La Cina sfrutta la sua influenza tra i paesi dell'Associazione delle nazioni asiatiche sudorientali per portare avanti i propri interessi nel Mar Cinese: soldi e penetrazioni, la forza di Pechino

I ministri della Difesa dell’Asean si incontrano per una ministeriale di due giorni che inizia oggi a Singapore, dove la Cina potrebbe cercare sponde a sostegno della sua espansione nel Mar Cinese. L’Asean, Associazione delle nazioni asiatiche sudorientali, è un’organizzazione intergovernativa regionale che comprende dieci nazioni, alcune più allineate con Pechino, altre (come Brunei, Malesia, Filippine e Vietnam) invece hanno contenziosi aperti con i cinesi e cercano l’appoggio degli Stati Uniti e del Giappone. Rappresentati da Washington (con una delegazione guidata dal capo del Pentagono, Jim Mattis), Tokyo e Pechino sono invitati al summit.

I cinesi stanno facendo un gioco di forza: sanno che le nazioni che rivendicano diritti su quel tratto di mare – ricco per la pesca e i beni naturali, ma soprattutto strategico per le rotte commerciali da cui è tagliato – hanno situazioni delicate da affrontare. Anche i due principali alleati americani, Vietnam e Filippine, vivono momenti di equilibrio instabile, con il potere interno che è in fase di consolidazione. Pechino può attaccarli, sfruttando soprattutto il sostegno economico-finanziario-commerciale, per poi allargarsi – come fa con penetrazioni e influenze in altre aree – a manipolazioni politiche più profonde.

Gli Stati Uniti (appoggiati da Giappone e Regno Unito) hanno alzato il livello dialettico e pratico sulle contese del Mar Cinese: oltre alle denunce pubbliche avanzate da varie parti dell’amministrazione Trump, sono aumentate le attività militari di monitoraggio nell’area. Washington le considera un metodo per far sentire le propria presenza, che dovrebbe essere un’arma dissuasiva; mentre Pechino le ritiene una violazione provocatoria della propria sovranità; Londra e Tokyo hanno intrapreso attività simili a quelle degli americani tra quelle acque contese.

Tuttavia, spiegano analisti come Alan Chong, professore della Scuola di Studi Internazionali S. Rajaratnam di Singapore, è possibile che i governi dell’Asean durante questa riunione cercheranno di creare spazi di collaborazione con la Cina. È la forza economica che regola certe dinamiche, ed è fondamentalmente l’argomento di fondo dietro alle preoccupazioni alzate anche da alcuni leader europei sulle penetrazioni a crescente influenza del Celeste Impero tra i membri Ue.

Si lavorerà su un codice di condotta, già intavolato lo scorso anno in una riunione simile, che dovrebbe servire non tanto a regolare le contese ma a “evitare escalation”: girando alla larga da critiche sulla occupazione militarizzata cinese di alcuni degli isolotti rivendicati, si lascerà a Pechino una sorta di consenso tacito.

A questo punto e con questi rapporti di forza, le Filippine puntano più che altro a firmare un accordo con la Cina per esplorare parte dei fondali insieme e sfruttare i giacimenti di gas e petrolio, mentre il Vietnam guarda a Pechino come fonte di commercio, investimenti e turismo. Ossia, tutti stanno cercando la più conveniente delle exit strategy.

D’altronde, anche gli attori esterni hanno le mani legate: il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, ha in calendario una visita ufficiale a Pechino dal 25 al 27 ottobre, e dunque il governo nipponico non ha intenzione in questo momento di alterare il clima; gli Stati Uniti non parteciperanno al vertice in forma distruptive. Anzi, possibile che i contatti military-to-military tra lo staff del segretario Mattis e le controparti cinesi possano servire a riallacciare una qualche relazioni in un momento estremamente critico tra Washington e Pechino.

Ieri, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha fatto sapere di voler affidare il ruolo di top diplomatico per l’Asia orientale, assistente del Segretario di Stato, all’ex generale dell’Air Force David Stilwell – il ruolo è uno dei tanti all’interno del dipartimento di Stato rimasto vacante da mesi, nonostante l’importanza dei dossier aperti nella regione. Stilwell è un ex pilota di caccia con alle spalle 35 anni di servizio, che parla coreano, cinese e giapponese (si prevede che il Senato confermerà la nomina senza problemi, anche perché il generale avrà presumibilmente una buona chimica con gli altri due alti funzionari dell’amministrazione responsabili per l’Asia, Matt Pottinger al Consiglio di sicurezza nazionale e Randy Schriver al Pentagono).

Mettere un militare in quel ruolo serve a dire che Washington ha intenzione di affrontare con una certa pressione gli affari asiatici – e dunque anche le dinamiche dell’Asean e del Mar Cinese. Però è anche vero che spesso sono le relazioni tra militari ad aprire contatti diplomatici: Stilwell potrebbe essere sfruttato in dual use, come in gergo militare si definiscono i dispositivi che possono essere usati anche in ambiente civile.

(Foto: Twitter, @RedWhiteBlueDot, l’arrivo del segretario Mattis a Singapore)

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