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Questo articolo è uscito giorni fa su L’Arena di Verona, Giornale di Vicenza e Bresciaoggi.

Per la distratta stampa nazionale la cerimonia è passata sotto silenzio, nonostante la presenza importante di un ministro – Dario Franceschini, titolare dei Beni Culturali – e quella imponente del simbolo “riscoperto”: il Monumento alla Vittoria. Ma il 21 luglio scorso con l’inaugurazione del percorso museale allestito accanto alla restaurata cripta del monumento, è finalmente caduto il “muro di Bolzano”. E’ caduto quel muro invisibile e anacronistico di diffidenza e contrapposizione etnica che, negli anni, non aveva risparmiato neppure l’emblema monumentale sorto nel capoluogo dell’Alto Adige, e a lungo consacrato come luogo-simbolo per onorare la memoria dei Caduti e celebrare la Vittoria dell’Italia nella prima Guerra Mondiale.

Era sempre di luglio, un 12, quando nel 1928 il monumento, progettato da Marcello Piacentini, ebbe il suo battesimo. Ottantasei anni dopo, si chiude il cerchio della storia, consegnandola alla normalità della vita quotidiana. E si chiude nell’anno in cui l’Europa sta ricordando ovunque con mostre e celebrazioni i cent’anni dell’inizio della Grande Guerra. Dalla terra di frontiera arriva un segnale forte e bello di riconciliazione col proprio futuro, prima ancora che col proprio passato fonte di tante e assurde divisioni.

Quel che nessun governo della Repubblica aveva finora osato, cioè provare a trasformare il monumento in un momento di vita reale e condivisa fra le comunità di lingua italiana, tedesca e ladina, lo hanno fatto con serenità e intelligenza due persone allergiche all’ideologia: l’architetto Ugo Soragni, direttore regionale dei Beni culturali e paesaggistici del Veneto, tra i massimi conoscitori della storia urbanistica del monumento, a cui ha dedicato anche un prezioso volume ventun anni fa. E Arno Kompatscher, che sembra incarnare la più interessante novità di leadership finora espressa dalla Svp, il partito più votato dalla comunità alto-atesina di lingua tedesca. Quarantatré anni, Kompatscher guida la Provincia che fu di Durnwalder, a cui si deve l’avvio dell’iniziativa.

Il giovane Arno sembra evocare la nuova frontiera della politica. Ha studiato giurisprudenza fra Innsbruck e Padova. Ha fatto il fabbro nell’azienda paterna per mantenersi agli studi, e l’alpino tra Brunico e Merano per assolvere il servizio militare. Crede nell’autonomia e nella famiglia: è padre di sei figli. Questa biografia non poteva restare prigioniera dei fantasmi di ieri.

Fra l’uno e l’altro, fra l’architetto dello Stato e il politico della Provincia sono stati prima messi in piedi comitati di studiosi per preparare il racconto, a più mani, di quel che è successo nel periodo tra le due guerre. Un racconto che accompagna il percorso del visitatore fra sedici saloni di immagini e parole, affreschi riportati a nuovo e filmati d’epoca dell’Istituto Luce mai visti. “Bolzano ’18-’45, un monumento, una città, due dittature”, dice l’anello luminoso e introduttivo attorno a una delle colonne: il fascismo e il nazismo nelle vicende dell’Alto Adige. Poi sono stati coinvolti, anche finanziariamente, gli enti che si affacciano sul monumento, a cominciare dal Comune. E così il simbolo è stato avvicinato con naturalezza ai residenti e ai turisti con scritte in italiano, tedesco e inglese. Senza nulla nascondere. “Servono il dialogo e la trasmissione di questa conoscenza storica, perché -recita un modo di dire tedesco- “Wenn man’s nicht weiss, kann man’s nicht sehen”, quello che non si sa, non si riesce a vedere”, ha sottolineato il giovane Kompatscher all’inaugurazione. Primo giorno già 3.500 persone d’ogni lingua. Come se gli alto-atesini avessero fatto pace non solo tra loro, ma anche in nome dei loro nonni su opposte trincee.

Un po’ di storia. Voluto da Mussolini e con la posa della prima pietra nel 1926 alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il monumento ebbe i fondi da una pubblica e popolare sottoscrizione. Costo dell’opera 3.700.000 lire dell’epoca (e avanzarono soldi). Ad essa contribuirono artisti del calibro di Pietro Canonica, Arturo Dazzi, Guido Cadorin, Libero Andreotti, Giovanni Prini e Adolfo Wildt. Non mancarono polemiche fin dall’origine. Lo stile dell’arco trionfale ottocentesco scelto da Piacentini fu criticato dai futuristi, “perché lontano dalla modernità agile, dinamica (…) dove tutto dovrebbe essere coraggioso”. Ma per troppo tempo il Monumento alla Vittoria è stato volutamente frainteso e strumentalizzato anche nel dopoguerra: si prestava in modo perfetto al braccio di ferro fra politici “italiani” e “tedeschi”, specie a destra e soprattutto in campagna elettorale. Paradossalmente, più passavano gli anni e ci si allontanava dal periodo mussoliniano dell’impronta, più il monumento diventava “fascista” agli occhi di chi lo contestava per partito preso. Anche se le istituzioni democratiche e le autorità civili e militari ogni 4 novembre vi portavano una corona di fiori per i Caduti. Finché la pilatesca politica ha abolito i fiori.

Oggi l’Alto Adige riscopre e si riconcilia con un monumento nazionale che da quasi novant’anni vive guardando le Dolomiti. Le polemiche di chi “non riesce a vedere”, mai finiranno. Ma la svolta è grande almeno quanto la Vittoria.

Dov'è la Vittoria

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