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Medhi Nemmouche è stato arrestato a Marsiglia, armato di kalashnikov e pistola (in borsa anche una telecamerina GoPro): è lui, a quanto pare, il killer del Museo ebraico di Bruxelles (quattro persone uccise a sangue freddo il 24 maggio) – anche stando alla sua pseudo confessione raccolta in un video di una quarantina di secondi, in cui, armi in mano, lamenta il non funzionamento della GoPro durante l’attacco belga.

«Un cammino individuale di jihad che però può trasformarsi in un problema internazionale», così ha scritto Guido Olimpio sul Corsera. Già, perché il 29enne arrestato, originario di Roubaix (nord delle Francia, sulle cui strade lastricate di pavé s’è scritta la storia del ciclismo), è un jihadista. Uno dei tanti francesi – secondo le ultime stime sarebbero ad oggi circa ottocento, ma c’è chi dice anche di più – che hanno imbracciato le armi e sono partiti a combattere fuori confine la jihad. Adesso si va in Siria, come negli anni Ottanta si andava in Afghanistan.

E durante la sua permanenza in territorio siriano, avrebbe avuto rapporti con l’Isis – il gruppo guidato da al-Baghdadi è il più affascinante per i muhajirin, non fosse altro per la potenza (di fuoco come simbolica) che esprime nelle diffusioni mediatiche.

La radicalizzazione di Nemmouche è avvenuta in carcere. una vita personale difficile, piccoli reati, rapine, la fede come appiglio prima, che diventa quasi ossessione poi. Al di là della preghiera, la missione di liberazione: la storia ricorda quella di un altro ventenne, Mohammed Merah, l’attentatore franco-algerino che sconvolse la Francia da Tolosa, uccidendo tra l’11 e il 19 marzo tre militari francesi un rabbino e tre bambini di origini ebraiche. Anche Merah aveva incontrato il radicalismo islamista in carcere.

Si parte in Siria per combattere, si torna per reclutare. Del problema se n’era occupato già l’attuale premier Manuel Valls nel settembre del 2012, all’epoca ministro degli Interni, addirittura nel suo primo discorso sulla sicurezza della Francia. Spinto anche dallo shock di Tolosa (e dal fallimento delle attività di controllo: Merah era noto ai servizi), aveva messo le basi per la creazione della Direction générale de la sécurité intérieure (DGSI), struttura resa operativa 18 mesi dopo quel settembre, con lo scopo di favorire operazioni di intelligence atte a bloccare il terrorismo di ritorno – spesso terreno d’attecchimento di quello in partenza, con racconti e fascinazioni.

Ha funzionato l’ultima volta lunedì: quattro uomini fermati alle porte di Parigi, a Levallois-Perret, con l’accusa di essere coinvolti, a diversi livelli, in un circuito di instradamento dei combattenti volontari verso la Siria. Non ha funzionato con Medhi Nemmouche.

Il ragazzo di Roubaix era anche lui conosciuto: quando all’inizio di dicembre 2012 uscì di prigione, le indicazioni di un islamista radicalizzato in carcere era chiare, ma questo non gli impedì un tortuoso viaggio in Siria a fine mese. Passò da Bruxelles, Londra, Beirut e infine Istanbul: la polizia lo seguiva da lontano, d’altronde un viaggio in terra di conflitto non è ancora un reato – anche se si sapeva che non si sarebbe trattato di una vacanza.

Si fermò un anno in Siria, al ritorno un cammino altrettanto tortuoso – passò per Bangkok e Kuala Lumpur (foto) -, tanto che insospettì i doganieri tedeschi, che avvisarono il DGSE (Direction générale des services extérieurs) del suo arrivo a Francoforte. A quel punto era evidente, e i servizi interni lo classificarono definitivamente come persona sospetta (una “S” a fianco il suo nome).

Per molto tempo uscì dai radar, fu segnalato in marzo di quest’anno ma niente di più di un ping: fino all’arresto del 30 maggio. L’hanno trovato su un pullman proveniente da Amsterdam e Bruxelles, alla stazione ferroviaria marsigliese di Saint-Charles. Sono stati i servizi doganali a scovarlo, insospettiti hanno aperto la borsa e trovato il mini-arsenale e insieme il cappello indossato durante l’assalto al museo belga e una drappo dell’Isis.

Il procuratore di Parigi, François Molins, ha ammesso che la cattura è stata casuale: molta fortuna, l’intelligence non era sulle sue tracce, non si pensava a lui come il responsabile. Insomma, la riforma della sicurezza interna di Valls ha fatto flop stavolta – tutte le informazioni sui suoi spostamenti sono state ricostruite a posteriori.

Ci sono ancora diversi parti della storia di Nemmouche da spiegare: innanzitutto il legame con l’Isis, e conseguentemente se il ragazzo era un lupo solitario o un killer mandato dallo Stato Islamico a seminare terrore – in questo, c’è da chiedersi se fosse a conoscenza del legame di due delle vittime ebraiche con i servizi segreti israeliani (occupavano mansioni amministrative).

Resta il fatto che il problema della diffusione internazionale, di ritorno, del focolaio siriano è enorme. Il 31 maggio s’è fatto saltare in aria ad Idlib Moner M. Abusalha, nome di guerra Abu Huraira al-Amrik, primo kamikaze statunitense individuato dall’inizio del conflitto – era con al-Nusra, magari ce ne saranno stati altri prima di lui, in silenzio. Abusalha era un tipo tranquillo, sui social ritratto in foto con un gattino, veniva dalla Florida.

Il rischio è che la guerra per procura, la proxy war (qui spiegata con in un’infografica) che impegna nel campo di battaglia siriano interessi globali, prenda un’altra direzione: una specie di reflusso, che trasforma storie di singoli in emergenze mondiali. E a quel punto di Medhi ce ne saranno «uno, cento, mille» come scrive Domenico Quirico sulla Stampa, in una specie di assalto all’Europa.

@danemblog

 

  

Il terrorismo di ritorno di Nemmouche

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