Il 2021 verrà ricordato come l’anno in cui i principali campioni della tecnologia cinese sono stati annichiliti dal governo. Oggi quelle aziende valgono molto meno di un anno fa, ma il messaggio è arrivato a tutti i Jack Ma (presenti e futuri) del Paese: chi sfida il regime, soccombe

Il Dragone ha intrapreso una strada a prima vista incomprensibile. Non è facile spiegare la demolizione sistematica del comparto tech alla quale ha assistito il mondo intero nel corso di questo 2021 che per la Cina più difficile e a tratti strano non poteva essere. Alibaba, Tencent, Didi, sono solo alcuni dei colossi piegati un poco alla volta ai voleri di Pechino, a suon di sanzioni, espropri, strette normative e quotazioni in Borsa andate a rotoli. Il terrore nei palazzi del regime è che questi soggetti possano acquisire un potere tale da poter sopraffare (o quantomeno ignorare) i voleri del Partito comunista.

A valle dell’indebolimento di tali aziende, alfieri fino a pochi mesi fa della potenza tecnologica cinese, c’è stato un generale richiamo in patria, anche qui con metodi molto poco ortodossi: basta andare in giro per il mondo a vendere prodotti e servizi all’avanguardia, stop alle quotazioni nelle Borse occidentali, oppure a casa saranno guai. Una strategia che alla fine ha pagato, come dimostrano due fattori: i numerosi delisting di alcune società cinesi quotate a Wall Street, anche sulla spinta del nuovo regolamento Usa che impone massima trasparenza alle aziende straniere quotate e il trasferimento delle medesime aziende dalla Borsa americana a quelle asiatiche, Hong Kong e Shanghai in testa. Ma c’è un prezzo da pagare per mettere la museruola al settore tecnologico: l’enorme perdita di valore delle medesime aziende.

IL CASO DIDI 

Uno dei casi più emblematici e soprattutto recente, è quello di Didi Global – la più grande azienda al mondo di servizi di trasporto passeggeri – che sta pianificando di procedere con una quotazione a Hong Kong, proprio poco prima di intraprendere un delisting da New York. La società cinese mira a completare una doppia quotazione primaria a Hong Kong nei prossimi tre mesi.

Il programma, nemmeno a dirlo, è stato intrapreso sotto la pressione esercitata da Pechino per il delisting da New York entro giugno 2022. Lo scorso 26 novembre infatti l’Autorità di vigilanza tecnologica della Repubblica popolare aveva chiesto ai vertici della big tech di elaborare un piano per il delisting dalle borse statunitensi, con una richiesta senza precedenti nell’ambiente tecnologico cinese. Il canovaccio è sempre quello. Pechino sta lavorando per impedire le Ipo di gruppi cinesi all’estero mentre gli Usa, in risposta, stanno intensificando gli sforzi per cacciare i gruppi cinesi dalla borsa americana per non aver rispettato i requisiti sul controllo dei dati societari. Oltre 200 società rischiano di essere espulse da Wall Street.

FERMATE TENCENT

Altro giro, Tencent, una delle più grandi società tecnologiche della Cina. Qui la stretta è arrivata per vie traverse, ma la sostanza cambia poco. Alcune aziende statali cinesi stanno infatti limitando l’uso da parte dei loro dipendenti di una popolare app di messaggistica prodotta dal colosso digitale Tencent, motivando la decisione con possibili problemi di sicurezza. I manager di almeno nove aziende statali, tra cui alcune delle più grosse della nazione, come China Mobile, China Construction Bank e China National Petroleum hanno spiegato ai dipendenti che qualsiasi gruppo di chat creato per motivi di lavoro su Weixin, l’app di messaggistica dominante di Tencent in Cina, potrebbe contenere informazioni sensibili e dovrebbe essere chiusa e cancellata. Una notizia che ha provocato l’immediato crollo del titolo (-5%), la settimana scorsa.

E pensare che proprio questa estate, l’Antitrust cinese aveva chiesto esplicitamente a Tencent di abbandonare la politica dell’esclusiva sui diritti della divisione musica in streaming, Music Entertainment Group, quotata a New York, la piattaforma che opera attraverso le App QQ Music, Kugou Music, Kuwo Music e WeSing. La stessa autorità che nello stesso mese aveva bloccato il piano di fusione di Tencent Holding tra i due maggiori operatori cinesi di siti di streaming di videogiochi – Huya Inc e DouYu International Holdings Ltd – perché la mossa viola le regole della concorrenza.

ALIBABA DEVE SPARIRE

Eppure, la madre di tutte le crociate è un’altra, Alibaba. La maggiore delle aziende cinesi ha cominciato a finire sotto attacco alla fine del 2020, quando il fondatore Jack Ma pronunciò frasi durissime sui regolatori finanziari cinesi. La risposta fu immediata: il governo entrò a gamba tesa bloccando l’Ipo di Ant, braccio finanziario del gruppo, da 37 miliardi, la più grande quotazione della storia in termini di capitalizzazione. Da quel momento è stata un’escalation di indagini, strette normative, crolli in Borsa, culminati con la trasformazione, forzosa, di Ant in una holding dopo un accordo tra Ma e i regolatori cinesi per scongiurare la nazionalizzazione del gruppo. Tutte operazioni, come raccontato da Formiche.net, non certo prive di effetti collaterali (la parziale eliminazione del monopolio di Alibaba sui pagamenti ha di fatto portato a un innalzamento dei tassi sulle transazioni).

Dopo un anno di colpi, anche sotto la cintura, inclusa una multa da 18 miliardi di yuan per abuso di posizione dominante, Alibaba ha dichiarato che riorganizzerà le sue attività di e-commerce nazionale e internazionale e sostituirà il suo cfo. Cambiamenti che arriveranno mentre il gigante della tecnologia è alle prese con un assalto della concorrenza, un rallentamento dell’economia e un giro di vite normativo interno, che pare senza fine. Il gruppo formerà due nuove unità: il commercio digitale internazionale e il commercio digitale in Cina per diventare più agile e accelerare la crescita.

Ed ecco il conto, amaro, di tali aggressioni. Non più tardi di venerdì scorso, le azioni di società cinesi quotate negli Stati Uniti sono crollate a causa delle preoccupazioni su un controllo normativo più rigoroso in patria dopo che Didi Global aveva annunciato il progetto di delisting dalla Borsa di New York per quotarsi a Hong Kong, perdendo il 22,18% a 6,07 dollari.

Colpita da una crescita più debole dell’economia e dalla forte concorrenza a parte dei gruppi rivali, Alibaba il mese scorso ha ridotto le sue previsioni di crescita annuale dei ricavi al ritmo più lento dal suo debutto nel mercato azionario del 2014. Ha anche visto le vendite del suo evento principale, il festival online dello shopping, il Singles Day, crescere al ritmo più lento di sempre. Ora Alibaba vale meno della metà di un anno fa. Ma forse questo a Pechino non interessa. L’importante è inviare un messaggio a Jack Ma e a tutti i suoi potenziali emuli: chi sfida il regime, finisce schiacciato, non importa quanti miliardi abbia accumulato.

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