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Pubblichiamo un articolo di AffarInternazionali

Su la Repubblica del 25 agosto, Gad Lerner descrive in un breve articolo l’attuale disastrosa situazione della Libia. Un paese in preda ad una crescente sanguinosa anarchia in cui tutti sono contro tutti ed il territorio è ormai suddiviso in centinaia di feudi controllati da milizie l’una contro l’altra armata.

In tale contesto la produzione di petrolio e gas è divenuta ormai pressoché nulla e l’unica industria fiorente rimasta ai libici, sembra essere la gestione del continuo flusso di disperati da avviare verso le coste italiane.

In chiusura del suo articolo Lerner ci esorta ad impegnarci a fondo per cambiare questo stato di cose, soggiungendo che “se non sarà l’Italia, direttamente coinvolta, a prendere subito l’iniziativa e a trascinare nell’azione il resto dell’Europa, nessuno lo farà al posto nostro”. Constatazione quanto mai realistica ma che lascia in bocca il sapore della amarezza e della delusione. Ci ritroviamo infatti soli proprio nel momento in cui più avremmo bisogno di poter fruire della cooperazione e dell’appoggio senza riserve di tutti gli altri paesi membri dell’Ue.

I DUE ARCHI DI CRISI

L’amarezza diviene poi ancora più forte allorché ci volgiamo indietro e consideriamo quanto abbiamo dato noi per la causa comune in questi ultimi venticinque anni.

Quando cadde il Muro di Berlino ci trovammo di fronte a due “archi di crisi”, quello a sud che investiva il mondo arabo mediterraneo, e quello ad est che copriva i paesi ex comunisti dell’Europa centro settentrionale ed i Balcani. Chiaramente non avevamo risorse sufficienti per affrontarli entrambi nel medesimo momento. Sotto la spinta dei nordici, guidati dalla Germania, fu quindi deciso di sanare prima l’est e di pensare solo poi al sud.

Noi cicale del sud europeo accettammo tutti con generosità questa scelta , che in sostanza ci penalizzava fortemente, ed attraverso i più che venti anni seguenti abbiamo coerentemente continuato a pagare.

Pagammo per l’unificazione tedesca (ricordate la folle parificazione del marco dell’est a quello dell’ovest il cui costo, grazie all’esistenza del serpente monetario, fu scaricato su tutti i soci del club europeo?), pagammo per il decollo dei Peco dell’Europa centro-orientale, pagammo per l’incorporazione dei Baltici, pagammo per pacificare dei Balcani che divennero subito area di influenza tedesca. Tra l’altro abbiamo anche pagato molto e bene, vista la rapidità con cui siamo riusciti a propiziare il decollo dei nostri nuovi partner.

Più recentemente abbiamo anche accettato, sia pur con qualche iniziale saggia reticenza, che si tentasse di procedere ulteriormente verso Est, ben sapendo che eravamo ai limiti di quel territorio in cui anche l’orso russo riteneva di poter vantare alcuni diritti. Per solidarietà con il resto del fronte occidentale abbiamo altresì aderito ad un embargo che altri dichiaravano indispensabile, mentre a noi portava solo danno.

AVANTI PIANO, QUASI INDIETRO

Nel frattempo nel sud e nell’est mediterraneo tutto andava in malora. La miseria e la disoccupazione crescevano, i regimi al potere si inasprivano, il lavoro mancava, le economie non decollavano, il fondamentalismo cresceva, il terrorismo rinasceva ed acquistava forza. In simili condizioni c’é solo da meravigliarsi che gli arabi abbiano resistito più di venti anni prima di esplodere.

Quando poi l’esplosione è avvenuta, gli interventi occidentali sono assurdamente tutti andati nel senso sbagliato: destabilizzazione dell’Iraq, cancellazione del regime di Gheddafi – nonché della stabilità ad esso associata – in Libia, appoggio al destabilizzante e destabilizzato governo della Fratellanza Islamica in Egitto e l’elenco potrebbe essere molto più lungo.

Si è creata così una situazione in cui il rischio è grande. Rischio reale, rischio concreto, rischio in rapida crescita, rischio alle porte stesse di una Europa che non reagisce e non può reagire perché il sud da solo non ha la forza per farlo mentre il centro ed il nord del continente continuano ad assegnare all’area mediterranea una priorità tanto bassa da poter essere definita nulla.

DOPO KIEV VENGA TRIPOLI

Si può continuare così? Non credo. È tempo che la bilancia si riequilibri e che per l’ arco di crisi a sud venga fatto tutto quello che è stato fatto per l’arco di crisi ad est nel corso degli ultimi venti anni.

Il Centro ed il Nord Europa hanno soltanto preso per una generazione. Ora è tempo che restituiscano.

Fra le notizie più recenti dei giornali vi è quella di una visita di Angela Merkel a Kiev. Nulla contro, ma se Berlino ha veramente intenzione di proporsi come il polo leader della politica europea – come sembra da tempo essere il suo destino – perché Angela Merkel non va anche a Tripoli? È là che la vogliamo, magari accompagnata anche da François Hollande e David Cameron, i cui paesi portano una fetta non indifferente della responsabilità dell’attuale caos libico.

In maniera tale che l’Italia non venga lasciata una volta di più ad occuparsi da sola di un problema grave, che in realtà è un problema comune. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2783#sthash.mUbt91yV.dpuf

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Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.

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