Trivelle, è l’ora dei caschi gialli. E l’impresa scende in piazza con i lavoratori

Trivelle, è l’ora dei caschi gialli. E l’impresa scende in piazza con i lavoratori
Alla manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, ha partecipato anche una rappresentanza del settore dell'energia. Tanti i lavoratori che hanno sfilato oggi nel centro di Roma: al loro fianco imprenditori e manager

È successo di rado in passato – sempre ammesso che sia mai accaduto – che l’impresa sfilasse in piazza al fianco dei sindacati. C’è sempre una prima volta, o quasi, verrebbe dunque da dire a proposito della manifestazione di oggi a Roma di Cgil, Cisl e Uil, la prima unitaria che si svolge dal giugno del 2013. Un’iniziativa che ha richiamato nel centro della capitale decine di migliaia di persone alla quale ha partecipato anche un’ampia rappresentanza del settore dell’Oil & Gas, da settimane ormai sul piede di guerra per la decisione del governo di bloccare, almeno per 18 mesi, l’attività di ricerca di idrocarburi (qui un precedente approfondimento di Formiche.net). I caschi gialli – il movimento fondato dai lavoratori del comparto per portare avanti le loro rivendicazioni – erano alcune migliaia, arrivati nella città eterna da Emilia-Romagna, Abruzzo, Basilicata e Sicilia. Un gruppo ben visibile nel corteo che ha sfilato da piazza della Repubblica a San Giovanni, di cui facevano parte anche alcuni imprenditori e manager. D’altronde, la manifestazione aveva ricevuto nei giorni scorsi l’adesione, se non formale di sicuro ideale, degli industriali del settore, come hanno confermato le parole di ieri del presidente di Confindustria Romagna Paolo Maggioli: “In questa fase è assolutamente importante essere uniti, difendere insieme crescita e lavoro. A un’iniziativa come questa ci sembra assolutamente opportuno partecipare”.

Non a caso, oggi a Roma tra i lavoratori e i sindacalisti c’era, ad esempio, pure Ermanno Bellettini, il direttore delle Risorse umane della Rosetti Marino, azienda ravvenate leader nell’Oil & Gas e nell’offshore con 650 dipendenti in Italia e 1.300 nel mondo e un indotto che nel nostro Paese arriva fino a 3mila lavoratori. “La presenza in piazza dell’impresa al fianco dei sindacati è la vera novità di questa manifestazione: un fatto che dimostra la gravità del momento. Siamo arrivati a Roma insieme ai lavoratori”, ha commentato Bellettini. “Personalmente, non mi ricordo di aver mai sfilato accanto agli industriali: significa davvero che la situazione è preoccupante”, gli ha fatto eco il sindacalista della Cgil di Ravenna Alessandro Mongiusti. Che poi ha aggiunto: “I lavoratori del settore energia sono in qualche modo diversi dagli altri: difficilmente partecipano in massa alle manifestazioni, anche perché sono sempre fuori a lavorare, sono turnisti con poco tempo a disposizione. Ma stavolta non si poteva fare altrimenti”. E infatti, pure in queste ore di mobilitazione, il lavoro non si è fermato, come ha ricordato uno degli ispiratori del movimento dei caschi gialli, il consigliere regionale Pd dell’Emilia-Romagna Gianni Bessi, partito anche lui stanotte con i pullman da Ravenna insieme ai lavoratori: “Le centrali sono tutte aperte, non è un giorno di sciopero. Molti stanno lavorando, gli altri sono venuti a Roma”.

Bellettini non ha nascosto la sua preoccupazione, per l’azienda nella quale lavora e per il futuro economico del suo territorio e del Paese: “Il decreto Semplificazioni, ormai convertito in legge, va a colpire fortemente un settore strategico ed è molto pericoloso per il nostro futuro: è vero che siamo presenti in molte parti del mondo ma i nostri tecnici li formiamo a Ravenna che rappresenta da sempre un’eccellenza a livello mondiale. Quanto sta accadendo rischia seriamente di farci perdere competitività in Itala e all’estero. Nel medio-lungo termine può essere qualcosa di distruttivo per la nostra impresa”. Un rischio che ovviamente si estende anche a tutte le altre aziende del comparto, nel ravennate ma non solo, con tutte le possibili ripercussioni negative del caso in termini di posti di lavoro e produzione della ricchezza. Ecco perché la protesta andrà avanti, ma sempre con spirito collaborativo. “Quello di oggi è un segnale importantissimo. Andremo avanti ma con i nostri modi: l’intenzione è di dialogare e parlare nel merito delle cose per arrivare al risultato”, ha commentato Mongiusti della Cgil. Una versione confermata pure da Bessi: “Il rischio più rilevante è che tra una settimana non se ne parli più e che la crisi continui. Ma noi non permetteremo che accada, terremo alta l’attenzione. Questo è solo l’inizio”.

L’obiettivo immediato è che si arrivi a un incontro sul tema con il premier Giuseppe Conte come chiesto in questi giorni dal presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini con una lettera firmata, tra gli altri, pure dal sindaco di Ravenna Michele de Pascale e condivisa dalle principali associazioni di rappresentanza delle aziende e dei lavoratori. “Finora Conte non ha risposto: vediamo se questa manifestazione sortirà qualche effetto e convincerà il presidente del Consiglio a costituire il tavolo di lavoro che chiediamo”, ha osservato Bessi. L’ambizione però è un’altra: arrivare allo stralcio della norma che ha imposto lo stop alla ricerca di idrocarburi. “La battaglia non è persa: noi non ci arrendiamo”, ha rilanciato Bellettini, che poi ha spiegato più nel dettaglio la posizione degli imprenditori del settore: “Anche noi puntiamo a un futuro all’insegna delle rinnovabili ma il percorso è lungo. Non ci si può arrivare con un decreto legge, ci vuole una pianificazione energetica rigorosa che veda tutti impegnati per molti anni. Le cose serie si fanno in questo modo”. Ma c’è davvero il margine per ottenere un ripensamento del governo? Bellettini non lo ha dichiarato espressamente ma ha lasciato chiaramente intendere di riporre maggiori speranze in tal senso nella componente leghista della maggioranza. Troppa, invece, la distanza con il MoVimento 5 Stelle: “La loro è una posizione per noi incomprensibile. La definirei ideologica e, per di più, fondata su un’ideologia che non riusciamo a capire”. E intanto, mentre in Italia discutiamo e ci dividiamo, l’Adriatico diventa sempre più terra di conquista dei nostri dirimpettai balcanici: “La Croazia si è già mossa mentre Montenegro e Albania si stanno attrezzando. Il lavoro che non facciamo noi, inevitabilmente, lo fa qualcun’altro”. Come a dire, cornuti e mazziati.

ultima modifica: 2019-02-09T10:10:46+00:00 da Andrea Picardi

 

 

 

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: