Mentre la Corea del Nord muore di fame e di Covid, Kim deve pensare a cosa aspettarsi da Biden – che ristabilirà una linea di contatto più classica, ma non escluderà un incontro, spiega Frassineti (Ispi)

Secondo NK Daily, un sito specializzato sulla Corea del Nord, nella provincia di Hamgyong  si è creata “un’atmosfera di disagio senza precedenti”: per esempio, all’inizio della scorsa settimana quattro persone sono state trovate morte di fame e freddo davanti alla stazione di Musan. La città mineraria è stata già uno dei simboli delle difficoltà del Paese: anni fa, proprio davanti alla stazione, crollò per il vento una gignatografia che raffigurava Kim Il-sung e Kim Jong-il.

Era la festa del Giorno del Sole, e qualcuno la lesse come una premonizione. A luglio, il governo centrale aveva deciso la distribuzione di razioni speciali di cibo, aprendo le riserve ai cittadini della regione – tanto erano serie le difficoltà. Più recentemente, a inizio novembre, tre funzionari statali sono stati arrestati perché avevano provato a mettersi in proprio per sbarcare il lunario e vendere fuori dal paese delle metanfetamine – di cui la Corea del Nord è produttore internazionale, come racconta la storia di “The Mole” sui presunti traffici di armi e droga nordcoreani verso Giordania e Uganda.

COVID: LA NUOVA MARCIA DELLA SOFFERENZA

Quella che secondo l’Associated Press era stata chiamata “la campagna degli 80 giorni” è fallita: partita a ottobre, doveva aumentare le attività produttive in vista della plenaria del Partito a gennaio, ma le condizioni generali del paese sono particolarmente disgraziate. Il Covid ha praticamente distrutto l’isolata economia nordcoreana. Malnutrizione, diserzioni e quarantene correlate all’epidemia hanno praticamente dimezzato anche le capacità militari del regime – uno degli asset narrativi e non solo di Pyongyang. L’esercito nordcoreano il mese scorso ha chiesto a tutte le unità di riferire quanto del personale abituale avrebbe partecipato a una grande esercitazione nel Gangwon prevista da dicembre a marzo, e il risultato è stato che almeno la metà del personale non sarebbe stato in grado di prenderne parte (per lo meno inizialmente). La crisi ha colpito anche il “Songun”, definizione del “military first” nordcoreano.

Non è un caso se si iniziano a fare paragoni tra la situazione attuale e la “Marcia della Sofferenza”, la carestia che attraversò il paese negli anni Novanta. Alluvioni (come già successo nei mesi scorsi) e siccità (prevedibile) aggravarono in quel caso la crisi prodotta dalla perdita di supporto dell’URSS. Ora per tenersi al sicuro dal coronavirus, Kim Jong-un ha ordinato di tagliare del 99 per cento le relazioni commerciali con la Cina, l’unica ancora di salvezza nordcoreana. Il dato è di ottobre, fornito dall’amministrazione doganale cinese, ma nulla fa pensare che le cose possano essere migliorate se si considera che ci sono notizie di esecuzioni contro i funzionari che non hanno fatto osservare le regole iper-stringenti con cui è stato creato l’ulteriore cuscinetto di isolamento attorno al regno eremita.

INCAPACITÀ E SANZIONI

Il sistema sanitario della Corea del Nord è completamente impreparato e molto poco attrezzato per una pandemia come quella prodotta dal coronavirus SarsCov-2. La nomenklatura ha deciso di chiedersi: anche tenendo al minimo le informazioni sulla diffusione, ma quello che esce in questo momento è chiaro. La notizie su una condizione umanitaria in deterioramento, il sacrificio al commercio con il principale (se non l’unico) partner economico, le immagini sui media del regime di persone con la mascherina, le attività di bonifica propagandate come mossa forte del regime: tutto sta a a significare che il paese è in una fase problematica profonda dovuta al virus. Su tutto, non si può ignorare il fatto che le sanzioni degli Stati Uniti e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, conseguenze punitiva contro una politica avventurista e aggressiva sul nucleare di Kim, sono anche un fattore che ha aiutato il sistema sanitario nordcoreano a scivolare verso il disastro.

