Perché, come dice Rachman (FT), l’accordo Ue-Cina è stato un “calcio sui denti” al nuovo presidente Usa, Joe Biden, e perché Washington e Bruxelles devono coordinare la strategia su Pechino

Il “Wandel durch Handel” è la formula con cui Berlino continua a credere che l’apertura commerciale alla Cina innescherà l’apertura politica del Partito comunista cinese. È un tema molto dibattuto in questi ultimi due anni: recentemente è stato per esempio oggetto di interventi a più riprese, dall’Economist a Foreign Affairs, dove diversi ex funzionari dei governi statunitensi lo hanno spesso considerato come fallimentare. Un approccio sbagliato che avrebbe dovuto ammorbidire Pechino, che però non ha funzionato.

Il Financial Times ha recentemente scritto un pezzo approfondito in cui spiega come la questione sia invece ancora forte in Germania, e forse ha fatto da motore alla spinta che Anglea Merkel ha voluto dare alla firma dell’accordo commerciale Cina-Ue. Ma i dubbi crescono, documenta il più autorevole dei giornali europei riportando fatti: c’è stata per esempio la vicenda della IMST, un’azienda che produce tecnologia per radar, satelliti e 5G, con il ministero dell’Economia che ne ha impedito l’acquisto a China Aerospace.

Questo genere di freni nei confronti della Cina – sostenuti da tempo anche dalla Bdi – potrebbero continuare, secondo un ragionamento fatto con l’FT da Noha Barkin, analista del Rhodium Group, una società di New York che si occupa di fornire dati di valore strategico a privati e istituzioni. “Chiunque sia a rimpiazzare Merkel – dice Barkin – il prossimo governo includerà probabilmente i Verdi, che sono i maggiori falchi in Germania sulla Cina e molto concentrati sulle questioni relative ai diritti umani”. I Verdi tedeschi sono un partito che viene piuttosto seguito dagli Usa, come dimostra un recente rapporto sul partito pubblicato per la Brookings Institution da Amanda Sloat, che come ha raccontato su queste colonne Francesco Bechis guiderà il rinnovato dipartimento Europa del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca di Joe Biden.

Un tempo “radicali”, oggi  sono “una forza politica attrattiva con un successo elettorale crescente”, ha scritto Sloat, la cui fellowship è sostenuta dalla fondazione tedesca Robert Bosch. E nell’analizzare il futuro tedesco nei confronti della Cina non si può sottovalutare il peso delle relazioni con Washington. La scorsa settimana Gideon Rachman, uno dei più influenti commentatori politici europei, ha scritto nel suo fondo proprio per il Financial Times una critica aspra all’accordo Cina-Ue che passa soprattutto dalla Germania – non solo Angela Merkel, ma pure la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha avuto un ruolo fondamentale nell’accelerazione sull’approvazione – e sfocia nelle relazioni tra Bruxelles/Berlino e Washington.

“L’Europa ha consegnato alla Cina una vittoria strategica”, titola il giornale l’editoriale di Rachamn, ed è tutto un programma. L’accelerazione non era imprevista, ma secondo il commentatore è stata avventata. “Nell’ultimo anno la Cina ha schiacciato la libertà di Hong Kong, intensificato l’oppressione nello Xinjiang (dove le campagna di rieducazione del Partito/Stato contro la minoranza musulmana uigura tocca aspetti tetri, ndr), ucciso militari indiani, minacciato Taiwan e introdotto sanzioni contro l’Australia (nella crisi ci è finita in mezzo anche l’Italia, ndr). Firmando, nonostante tutto, un accordo con la Cina – scrive Rachman – l’Ue ha mandato un segnale che non si preoccupa di tutto questo”.

Riprendendo l’opinione di Janka Oertel, che dirige l’Asia Programme dell’Ecfr, è stata “un’enorme vittoria diplomatica per la Cina” e un “bel calcio sui denti” per Biden, come dice Rachman. Il punto della questione sta in questi rapporti con gli Stati Uniti, che – come dimostra anche l’apertura di un ufficio esclusivamente dedicato nel Nsc – l’amministrazione Biden intende rinvigorire dopo anni di appesantimento trumpiano, restando su una posizione dura nei confronti con la Cina che, se non nella forma, non si presenta troppo diversa da quella del suo predecessore.

Per Bruxelles era necessario concordare la strategia con Washington  prima di siglare l’accordo sugli investimenti con Pechino? Rachman lascia intendere senza troppi giri di parole che sì, per Biden sarebbe stato meglio se gli europei avessero condiviso (concordato) l’approccio alla Cina. È stata una mossa di autonomia strategica, ossia con questo scatto in avanti l’Europa ha cercato di dare dimostrazione delle proprie capacità di scelta sovrana, secondo quel pensiero fisso tra i think tank come l’Ecfr o nella testa di alcuni leader, su tutti il francese Emmanuel Macron (come ha raccontato su Formiche.net il direttore dell’edizione italiane del Grand Continent, Giovanni Collot)?

Certi argomenti secondo Rachman (e l’FT che lo pubblica: precisazione che fa la differenza vista l’autorevolezza del quotidiano, sempre ascoltatissimo tra i decisori politici mondiali) “suonano sensati” per l’Ue, “ma sono in realtà ingenui”, perché “è ingenuo credere che la Cina rispetterà l’accordo che ha firmato”. E via una serie di promesse tradite da parte di Pechino, dall’handover su Hong Kong all’accordo commerciale con l’Australia, agli impegni presi col Wto e violati dalla Cina. Il punto è sull’indipendenza che l’Europa vuole giocare nella nuova Guerra Fredda tra Usa e Cina, e spiega il commentatore inglese “gli europei prendono in giro se stessi se pensano di poter chiudere gli occhi davanti al crescente autoritarismo e all’aggressività della Cina di Xi Jinping“.

C’è un passaggio di estrema importanza. Racham scrive: “Per gli scorsi 70 anni gli europei hanno beneficiato del fatto che la più potente nazione del mondo fosse una democrazia. Se una nazione autoritaria come la Cina prende il posto dell’America come potenza dominante, le democrazie di tutto il mondo ne sentiranno le conseguenze”. E ancora, incrementando la propria dipendenza economica dalla Cina, senza coordinare la propria strategia con le altre democrazie, le nazioni europee stanno accrescendo la propria vulnerabilità alle pressioni di Pechino”.

È un messaggio netto – più volte discusso nell’occasione dell’adesione italiana all’infrastruttura geopolitica cinese nota come Bri – che si intreccia meravigliosamente con l’alleanza delle Democrazie di cui i pensatori del team Biden parlano da mesi. L’America è la trincea della democrazia, ha scritto Maurizio Molinari nel suo editoriale di domenica 10 gennaio, argomentando come l’arrivo alla Casa Bianca del democratico, dopo i fatti tragici di Capitol Hill, possa essere “la genesi di un grande patto contro il populismo e le autarchie, capace di rigenerare le comunità democratiche”. Però per fare questo gli Usa hanno bisogno di alleati, spiegano sia Molinari che Rachman, e di strategie condivise.

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