L’economista e imprenditore a Formiche.net: la finanza americana non ascolta la politica e preferisce puntare dritto alla montagna di risparmio della Cina, che da parte sua ci guadagna in competenze di cui non dispone. Lo yuan digitale non è una minaccia per il dollaro, a meno che non cominci a circolare a livello globale. Il Cai? Forse franerà tutto. E per l’Ue non sarebbe una cattiva notizia…

Una calamita per i giganti della finanza americana. La Cina dall’immenso debito sovrano sembra esercitare su fondi e banche statunitensi una strana influenza, anche grazie agli immensi bacini di risparmio privato che stanno attirando come api al miele i più grandi gestori globali, americani in testa. Tutto però stride con la politica, proprio nei giorni dell’uno-due rifilato da Joe Biden a Pechino: prima lo stop agli investimenti a stelle e strisce presso 59 aziende cinesi ree di minacciare la sicurezza globale. Poi, un piano da 200 miliardi approvato non senza sorpresa da un Senato compatto per sostenere la tecnologia Usa a discapito di quella del Dragone.

Un esempio? Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), una delle quattro banche principali del Paese, ha annunciato di avere ottenuto il via libera dalla China Banking and Insurance Regulatory Commission (Cbirc) per la costituzione di una joint venture nel wealth management con Goldman Sachs Asset Management. Il colosso statunitense avrà il 51% del capitale della joint venture, mentre il restante 49% farà capo a Icbc. Ancora, BlackRock ha deciso di investire quasi mezzo miliardo di dollari nella China Merchants Bank, mentre JPMorgan ha dichiarato che avrebbe acquistato una quota del 10% nell’attività patrimoniale di China Merchant Bank e ad oggi quasi 20 investitori globali stanno creando società di gestione di fondi; altri stanno lanciando fondi mobiliari privati.

Ennesima riprova del fatto che spesso e volentieri gli affari viaggiano su frequenze diverse dalla politica, dice da Hong Kong a Formiche.net Alberto Forchielli, economista e gran conoscitore di cose cinesi, nonché fondatore di Mandarin Capital Partners. Che però non si ferma alla liaison sino-americana nel nome del risparmio.

I rapporti tra Cina e Stati Uniti sono tesi come nell’era Trump. Eppure il grosso della finanza americana sembra puntare dritto al risparmio cinese. Come se lo spiega?

Mettiamola in questo modo. La Casa Bianca non può fermare le varie BlackRock, Goldman Sachs & Co., a meno che non venga fatta una legge apposita. E nel mentre la Cina spalanca la sua porta, per accaparrarsi del buon know-how americano nella gestione dei propri portafogli e patrimoni. Una capacità che ad oggi non ha e di cui sta cercando di dotarsi.

Ma allora chi è la preda e chi il predatore?

Certamente i colossi americani sono predatori perché puntano alla gestione del risparmio cinese, che è una montagna, 17 trilioni di dollari circa. E questo risparmio lo gestiscono in casa, mica a Singapore. Ma anche la Cina ci guadagna, perché incamera know-how e impara a sua volta come si gestisce il denaro. Alla fine, insomma, ci guadagnano un po’ tutte e due.

Di sicuro in Cina c’è un problema grosso: il debito. Quanto è grave la situazione?

Non molto in verità, visto che è una crisi appurata di cui non si parla tanto. Semmai la vera bomba è quella demografica, al punto che come ammesso dallo stesso partito l’attuale tasso di fertilità, pari a 1,3 figli per donna, non consente di mantenere un livello stabile della popolazione. Inizialmente certo c’era il timore di crisi finanziaria, anche piuttosto grave. Ma in verità questa bomba non esploderà, il governo sarà in grado di gestirla.

E la bomba demografica, invece, esploderà?

Secondo molti sì, secondo me, se proprio vuole la verità, no. Il calo demografico verrà gestito e posto sotto controllo con l’aumento della produttività. Non dimentichiamoci che la Cina nel 2020 ha avuto una crescita del Pil del 2,2%, praticamente il Covid non l’ha neanche sentito alla fine. E quest’anno, col freno tirato, cresce del 6%.

Parliamo dei rapporti tra Cina e Stati Uniti. La scommessa cinese di queste settimane è lo yuan digitale, che per molti osservatori rappresenta una minaccia alla sovranità del dollaro. Lo è?

No, non credo che lo yuan digitale sia una minaccia al dollaro, non in questo momento almeno. Per essere davvero una minaccia, occorrono alcune condizioni. Innanzitutto ce ne dovrebbero essere tanti di yuan virtuali in giro per il mondo. Questo per dire che finché lo yuan digitale circola solo in Cina per il dollaro non c’è nessun problema. Ma nel momento in cui la circolazione si allarga su scala globale, allora una minaccia c’è. Solo che per consentire tutto questo serve una Banca centrale cinese indipendente, cosa che oggi non è.

Almeno per quanto riguarda la postura verso la Cina, c’è molto Donald Trump in Joe Biden. O no?

Non ci sono grandi discontinuità con l’amministrazione precedente nell’approccio alla Cina, anche perché entrambi gli schieramenti al Congresso sono favorevoli ad una politica anticinese e la maggioranza dell’opinione pubblica americana vede nella Cina un nemico. D’altronde, il regime cinese ha saputo sfruttare i nuovi mezzi tecnologici per assicurarsi un controllo ancora più capillare sulla popolazione e ha creato un sistema misto in cui convivono dirigismo e capitalismo. A Trump va dato atto di aver rotto questa illusione e forse anche per questo Biden e i dem americani continueranno con una politica muscolare verso Pechino.

Ultima domanda. Il Cai, l’accordo tra Europa e Cina che la prima vorrebbe mettere in stand by anche a causa delle repressioni cinesi verso le minoranze. Ma davvero franerà tutto?

Forse sì. Il Cai potrebbe fermarsi, anche perché è qualcosa di fortemente squilibrato: dà un sacco di libertà cinesi in Ue e a noi non dà il becco di una garanzia in materia di simmetria nell’applicazione delle regole.

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