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Il 2014 non è l’anno della ripresa, come stimavano le previsioni, ma probabilmente il terzo di recessione per l’economia italiana: un prolungamento che chiama alla memoria la crisi vissuta dal nostro Paese negli anni trenta e che suggerisce un confronto storico, condiviso con molti altri paesi europei, da cui lo status quo si rivela ancor più drammatico.
Oggi come allora, la recessione ha una sola causa: la caduta della domanda aggregata. Su questa avrebbero dovuto intervenire le misure per la ripresa a livello europeo – basate su una politica monetaria espansiva, consolidamento fiscale e riforme strutturali – che hanno invece sospinto i Paesi verso una pericolosa trappola di stagnazione e deflazione.

Il fallimento deriva dall’impotenza della politica monetaria rivelatasi non adatta a sostenere il ciclo economico in una situazione in cui i tassi di interesse reali – necessari per promuovere la ripresa – sono divenuti probabilmente negativi, andando oltre la portata della Banca centrale. Una situazione che richiederebbe la creazione di aspettative inflazione, mentre invece la dinamica dei prezzi è andata in direzione opposta, in costante calo, allontanandosi dall’obiettivo del 2%.
La perdita della capacità di incidere della Bce ha amplificato l’impatto depressivo dell’austerità fiscale e tende a neutralizzare gli auspicati effetti favorevoli sulla domanda delle riforme strutturali. Il successo di quest’ultime implica, infatti, l’abbassamento delle aspettative sui futuri livelli dei prezzi per l’abbattimento di rendite e protezioni. Se la politica monetaria non può ridurre simultaneamente i tassi di interesse, perché sono già a zero, ne deriva un effetto depressivo che compensa gli auspicati impatti positivi.

Altro aspetto da non sottovalutare è ciò che riguarda l’aggiustamento intra-area, questione che resta elusa a livello europeo: se l’inflazione in Germania viaggia a ritmi dell’1%, il riequilibrio competitivo europeo obbliga i paesi periferici a spingere le dinamiche dei loro prezzi a zero e anche sotto tale livello per un periodo di tempo prolungato. Le difficoltà della Bce nel riportare l’inflazione media dell’area euro verso il target del 2% risentono anche di questi aspetti: l’inflazione in Germania è troppo bassa e comprime all’ingiù le dinamiche di tutta l’area, favorendo il diffondersi di tendenze deflazionistiche. La contestuale realizzazione dell’obiettivo Bce del 2% e del riequilibrio competitivo intra-euro richiede che l’inflazione tedesca salga al 3% e oltre per tutto il tempo necessario all’aggiustamento.

Tre anni di recessione e l’assenza di prospettive per una vera ripresa dovrebbero essere sufficienti a certificare il sostanziale fallimento dei provvedimenti europei di politica economica. Tra gli economisti vi è ormai una diffusa consapevolezza di questo fallimento e aumenta il consenso nei confronti di un disegno nuovo, radicale che miri fare uscire dalla stagnazione. Tale alternativa prevede che alle misure monetarie non convenzionali – applicate in modo incisivo dalla Bce solo a partire da quest’ estate – di immissione della liquidità, si affianchino forti politiche espansive volte a una riduzione della pressione fiscale e all’aumento degli investimenti pubblici (in infrastrutture a rete, ricerca, istruzione), da realizzare in deficit e in maniera coordinata tra i paesi europei. L’entità dello stimolo fiscale dovrebbe essere ben più consistente di quanto prevedono i piani di cui si parla già da mesi in Europa; prendendo a riferimento il cosiddetto piano Junker (300 miliardi in tre anni per l’intera UE), l’entità dello sforzo dovrebbe avere una dimensione almeno doppia: un’azione troppo timida su questo fronte potrebbe rivelarsi inefficace, rendendo vani gli effetti di un’idea potenzialmente valida.

Inoltre, per eliminare il rischio di contraccolpi dei maggiori disavanzi sui mercati finanziari ed esser certi che la maggiore liquidità fornita dalla Bce arrivi effettivamente all’economia reale, i provvedimenti da adottare in ambito fiscale e monetario dovrebbero essere applicati in un rapporto di stretta interconnessione fra loro: i deficit pubblici andrebbero finanziati direttamente dalla Bce, con una monetizzazione dell’incremento di debito che aiuterebbe a rivitalizzare l’inflazione e ad abbassare, nella misura necessaria, i tassi di interesse reali in territorio negativo. L’inflazione aumenterebbe in modo più marcato in Germania, il cui ciclo è meno debole, contribuendo a equilibrare il processo di aggiustamento competitivo nell’area. La maggiore crescita del Pil nominale aiuterebbe a stabilizzare e poi a ridurre il rapporto debito/Pil dei periferici. Un simile approccio prevede che le riforme strutturali entrino in vigore solo dopo avere superato la fase di stagnazione e di azzeramento dei tassi di interesse nominali: ciò consentirebbe l’esplicarsi dei benefici di lungo periodo delle riforme, senza incorrere nei costi di breve periodo connessi al rischio di deflazione.

Da questa panoramica risulta evidente come lo schema alternativo, qui illustrato, infranga le regole della costruzione europea, da quelle più recenti e miopi – come il Fiscal Compact – a quelle che sin dall’inizio hanno imposto il divieto per la Bce di finanziare direttamente i debiti pubblici, o hanno strutturato le modalità di funzionamento dell’Unione, come il Patto di Stabilità e Crescita. Tuttavia sarebbe forse opportuno chiedersi se le norme europee attualmente in vigore non siano da forzare, trattandosi di regole stabilite e sottoscritte quando non si sarebbe mai pensato che il drammatico arretramento della domanda, registratosi negli anni Trenta e amplificato da errori di politica economica, si sarebbe potuto ripetere in termini ancor più gravi. L’esito disgregante di quell’esperienza dovrebbe servire a sollecitare iniziative ben più radicali e consistenti di quelle attualmente in discussione nelle riunioni europee.

Fiscal Compact e Bce ancora flemmatica aggravano l'asfissia economica in Europa

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