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Quella che ha portato al potere il generale Abdel Fattah al-Sisi, attuale presidente egiziano, non si può certo definire un’operazione di soft power. Eppure, ha avuto un’influenza positiva in molti altri stati mediorientali;  motivazione non secondaria, la volontà di lottare contro i radicalismi islamici. Tra quei stati, per primo c’è Israele, unica vera democrazia della regione, che ha scelto proprio il Cairo come luogo – e veicolo – per i negoziati di pace sulla guerra di Gaza (alla faccia della storia, anzi!).

Il generale ha necessità di una legittimazione internazionale del suo ruolo, e quella offerta da Tel Aviv sembra avere tutte le caratteristiche della buona occasione; anche perché a quegli incontro non partecipano solo i funzionari israeliani e palestinesi, ma insieme a diverse nazioni arabe dell’area, ci sono gli Stati Uniti. Fondamentale vettore per acquisire quella legittimazione. E partner storico del paese di Sisi.

L’Egitto sta investendo 3 milioni di dollari all’anno, in operazioni di lobbying per convincere gli americani che questa volta – dopo i controversi passaggi della Primavera Araba – è stato imboccato il percorso giusto verso la democrazia. In ballo per il presidente/generale c’è più dell’approvazione politica – «Gli piacerebbe essere ricevuto a Washington come presidente legittimamente eletto» aveva detto Michele Dunne del Carnegie Endowment for International Peace ad al-Monitor. Sul piatto ci sono 1,5 miliardi di dollari di aiuti annuali e il canale delle forniture militari, sistema in piedi fin dal 1987 e bloccato nell’ottobre dello scorso anno, tre mesi dopo il golpe che depose Mohammed Morsi.

Dopo la visita di giugno del segretario di Stato americano al Cairo – John Kerry è stata la più alta personalità dell’Amministrazione Obama ad incontrare al-Sisi – ci si era lasciati con la promessa dello sblocco dei finanziamenti. Seicento milioni di dollari in aiuti militari, che in realtà in aprile sarebbero già stati più o meno riaperti (con minore ufficialità), dal nuovo input sulla consegna di dieci elicotteri Apache all’esercito egiziano.

Il processo di transizione democratica continua ad essere segnato dalla repressione della Fratellanza Musulmana e da pochi passi in avanti sul tema dei diritti civili, tuttavia Kerry in quell’occasione si era detto fiducioso che nonostante la cacciata di Morsi aveva intaccato i rapporti «l’Egitto rappresenta ancora un alleato strategico per Washington».

La rimozione di Morsi (negli USA poco digerita, dopo il ruolo passivamente attivo – alla Obama – svolto durante la rivoluzione anti-Mubarak, democraticamente eletto da regolari votazioni) ha messo in serie discussione i soldi spediti all’Egitto, irritando non poco gli uomini di Capitol Hill, per altro già intenti in un’azione bipartisan per tagliare all’osso i programmi di assistenza straniera – che secondo stime del Congressional Research Service (CRS), dal 1948 ad oggi, sono costati 74.65 miliardi di dollari.

A lavorare per recuperare i rapporti, dopo un (fisiologico) anno di stop alle attività di lobbying, adesso c’è la Glover Park Group, società formata da quattro ex importanti funzionari di Bill Clinton e Al Gore. Sono 17 i lobbisti in-house che lavorano sul file-Egitto, più alcune pratiche subappaltate dalla Glover Park a uomini esperti del settore militare come William “Skip” Miner e Curtis Silvers, o di Medio Oriente come David Dumke. Glover Park ha preso il posto della Podesta, della Livingston e della Moffet, tre imprese che avevano a lungo rappresentato l’ex presidente Hosni Mubarak tra gli uffici di Washington. Il compito in questo momento, è diventato soltanto uno: convincere il Congresso che l’Egitto sta avviando una road map per la democratizzazione inclusiva del Paese. S’è detto.

I risultati, ad oggi, sono altalenanti.

Il presidente pro tempore del Senato, il democratico Patrick Leavhy, insieme a Lindsey Graham, senatore repubblicano, hanno spinto molto, pochi mesi fa, per tagliare gli aiuti (sia militari che economici), mentre il resto della camera si era espressa a favore del mantenimento. Sullo sfondo, la necessità per l’Egitto di combattere le forze jihadiste del Sinai, diventate un problema di dimensioni internazionali dopo gli sconfinamenti verso Eliat e altre città limitrofe israeliane e gli attacchi ai turisti.

Dal lato opposto delle posizioni di Leavhy e Graham, e quelle degli accademici del Working Group on Egypt (guidato da Dunne) sostenitori del congelamento degli aiuti all’Egitto, è nato in Senato il Congressional Egypt Caucus. Il gruppo, anche in questo caso bipartisan, sostiene il presidente Sisi come “alleato fondamentale degli Stati Uniti per la lotta al radicalismo islamico”.

L’Amministrazione, sull’Egitto, ha mostrato segnali contrastanti, mettendo ancora più in difficoltà le attività dei lobbisti. Le consegne militari (che comprendevano caccia F-16, carri armati M1 Abrams, missili Harpoon e gli Apache), per esempio, sono state più promesse che fatti. Gli elicotteri che sarebbero dovuti arrivare, sono rimasti negli hangar di Fort Hood, oggetti di continui rallentamenti tecnico-burocratici.

Kerry, d’altronde, ai tempi dell’incontro con Sisi, aveva saltato il passo più importante: certificare la transizione democratica e la legittimità del presidente; circostanza necessaria per la normativa vigente negli Stati Uniti, a smuovere 975 milioni di dollari di sostegno.

Kerry non si fidava – e nemmeno Sisi aveva riservato un’ottima accoglienza alla diplomazia americana, costringendo lo staff del ministro degli Esteri Usa a controlli di sicurezza e perquisizioni. Il problema è che la gestione autoritaria dimostrata dal presidente egiziano, possa prendere una deriva incontrollabile. E poi, dopo essersi scottato con le varie Primavere arabe, ormai Obama ha scelto una linea dai piedi di piombo su certe cose.

Ora l’Egitto – oltre le attività di pr interne al Congresso – ha un’importante chance diplomatica, che sta giocando nei colloqui di pace tra Israele e Hamas, come s’è detto. Lo Stato ebraico ha scelto la diplomazia di Sisi da riferimento (almeno apparentemente) per le discussioni, sulla scia di altre scelte: quelle dell’AIPAC. Infatti, l’importante lobby israeliana in America, si è esposta già da mesi a favore della completa riapertura dei rapporti USA-Egitto.

@danemblog 

Il peso delle lobby mediorientali in USA: l'Egitto

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