“I ministeri non devono essere bypassati”. Formiche.net ha intervistato l’economista e presidente di Assonime Innocenzo Cipolletta, che si è detto perplesso sulle ipotesi circolate in queste ore a proposito della governance per il Recovery Fund pur riconoscendo come il governo abbia fatto bene a porre il tema dell’organizzazione e del metodo

“L’Italia ha una storia di conflitti di competenza molto accentuata: per operare in fretta e operare bene dovremmo fare leva sulle strutture già esistenti, anziché inventarne di nuove”. L’economista e presidente di Assonime, Innocenzo Cipolletta, non ha dubbi: la proposta a cui starebbe lavorando Palazzo Chigi sulla governance per il Recovery Fund italiano rischierebbe, a suo avviso, “di provocare la paralisi dei provvedimenti”.

“Penso che i ministeri non vadano bypassati”, ha spiegato ancora a Formiche.net Cipolletta, che nei giorni scorsi, insieme al direttore generale dell’associazione Stefano Micossi, ha presentato le idee di Assonime sull’organizzazione che il nostro Paese dovrebbe darsi per rispondere adeguatamente a questa sfida così rilevante. In questo senso Cipolletta ha sottolineato come l’ipotesi in discussione in queste ore – una struttura piramidale da affidare, dal basso verso l’alto, al premier, a tre ministri, sei manager e trecento esperti (qui il commento del prof. Giuseppe Pennisi per Formiche.net) – lo lasci “perplesso”. “Ma è positivo” – ha riconosciuto comunque Cipolletta – “che il governo abbia deciso di porre questo tema. Quella del metodo non è una questione solo teorica, ma pratica. L’utilizzo dei fondi di Next generation Eu richiede un’architettura istituzionale adeguata per gestire con efficacia e tempestività le risorse destinate all’Italia e non perdere un’occasione irripetibile di rinnovamento del Paese”.

Professor Cipolletta, ma all’interno dei ministeri e delle pubbliche amministrazioni italiane esistono, a suo avviso, le competenze necessarie per vincere questa partita?

Le competenze ci sono ma noi riteniamo, in più, che i ministeri vadano rafforzati e che si debba creare un centro di raccordo nel quale vengano rappresentate tutte le strutture interessate. Come Assonime abbiamo avanzato una proposta di ricomposizione delle competenze senza però bypassarle.

In che modo professore?

Innanzitutto riteniamo che la presidenza del Consiglio debba essere la sede in cui si determinano tutte le scelte di carattere politico legate al Next Generation Eu, anche perché poi è Palazzo Chigi a dover interagire con il Parlamento. Crediamo poi che la delega sul Recovery Plan debba essere affidata a un ministro in particolare.

Intende il ministro degli Affari europei Enzo Amendola?

Esattamente, la soluzione a nostro avviso ideale sarebbe di affidarla all’attuale ministro per gli Affari europei: d’altronde, sta seguendo passo passo il dossier e si sta occupando di tenere i rapporti con Bruxelles. Il Recovery Plan deve essere fatto in raccordo con gli uffici della Commissione ed quindi è logico che la delega sia in capo a chi se ne occupa istituzionalmente. In ogni caso l’importante è che venga affidata un ministro responsabile, potrebbe in alternativa anche trattarsi di quello dell’Economia e delle Finanze oppure dello Sviluppo economico ad esempio.

Quale altro compito spetterebbe al ministro responsabile?

Il coordinamento della cabina di regia sul Next Generation Eu con i rappresentanti di ciascun ministero coinvolto. Ed è sempre in questa sede che dovrebbero svolgersi i rapporti con le regioni e gli enti locali, in modo da procedere il più possibile in un’ottica di sistema. La cabina di regia dovrebbe inoltre vagliare i progetti da affidare poi, una volta approvati, a singoli responsabili.

Quali benefici potrebbe comportare questa organizzazione?

Riteniamo che questa filosofia possa consentirci di sfruttare appieno le competenze già esistenti e di metterle a sistema, così da ridurre il rischio di eventuali conflitti e quindi, in buona sostanza, anche di ritardi e inefficienze.

Ci sono però anche le dinamiche politiche e le rivendicazioni dei partiti di maggioranza. Quanto pensa che stiano pesando sulle scelte del governo?

Mi rendo conto che le difficoltà non mancano. Il governo è composto da una coalizione di partiti e ciò inevitabilmente comporta anche pressioni politiche. Spero davvero che le forze di maggioranza ragionino unicamente con l’obiettivo di dare all’Italia la più efficiente organizzazione possibile.

Pensa ci debba essere anche un coinvolgimento delle opposizioni?

E’ importante che su un tema tanto decisivo vi sia un confronto con il Parlamento e, dunque, anche con le opposizioni, che devono essere sentite e coinvolte. In questo senso penso che la gestione dei rapporti dovrebbe competere alla presidenza del Consiglio e al premier. Ricordiamoci che stiamo parlando di progetti di ampio respiro, che guardano fino al 2026.

Teme che come spesso avviene in Italia finiscano con il prevalere logiche di breve periodo?

Di certo non è ipotizzabile che a un’eventuale cambio di governo o di maggioranza questi progetti vengano cambiati o stravolti. Gli obiettivi devono rimanere stabili, altrimenti rischiamo di fallire.

Per questa ragione occorre consenso ampio sul Recovery fund italiano?

Io sono ottimista, ma sicuramente bisogna che attorno a questo grande progetto di rilancio del Paese vi sia un rilevante consenso, non solo politico, ma anche da parte dell’opinione pubblica. Da questo punto di vista pure il ruolo dei media è fondamentale. Siamo di fronte a una sfida chiave, che l’Italia deve affrontare unita.

Professor Cipolletta, abbiamo parlato del rischio di conflitti di competenza. Cos’altro la preoccupa?

Il tema delle semplificazioni, che rimane fondamentale. Il governo lo ha affrontato nei mesi scorsi ma in maniera troppo timida. Siamo di fronte a un’esigenza imprescindibile di questo Paese, anche per portare a compimento con efficacia i progetti del Recovery Fund. Dobbiamo lavorare a una legge ordinaria che non fondi la semplificazione dei processi amministrativi sulle deroghe, com’è avvenuto con l’ultimo decreto, ma che permetta alla macchina pubblica di funzionare bene in via ordinaria.

In pratica, teme che la complessità delle procedure possa incidere negativamente sulla nostra capacità di spendere le risorse del Next Generation Eu?

Tutto è collegato, se non interveniamo in tal senso in profondità rischiamo di sprecare questa opportunità storica. E il Paese non se lo merita e non se lo può permettere.

Condividi tramite