La sconfitta di Raggi e le sue prospettive all’interno del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, il risultato di Calenda che si candida al ruolo di ago della bilancia (anche a livello nazionale), la sfida che verrà tra Enrico Michetti e Roberto Gualtieri e le prestazioni delle rispettive coalizioni politiche. Commento al voto di Roma di ieri e domenica, aspettando il ballottaggio del 17 e 18 ottobre

Partiamo dai responsi definitivi, che qualcosa di molto rilevante già lo hanno detto. Il primo: ancora pochi giorni e Virginia Raggi non sarà più sindaca di Roma. La pentastellata – che nel 2016 era arrivata in Campidoglio sull’onda di un vero e proprio trionfo – si è fermata al quarto posto, a circa il 19% dei consensi. Un risultato che, considerazioni politiche a parte, è difficile non interpretare semplicemente per quello che è: ossia una bocciatura piuttosto netta del suo operato da parte dei cittadini della capitale.

Il secondo responso: Carlo Calenda può essere legittimamente considerato il vincitore morale di queste amministrative capitoline. Pur da solo, è arrivato a sfiorare il 20% e si è posizionato sul terzo gradino del podio. La sua lista è stata la più votata a Roma. Vedremo come sfrutterà nei prossimi mesi questo tesoretto elettorale, ma si può già dire con certezza che mai nella storia delle elezioni romane un candidato civico era riuscito a ottenere un consenso così ampio.

Il terzo verdetto, il più importante per il futuro della città eterna: come da pronostici, al ballottaggio se la vedranno il candidato di centrosinistra Roberto Gualtieri e quello di centrodestra, Enrico Michetti, con il secondo in vantaggio di tre punti percentuali abbondanti sul primo. Non un’inezia, ma neppure una montagna impossibile da scalare. Ma attenzione: il ballottaggio non rappresenta il secondo tempo di una partita elettorale che inizia con il primo turno, bensì un match completamente nuovo, nel quale si riparte daccapo. Dallo zero a zero.

I RISULTATI DI MICHETTI E DEL CENTRODESTRA

Alla fine l’avvocato con la passione per la radio ha totalizzato il 30,1% dei voti, per la verità abbastanza meno di quanto si potesse pensare prima delle elezioni. Arrivare a ridosso del 35% gli avrebbe dato tutta un’altra tranquillità in vista del ballottaggio, anche perché su un punto tutti gli osservatori concordavano ancora a urne chiuse: ossia che solo in presenza di un distacco piuttosto largo – diciamo tra i 5 e i 10 punti percentuali – Michetti avrebbe potuto essere considerato nettamente il favorito per il ballottaggio. Così non è andata, i punti sono stati solo  tre. Dunque, tutto da rifare.

E vedremo che tipo di sostegno potrà trarre dall’appoggio dei partiti di centrodestra, le cui performance a Roma sono state tutte, anche se con diverse gradazioni, al di sotto delle attese. Anche quelle di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, che hanno ottenuto il 17,4% dei voti: un bel risultato, nulla da dire, ma molto più basso del 20% e passa che i sondaggi sembravano assegnargli prima delle elezioni a livello nazionale. Per di più nella città in cui la leader è nata e cresciuta anche politicamente, nella quale già nel 2016, va ricordato, ottenne il 12,2% delle preferenze.

Molto peggio ovviamente è andata la Lega, che non è arrivata neppure al 6%: per Matteo Salvini l’ennesimo segnale allarmante che mette in discussione quello che è stato il mantra della sua segreteria fin dagli esordi. E cioè l’idea del partito nazionale, forte non solo al centro nord ma anche da Roma in giù. A questo punto viene da chiedersi se non sia già iniziata la ritirata padana.

Infine Forza Italia, che si è fermata al 3,5%, addirittura in peggioramento, seppur di poco, rispetto al 4,2 del 2016: la conferma che il partito di Silvio Berlusconi ormai a Roma è quasi del tutto sparito.

