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Presidential candidates Rousseff of Workers Party and Silva of Brazilian Socialist Party take part in a TV debate in Rio de Janeiro

Oggi 5 ottobre si svolgono in Brasile le elezioni presidenziali. Tra alcune ore sapremo i risultati. Se Wilma Rousseff non dovesse vincere con almeno il 50% dei voti al primo turno, si aprirebbero scenari di potente destabilizzazione dei Brics. La seconda candidata con maggiori possibilità è l’ambientalista, nera ed evangelica Marina Silva, e i terzo è l’energico liberale e pragmatico Aécio Neves.

Se la Rousseff non riuscisse a vincere ottenendo più del 50% dei voti, in Brasile l’elezione sarebbe decisa al secondo turno, già fissato per il 26 ottobre; ma, in tal caso, la forbice che divide l’attuale Presidente da Marina Silva e da Aécio Neves si accorcerebbe di molto (i sondaggi darebbero addirittura Rousseff e Silva entrambe al 41% al secondo turno). L’imperativo, dunque, per la Rousseff, non è soltanto vincere, ma vincere al primo turno, per scongiurare che coalizioni da secondo turno possano mettere a rischio la sua rielezione.

Dopo la sospetta eliminazione del vero secondo candidato, Eduardo Campos leader del partito socialista brasiliano scomparso in un incidente aereo, Marina Silva propone una drastica alternativa strategica per il Brasile. Silva sostiene di voler concludere un accordo bilaterale di libero scambio con gli Usa che, se si realizzasse, potrebbe far naufragare il Mercosur ed i rapporti con l’UE in vista proprio della conclusione dell’Accordo UE-Mercosur. Con la sua elezione ci sarebbe discontinuità anche nella politica interna visto il suo approccio liberale verso i temi economici. Inoltre, questa scelta politica romperebbe il fronte dei Brics che proprio qualche mese fa si era cristallizzato a Fortaleza.

La Rousseff non è mai stata amata dal mondo imprenditoriale, né dai mercati. E lei ricambia. Ora il timore è che un secondo mandato porti alla radicalizzazione di alcune sue convinzioni. In campagna elettorale Dilma ha negato che il Brasile, da tempo a crescita prossima allo zero, abbia un problema di inflazione o di squilibrio fiscale, contro tutte le evidenze. La colpa, dice lei, è la perdurante «crisi internazionale». La solo via d’uscita per il Brasile, se vincesse la Rousseff, sarebbe un accordo più stringente con la Cina che potrebbe “garantire” le finanze brasiliane tenendo lontano gli avvoltoi nord americani. Ma è proprio questo che gli Usa non vogliono e faranno di tutto per impedire.

Da tempo circolano chiari segnali che gli Usa vorrebbero togliere di scena i Presidenti progressisti in America Latina. Marina Silva, che è pro Israele e seguace di una delle Chiese Evangeliche brasiliane, è molto più conciliante con gli USA e con le grandi imprese di quanto non lo sia la Rousseff, che, con i BRICS (gruppo di paesi emergenti composto da Brasile, Russia, India, Cina ed Africa del Sud), sta cercando di sfidare la supremazia dei nordamericani all’interno della Banca Mondiale. Secondo il giornalista investigativo nord americano Wayne Madsen, la Silva è molto legata all’imprenditore George Soros, uno dei maggiori finanziatori della campagna di Barack Obama per la Presidenza degli USA nel 2008.

È abbastanza incredibile che mentre si gioca il futuro del Brasile, ma anche dell’America Latina, dei suoi rapporti con l’Ue e del suo posizionamento nei Brics, la stampa europea, e particolarmente quella italiana, non dedichi attenzione a questo delicatissimo tema. Quale sarà la valutazione della neo nominata signora Pesc, Federica Mogherini? Ah saperlo…

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