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Pubblichiamo un articolo dell’Ispi

Com’è riuscito un paese che per decenni ambiva al massimo a scalzare la leadership argentina in Sud America, a trasformarsi nel “Brasile mondiale” di oggi, leader nel subcontinente, membro dei BRICS e del G20, alla “guida” di FAO e WTO e con esplicite ambizioni al Consiglio di Sicurezza dell’ONU?

“Tutto merito dell’Argentina” risponderebbero quei brasiliani – in calo, ahimé- che continuano a prendersi poco sul serio nonostante i successi di questi anni: e, in effetti, i fallimenti politici ed economici del vicino amato/odiato –oltre alla scarsa attenzione dell’America di Bush e Obama per il “cortile di casa” – hanno innegabilmente facilitato l’avanzata brasiliana.

Non è però certo l’unica spiegazione: gli ingredienti su cui poggia l’accresciuto peso politico del Brasile vanno anche identificati nella robusta crescita economica del primo decennio di questo secolo e nell’elaborazione di una strategia di politica estera chiara e modulare che la leadership brasiliana (Lula in primis) è stata in grado di interpretare al meglio.

Partiamo dalla crescita. Dopo il disastro degli anni ‘80 e ’90, la “cura Cardoso” (ispirata dal Fondo Monetario Internazionale) riassesta i conti del paese, blocca l’inflazione e rende possibile, all’esplodere della domanda di materie prime trainata dall’ascesa cinese, il decennio di crescita della presidenza Lula. Una crescita timida, rispetto a quella cinese ed indiana, che permette comunque i primi sorpassi del Brasile nella graduatoria delle potenze economiche mondiali: nel 2010 sull’Italia, l’anno seguente sulla Gran Bretagna.

Permette, soprattutto, i primi significativi investimenti sia in “hard power”, che assicurano al paese il primato militare in America Latina, che in “soft power”, con il deciso potenziamento della rete diplomatica e l’avvio di una politica di aiuti allo sviluppo, certamente limitata ma dall’alto valore simbolico per un paese che fino al 2012 degli aiuti (soprattutto europei) era destinatario.

Come ci ricordano le vicende europee (e quelle degli Stati Uniti fino all’inizio del ‘900), crescita e potere economico non si traducono necessariamente in peso politico internazionale: servono una volontà e una strategia chiara oltre a competenze per interpretarle al meglio.

La nuova strategia del Brasile è la “rainbow diplomacy”, la diplomazia arcobaleno che a ben guardare non è che una versione riveduta e corretta della politica consensuale e di cooperazione allargata a tutti i paesi promossa dal Barone di Rio Branco quando, Ministro degli Esteri all’inizio del secolo scorso, mise fine alla guerre di confine del Brasile. Una strategia non lontana dallo “zero problems” di Davutoglu, ma sviluppata in un contesto oggettivamente meno complesso di quello turco e attuata con gradualità, a cerchi concentrici.

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L’articolo è stato pubblicato su Limes, Brasiliana, Il Brasile nel mondo, 6/14

Paolo Magri è direttore e vice presidente esecutivo dell’ISPI

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