I RISULTATI DI GUALTIERI E DEL CENTROSINISTRA

L’ex ministro dell’Economia e delle Finanze ha ottenuto il 27% dei consensi, dicono i ben informati il miglior risultato possibile considerato il quadro di partenza. Ovvero, la presenza ai nastri di partenza di un candidato alternativo come Calenda, certo in grado di piacere parecchio ai moderati di centrodestra, ma pure a quelli di centrosinistra, anche per via di una carriera politica finora tutta svolta in alleanza con il Pd, dai ruoli di governo e in Europa ai tempi del governo di Matteo Renzi fino all’elezione a Bruxelles sotto le insegne del Nazareno. Al primo turno Gualtieri si poneva di fatto l’obiettivo di tallonare Michetti, di rimanergli il più vicino possibile – impensabile, dato il contesto iniziale, immaginare un ipotetico sorpasso – e in fondo lo ha centrato. Ora però viene il difficile, anche perché dovrà comunque riuscire a mobilitare in suo favore una parte rilevante dell’elettorato del leader di Azione e pure di Raggi.

Quanto ai risultati di lista, il Pd – terzo in città dopo la civica Calenda e Fratelli d’Italia – è calato di quasi un punto percentuale se si considera il voto del 2016: dal 17,2% di allora è passato al 16,4 ottenuto tra ieri e domenica. Notevole, invece, il risultato della lista civica di Gualtieri, coordinata da un veterano dell’Assemblea Capitolina come Alessandro Onorato, scelta dal 5,4% dei romani. Una performance che, in caso di vittoria del centrosinistra al ballottaggio, potrebbe portare lo stesso Onorato o qualche rappresentate della lista a ricoprire ruoli di spicco in giunta. Compreso quello di vicesindaco.

I PIANI DI CALENDA

Calenda è il vincitore morale del voto, come lo ha definito pure Vittorio Sgarbi. Un risultato che potrebbe lanciarlo a livello nazionale – dove finora il suo partito, Azione, si ferma attorno al 3% – in qualità di possibile leader di quell’area moderata e centrista ancora fortemente alla ricerca di un capo in grado di federarla e guidarla.

Si vedrà, ma intanto nell’immediato c’è da capire come Calenda deciderà di comportarsi qui a Roma. L’ipotesi di un apparentamento formale con il centrosinistra è stata esclusa, ma qualche indicazione di voto, di carattere più o meno personale, a favore di Gualtieri potrebbe pure arrivare. D’altro canto si deve comunque ricordare che a Bruxelles Calenda siede tra i banchi dei socialisti, del cui gruppo ha fatto parte per lungo tempo anche l’ex ministro dell’Economia.

Sui risultati della sua lista civica poco da dire: prima forza politica in città, anche per via della decisione, in controtendenza rispetto a tutti gli altri candidati principali, di non moltiplicare le liste elettorali. Una scelta che comunque, in termini assoluti, potrebbe anche essergli costata qualche punto percentuale di consenso. Decisione probabilmente calcolata. La curiosità semmai è un’altra: i suoi candidati più votati, almeno fino a questo punto dello spoglio elettorale, sono due esponenti di Italia Viva – Francesca Leoncini e Valerio Casini – che, come forse è stato sottovalutato prima del voto, ha appoggiato la corsa di Calenda verso il Campidoglio. E ora i renziani cosa faranno?

IL PARADOSSO DI RAGGI

Ultima a Roma tra i quattro candidati principali, ma prima per numero di consensi tra i cinquestelle, che in questa tornata di amministrative quasi ovunque, salvo a Napoli, hanno ottenuto percentuali assai ridotte. È questo il paradosso che sta vivendo la ormai quasi ex sindaca di Roma. Bocciata dai cittadini della capitale – questo dice il responso delle urne – ma forse, sostengono alcuni, abbastanza forte da poter rappresentare comunque un volto di punta dei cinquestelle che verranno.

Con una postilla non da poco, però: quale potrà essere il ruolo di Raggi nel Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Roberto Fico, assertori convinti di una linea politica di alleanza strutturale con il Pd? D’altronde non dobbiamo dimenticarlo: Virginia Raggi è la stessa che quasi un anno e mezzo fa decise di sfidare metà abbondante del suo partito pur di ricandidarsi, con coerenza e coraggio va detto, a guidare ancora la città eterna. Ora che quella linea è stata sconfitta dalle urne è difficile pensare che non si apra qualche tipo di regolamento di conti in casa M5S. E che anche in questo caso il supporto più convinto e affettuoso le sia arrivato da un ex pentastellato come Alessandro Di Battista qualche indizio per il futuro già ce lo fornisce.

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