Confermato il golden power del governo Draghi sull’entrata di Square e Tencent in Satispay, da Palazzo Chigi sì con prescrizioni (e una rettifica). In ballo c’è la sicurezza dei dati personali. È il secondo intervento dopo quello di febbraio, ma in un mese il fintech cinese è finito sotto il torchio di Pechino. E Tencent è la prossima vittima sulla lista

Non solo 5G. Il governo Draghi mantiene alta l’attenzione sul fintech. Insieme a un nuovo intervento su un contratto 5G fra Linkem e le cinesi Huawei e Zte, da Palazzo Chigi arriva la conferma dell’esercizio del golden power sull’ingresso in Satispay, startup italiana specializzata nei pagamenti tramite app sul telefono, di Square, società del fondatore di Twitter Jack Dorsey, e di Tencent, colosso tech cinese con base a Shenzen. Ad anticipare l’esercizio dei poteri speciali era stata lo scorso febbraio l’agenzia Reuters.

L’intervento sull’“acquisizione da parte di Tencent Cloud B.V. e Square Inc. di partecipazioni di minoranza nel capitale sociale di Satispay S.p.a.” risale al Dpcm del 22 febbraio, appena insediato il nuovo governo. Palazzo Chigi è tornato sul dossier con “una parziale rettifica” della “prescrizione a” con un Dpcm del 25 marzo. Una risposta a una lettera inviata da una notificante per chiedere di modificare una prescrizione in quanto “non attuabile”, procedura ritenuta “irrituale” dagli addetti ai lavori.

Le prescrizioni, si apprende, intervengono in particolare sul trattamento dei dati personali. Square e Tencent investiranno ciascuno 15 milioni di euro per entrare nella startup fondata da Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta, per un affare dal valore complessivo di 90 milioni di euro (68 come nuovi capitali, 25 per il passaggio delle quote). O meglio l’ex startup, se è vero che ha una valutazione di mercato di quasi 250 milioni di euro e per il 2021 punta a tagliare il traguardo di 200 dipendenti.

Il tema della protezione dei dati è particolarmente saliente per Tencent, colosso cinese già finito nel mirino della scorsa amministrazione Usa, con l’ex presidente Donald Trump che solo all’ultimo, a gennaio, ha scelto di non farla inserire nella black list delle aziende presumibilmente possedute o controllate dall’esercito cinese.

Ma in tre mesi lo scenario è drammaticamente cambiato e non c’è da sorprendersi se gli apparati della sicurezza del governo italiano alzano l’asticella sul mondo fintech cinese. In Cina dalla fine del 2020 è in atto una vera e propria repressione dei giganti del settore. La prima vittima illustre è stata Ant, il braccio finanziario di Alibaba, colosso dell’e-commerce di Jack Ma.

La scorsa estate il clamoroso stop all’Ipo da 37 miliardi di dollari (lo sbarco in Borsa più costoso della storia). Poi un’istruttoria Antitrust contro l’impero di Ma. Infine la tregua obbligata con una ristrutturazione delle attività di Ant, che ha fatto confluire i suoi principali assetti (comprese le unità tecnologiche) dentro una holding. Un’operazione richiesta dal governo centrale che ha costretto la più grande società di pagamenti mobili cinese a rispettare requisiti di capitale più severi (di fatto assimilandola a una banca, notava su queste colonne Gianluca Zapponini) e aumentandone il controllo e la vigilanza pubblica.

Allo stesso destino sembra avviata ora Tencent, società al centro del golden power di Palazzo Chigi. L’antitrust cinese ha messo gli occhi sulla compagnia tech, che è finita insieme ad altre 11 aziende nel mirino delle nuove sanzioni amministrative per violazione della legge anti-monopolio. Il gruppo, tra le più grandi internet company al mondo e proprietaria di WeChat, rischia ora di dover creare una holding finanziaria in cui trasferire le attività bancarie, ha scritto di recente Bloomberg. Con un controllo governativo cinese che si promette, come nel caso di Ant, sempre più stringente.

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