla rivoluzione telematica”.

Sì alla creazione di campioni europei

Rilanciando gli 8 punti per la rinascita manifatturiera prospettati a giugno da Romano Prodi sul Messaggero, l’ex premier Enrico Letta ritiene necessario agire contemporaneamente su due fronti.

A livello europeo – rimarca – bisogna capire la destinazione dei 300 miliardi di investimenti preannunciati dalla nuova Commissione Ue, cruciali per il voto favorevole del Parlamento di Strasburgo. Ma ciò non è sufficiente. L’esponente del Partito democratico invoca l’archiviazione della filosofia dell’Antitrust comunitario, che tende a spezzettare e frammentare le realtà industriali mentre emerge l’esigenza di grandi “campioni continentali” a partire dal comparto delle telecomunicazioni.

Misure da affiancare – evidenzia l’ex Presidente del Consiglio – alla riduzione dei costi dell’energia a fronte della crescente competizione internazionale legata alla frontiera dello shale gas: “Basti pensare che essa ha prodotto un calo del 30 per cento nel prezzo delle fonti di riscaldamento negli Usa”. La strada da seguire a suo parere è l’interconnessione dei gasdotti europei soprattutto via mare, al fine di attenuare la dipendenza dalle importazioni di gas russo e algerino.

L’esortazione-stoccata a Renzi

All’interno dei confini nazionali il tema cruciale resta per Letta la scarsa competitività delle imprese italiane. Carenza “che si può colmare con il loro ingresso nei mercati esteri attraverso il rafforzamento del ruolo di Cassa depositi e prestiti e del Fondo italiano di investimento: “Preziosi per favorire la crescita dimensionale e l’investimento in innovazione delle aziende”.

Terreno altrettanto cruciale per la modernizzazione del tessuto produttivo è a giudizio dell’ex capo del governo una politica coerente di privatizzazioni. Su cui l’esortazione all’attuale premier è “non nutrire paura a causa delle esperienze negative degli anni Novanta”. Renzi, in altre parole, dovrebbe mostrare più coraggio nell’apertura al mercato di realtà economiche rilevanti.

Ma per farlo, conclude Letta, memore della propria defenestrazione da Palazzo Chigi ad opera del fautore della “Rottamazione”, è necessario contare su una continuità di governo.

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