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Circa dieci anni fa in una Parma dove la meccanica e l’agroalimentare erano in crisi venne rilanciato il ‘Festival Verdi’ con l’intenzione di mettere in scena tutte le opere del compositore per pubblicare un cofanetto di DVD in occasione del bicentenario dalla nascita. Il progetto partì non solo con molto clamore ma soprattutto con grandi professionalità italiane e straniere. L’idea era di fare diventare Parma una delle ‘capitali europee’ della musica, attirando turismo musicale di classe da tutto il mondo. Dal 2008, l’Italia è entrata in crisi ma soprattutto i Governi non hanno ritenuto di includere il ‘Festival Verdi’ tra le manifestazioni musicali nazionali di rilievo internazionale – lo sono il Rossini Opera Festival, il Puccini Festival, il Ravenna Festival ed il Festival dei due Mondi a Spoleto – che hanno sponsor politici più importanti e ricevono un sostanzioso sussidio.

Il management che aveva concepito il progetto di Parma ‘capitale europea delle musica’ non è stato rinnovato. Il nuovo management, chiamato circa due anni fa, è dimissionario. Il Festival 2014 (10 ottobre – 4 novembre) appare moribondo: due sole opere, qualche concerto, numerose conferenze, film di opera in HD, spettacoli per bambini. Non si sa nulla delle stagione lirica che dovrebbe iniziare, come da prassi, il 13 gennaio.

In mezzo a questa tristezza, tuttavia, il Festival è stato inaugurato da un’ottima edizione de La Forza del Destino. Non è una delle opere di Verdi rappresentate più di frequente. Richiede almeno sei voci di grande livello (un soprano “assoluto”, un tenore “spinto”, un baritono, un mezzo soprano, un basso drammatico e un baritono-basso buffo), alcuni caratteristi ed un corpo di ballo: in effetti è il prototipo del “grand opéra padano” che si sarebbe affermato negli ultimi decenni dell’Ottocento. Ha un libretto scarsamente credibile, la cui azione, molto macchinosa, si svolge tra varie parti della Spagna e Italia nella guerra tra Madrid e Vienna per il controllo della Penisola. Ne esistono due versioni di base (e molte interpolazioni): la prima del 1862, composta per San Pietroburgo, è byroniana e disperatamente atea; la seconda, rivista e adattata per La Scala nel 1869, apre la porta alla fede ed ha un finale edificante imperniato sul perdono. Nei sette anni tra le due versioni, Verdi aveva stretto amicizia con Alessandro Manzoni; ciò spiega il senso di dubbio di fronte all’Alto dell’edizione del 1869. Infine, su “La Forza” vaga la diceria di essere di cattivo augurio a teatri ed interpreti: un noto baritono è morto in scena mentre la cantava e in altre occasioni hanno avuto luogo diverse disavventure. A Parma nel 2001, alla “prima” dove soprano e tenore sono stati sostituiti a prove iniziate perché ammalati.

Nella edizione in scena nella città emiliana sino al 28 ottobre viene utilizzata la versione critica di Philip Gossett dell’allestimento scaligero del 1869. Vengono aperti tutti i cosiddetti “tagli di tradizione”, con il risultato che lo spettacolo dura circa quattro ore, intervalli compresi. Regia, scene, costumi e luci sono di Stefano Poda che presenta una “Forza” in bianco e nero – i due colori dominanti. Poda era il regista, scenografo e coreografo anche nel 2011 ma, salvando gli elementi scenici, lo spettacolo è stato interamente riconcepito. Allora, la fosca e cupa vicenda era ambientata più in una visionaria Pomerania di fine Ottocento che nella Spagna ed Italia del Settecento. Ora è completamente stilizzata; costumi atemporali, ambientazione astratta, un viaggio interiore verso la redenzione e la Fede. La produzione non è piaciuta a parte del loggione, abituato a messe in scena ‘tradizionali’. Debbo ammettere che ne vidi una al Metropolitan di New York; con, nel secondo atto, Leonora vestita da viaggio in pantaloni alla zuava ; il tutto era ridicolo. Tra i miei ricordi, un allestimento all’Opera di Roma nel 1980 con scene di Gottuso ed ambientato nella guerra civile spagnola del 1936; bellissimo ma oggi chi potrebbe permetterselo?

Occorre dire che la vera forza di questa Forza (mi si perdoni il calembour) è nella parte musicale di livello il cast vocale (Virginia Tola, Chiara Amarù, Luca Salsi, Roberto Aronica, Michele Pertusi, Roberto De Candia nei ruoli principali, tutti di grande esperienza nelle rispettive parti), hanno meritato frequenti applausi a scena parte e vere e proprie ovazioni al termine nello spettacolo.

Ma il merito maggiori va alla concertazione del 38enne Jader Bignamini alla guida della Filarmonica Toscanini. Una concertazione che non solo tiene perfettamente gli equilibri tra palcoscenico e buca, ma è appassionata, intensa, piena di chiaroscuri, con grande attenzione all’alternarsi di tonalità minori e maggiori e con risolto al ‘contrappunto verdiano’ che sboccerà completamente in Falstaff. Bignamini ha un piglio verdiano che ricorda il miglior Riccardo Muti nel periodo napoletano. Bignamini è una certezza cha da una speranza al futuro del Festival Verdi.

(credits foto: Roberto Ricci)

Ecco come il Festival Verdi prova a rilanciarsi

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