A fine novembre il Washington Post raccontava di un Kim molto “inquieto” e “furioso”: aveva richiamato all’ordine tutti i funzionari di ogni rango, imponendogli di lavorare duro per affrontare la crisi sanitaria ed economica; minacciava fucilazioni. Dopo i contatti, falliti, con Donald Trump, che cosa si troverà davanti Kim con l’ingresso alla Casa Bianca di Joe Biden? Possiamo pensare che – anche collegando tutto alla crisi in corso, pagata dai cittadini nordcoreani – la nuova amministrazione statunitense possa fare un primo passo sulle sanzioni? Oppure Biden sarà ancora meno conciliante? “Durante la campagna elettorale si è discusso delle possibilità che Biden potesse riproporre una sorta di Pazienza Strategica 3.0 – risponde a Formiche.net Francesca Frassineti, esperta di Asia e Penisola Coreana dell’Ispi – strategia che sappiamo essere stata fallimentare, con cui si è cercato per anni e senza risultati di indurre la Corea del Nord a modificare la sua postura nei confronti della Comunità internazionale”.

SEVERITÀ E DIPLOMAZIA

Poco prima delle elezioni Biden ha definito la sua politica estera come indirizzata a una principle diplomacy, e questo secondo l’esperta ci può far pensare che il nuovo presidente potrebbe essere disposto a un altro incontro con Kim, “ma l’incontro sarebbe l’esito di un processo totalmente opposto da quello trumpiano”. In che senso? “Trump ha avuto il merito di eliminare lo stigma di un presidente statunitense che si siede al tavolo con un leader nordcoreano, ma dopo questo unico, concreto successo del primo summit, il fatto che l’americano non abbia seguito l’iter classico di certi contatti, ossia quello che vede i vertici tra leader solo a valle di un processo che coinvolge tutta una serie di funzionari di alto livello, è stata la ricetta dell’insuccesso. Il presidente americano è arrivato ai tavoli successivi senza sapere cosa chiedere e cosa offrire”, spiega Frassineti.

Nel dossier nordcoreano come in molti altri, potremmo dire come approccio concettuale, Biden potrebbe riportarsi su una linea già classica, dando di nuovo peso a tutto il processo protocollare. Ne ha parlato anche Brian McKeon, uno degli advisor di politica estera del presidente eletto, che ha spiegato alla sudcoreana Yonhap News che la questione è “piuttosto complicata” per essere risolta in meeting leader-to-leader, ma servono incontri intermedi che facciano da garanzia per un processo coerente. Per Frassineti, soprattutto  l’approccio alla questione nucleare del Nord sarà molto più “realistica”: sia Tony Blinken, futuro segretario di Stato, che la vicepresidente eletta Kamala Harris hanno individuato la completa denuclearizzazione di Pyongyang come una “ricetta del fallimento” (ha detto Harris), almeno nel breve termine.

PRAGMATISMO ATOMICO

“Questo ci fa pensare che nel breve periodo l’obiettivo di Washington e di questa amministrazione propenda verso controllo e verifica degli armamenti – spiega Frassineti – con il disarmo e la denuclearizzazione piazzati come obiettivo di lungo periodo”. È per certi versi l’obiettivo dietro alla spinta atomica di Kim: farsi riconoscere come una potenza nucleare a tutti gli effetti, in grado di esercitare deterrenza ed essere inclusa in un dialogo sulla non proliferazione. La visione pragmatica sulla situazione è da tempo sostenuta da vari strateghi di Washington, e non esclusa dallo stesso Trump. “Detto ciò – continua l’analista italiana – qualsiasi risultato e progresso significativo ha bisogno necessariamente di un miglioramento nel rapporto politico tra Washington e Pyongyang, per questo una delle possibili azioni potrebbe essere una dichiarazione riguardante la fine del conflitto (la Guerra di Corea del 1950-1953 è formalmente ancora aperta, ndr)”.

“Sarebbe un passaggio prettamente politico, senza conseguenze giuridiche, ma è alla portata dell’amministrazione americana per costruire fiducia reciproca. Fiducia che è uno dei principali ostacoli a qualsiasi progresso”, spiega l’esperta dell’Ispi. Cosa aspettarci dunque dai famosi primi cento giorni? “Non mi aspetto che Biden sia propenso a fare concessioni sulle sanzioni, ma che porti avanti una politica che includa l’engagement verso il Nord, senza arretrare, anche perché tutto per essere credibile deve basarsi su una posizione difensiva solida. Dunque penso che almeno nei primi cento giorni corra ai ripari sul ristabilire i rapporti con i principali alleati regionali, a cominciare da Seul e poi Tokyo, perché il pieno coordinamento con questi partner è fondamentale per qualsiasi azione nei riguardi di Pyongyang”.

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