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Offuscato da quelli in Irak, Ucraina e Gaza, il conflitto in Libia sembra interessare solo ai vicini più prossimi, Italia ed Egitto in testa. Ed infatti dal vertice tra Renzi ed il presidente Sisi è venuta meno di un mese fa la promessa che l’Italia avrebbe portato al vertice NATO del 4 e 5 settembre in Galles la richiesta di intervento nel Paese nordafricano. In quei giorni il Presidente della commissione difesa del Senato Latorre chiedeva senza troppi giri di parole un intervento italiano in Libia sul quale ci sarebbero l’accordo e la delega americani.

NUOVE OCCASIONI

Prima del vertice Nato, l’Italia avrà altre occasioni per farsi sentire: venerdì, il vertice informale dei Ministri degli esteri europei con il commissario alla politica di vicinato Fule; sabato il Consiglio europeo in cui tra l’altro proseguirà la discussione sulla nomina della nuova Commissione. Nel frattempo il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe decidere di dire la sua, visto anche che la presidenza di turno spetta alla Gran Bretagna che in questi tre anni ha dimostrato parecchio interesse (e speso notevoli risorse) per Tripoli.

I RAID

La scorsa settimana qualcuno è intervenuto davvero nella capitale, ma ancora non si sa chi. Per due volte ci sono stati raid sulle milizie di Misurata da parte di aerei non identificati. Quasi tutte le potenze regionali sono state accusate: l’Algeria, l’Egitto, gli Emirati. E’ probabile che una delle milizie libiche sia ricorsa ad aiuti esterni per realizzare gli attacchi.
Nel frattempo ieri al Cairo i vicini della Libia hanno promesso di non interferire nelle vicende del Paese, il che potrebbe anche essere letto come un rifiuto per le richieste di intervento avanzate proprio dall’ambasciatore libico.

UN TERMINE AMBIGUO

“Intervento” è infatti una parola ambigua: nella gamma di “interventi” ci sono diverse misure politiche, alcune con una qualche prospettiva di impatto sulla soluzione. Prima di analizzare le opzioni a disposizione del nostro governo (e dei suoi, in gran parte distratti, partner europei) è necessario fare tre premesse.

UNA GUERRA VASTA

La prima è che bisogna essere consapevoli delle nostre limitate capacità di determinare il destino della Libia. Gli eventi degli ultimi tre anni dimostrano come l’Europa e gli USA non siano soli in Medio Oriente. La Libia è anche un pezzo della guerra regionale tra Qatar, Emirati e altri Paesi del Golfo Persico e che coinvolge anche la Siria, l’Irak, l’Egitto e in maniera peculiare anche Gaza. In gioco c’è il ruolo dell’Islam politico (i Fratelli mussulmani che partecipano alle elezioni) così come di quello armato, da Hamas fino allo Stato Islamico.

IL DESTINO DEL PAESE

La seconda premessa è che il destino della Libia dipende prima di tutto dai libici, in particolare da quelli che detengono le armi. Gli altri Paesi possono costruire incentivi per il dialogo e disincentivi per la guerra, ma non saranno nè l’Italia nè la Nato a decidere chi governa a Tripoli.

IL RUOLO DELL’ITALIA

E qui veniamo alla terza premessa: non è vero che il Paese è scivolato nel caos perchè, come spesso si sente dire, siamo intervenuti per rovesciare Gheddafi e poi ci siamo dimenticati della Libia. L’Italia ha fatto molto sia per sostenere la transizione che per addestrare le forze di sicurezza libiche. Oggi l’ambasciata italiana è l’unica tra quelle dei grandi Paesi che è ancora pienamente funzionante a Tripoli e la missione Onu che ha cercato di far dialogare le varie fazioni ha fatto affidamento soprattutto sul nostro ruolo di facilitatori. Il governo italiano è stato tirato per la giacchetta in questi mesi da tutte le fazioni libiche ma ha resistito molto meglio, e con molta più intelligenza, di altri Paesi europei.

IL RESTO DELL’EUROPA

Semmai è il resto dell’Europa (britannici esclusi come si diceva sopra) che è venuta a mancare ma 22 anni dopo la nascita dell’Unione Europea forse sarebbe ora di smetterla di usare le sue mancanze come alibi per non discutere su cosa possiamo fare noi.

COSA BISOGNA FARE

Cosa possiamo fare quindi? In primo luogo, costruire disincentivi per le fazioni armate nel continuare a combattersi. Molti leader libici, inclusi i signori della guerra, hanno forti legami con l’Europa: proprietà, titoli finanziari, conti in banca, famiglie messe al riparo a Roma come a Malta mentre si distrugge il proprio Paese. Le sanzioni individuali, che siano il congelamento dei beni o il divieto di viaggiare, possono essere prese in considerazione. Servirà una decisione o da parte del Consiglio di Sicurezza (possibile, come si diceva, se ci sarà l’input britannico) oppure perlomeno una decisione dei Ministri degli esteri europei. Bisognerebbe poi stabilire chi sanzionare e in base a quale criterio: meglio se in base a crimini di guerra che su suggerimento delle istituzioni libiche oggi divise per fazioni.

IL REBUS ISTITUZIONALE

La seconda cosa da fare infatti è continuare a fare pressioni per risolvere il rebus istituzionale. Oggi il parlamento è boicottato da una larga fetta dei suoi membri, in parte perchè situato a Tobruk troppo vicino alla zona sotto il controllo del generale Heftar. La città di Misurata (la terza del Paese) non ha mandato neanche un parlamentare. Peggiore ancora la crisi di legittimità dell’esecutivo: non si riunisce più a Tripoli mentre i maggiori ministeri hanno smesso di governare. Si può lavorare ad una sede terza sia per il parlamento che per il governo, magari protette anche da quei militari che l’Italia e la Turchia hanno addestrato nell’ultimo anno. Il messaggio è sempre chiaro: non appoggeremo governi che non siano consensuali, nessuno può pensare di impadronirsi delle istituzioni. Non ha funzionato finora e non funzionerà in futuro.

LE POTENZE REGIONALI

La terza cosa che si può fare è lavorare sulle potenze regionali per una “de-escalation”. Non è un mistero che le varie milizie ricevano sostegno militare e politico da chi combatte la guerra regionale. La situazione è però ora sfuggita di mano e potrebbero essere proprio le potenze regionali le prime a volere calmare le acque. L’Italia può agire sia dentro le quinte, sia convocando un vertice mediterraneo allargato ad alcuni rilevanti Paesi del Golfo.

L’OPZIONE MILITARE

Infine, c’è l’opzione militare vera e propria. La sua fattibilità è stata analizzata dal colonnello ed esperto di sicurezza austriaco Wolfgang Pusztai per l’Atlantic Council. Basti dire tre cose: servirebbe comunque la richiesta delle autorità legittime libiche – e su questo si torni al punto due; in alternativa bisognerebbe usare la risoluzione Onu 1973 sulla “responsabilità di proteggere”, cioè fare un intervento a prescindere da una richiesta ufficiale o da un accordo tra le fazioni – e su questo buona fortuna coi partner europei e occidentali; alcune grandi tribù nonchè numerose città libiche sono contro un intervento straniero. Per ora quindi difficile che si possa fare, senza nulla togliere che ci si potrebbe dover arrivare prima o poi.

Mattia Toaldo è analista presso lo European Council on Foreign Relations di Londra

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