Secondo Frassineti (Ecfr) i test missilistici permettono a Kim di mantenere il controllo sul potere e sul morale della popolazione, sfiancata dalla crisi economica. Contemporaneamente danno a Pyongyang modo di dimostrare le proprie capacità operative

Con quello di oggi, lunedì 17 gennaio, la Corea del Nord ha effettuato già quattro test missilistici dall’inizio del 2022 (con sei vettori differenti impiegati). Il 5 gennaio Pyongyang avrebbe testato un missile ipersonico con testate capaci di planare sul bersaglio; stesso lancio martedì 11 secondo i dati raccolti dalle intelligence di Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti; il 14 gennaio è toccato a una coppia di missili balistici a corto raggio sparati da un treno. Se questi ultimi aumentano la capacità operativa e la possibilità di nascondere in gallerie ferroviarie i dispositivi di lancio, gli ipersonici segnano un progresso tecnologico.

Era dal 2017 che non si assisteva a una frequenza così sostenuta di lanci, e il ritorno del satrapo Kim Jong-un ad assistere di persona alle operazioni (quelle dell’11) alza il livello della propaganda che il regime intende diffondere, spiega Francesca Frassineti, pan-european fellow del Programma Asia dell’Ecfr. Un’abitudine, la direzione di Kim, tra il 2013 e il 2017, durante una campagna di dimostrazioni muscolari, evitata poi negli ultimi due anni (anche causa pandemia), mentre le immagini col binocolo del leader che autorizza i lanci dei nuovi vettori a propollente liquido dalle aree interne sono tornate a essere usate in questi giorni dai media di stato per riaffermare il suo ruolo, affiancato dalla sorella (erede?) Kim Yo-jong.

“I test confermano l’intenzione del regime di procedere lungo la strada della produzione di massa e del perfezionamento dei sistemi d’armi che Kim aveva ordinato nel gennaio 2021, quando ne diede ordine al Congresso del Partito confermandolo al plenum dello scorso dicembre”, spiega Frassineti a Formiche.net.

Secondo l’esperta, tutti i segnali suggeriscono che la Corea del Nord continuerà per i prossimi mesi a focalizzarsi sul piano interno: “La priorità va alla stabilità del regime, alla legittimità delle leadership, elementi garantiti anche dal raggiungimento dei successi sul programma nucleare e missilistico”. A testimonianza di questo, il racconto che i media statali hanno fatto degli ultimi test, celebrati – anche da Kim – come un successo delle capacità tecniche degli scienziati e della tecnologia statale.

“Serve – spiega Frassineti – anche per alzare il morale della popolazione in un momento di profonda crisi economica: ricordiamoci come a gennaio Kim, mentre presentava questo piano quinquennale di sviluppo dei sistemi d’armi, aveva anche riconosciuto le difficoltà economiche, ammettendo le responsabilità dei funzionari che si occupano di gestire le casse del Paese. E lo aveva fatto di fronte a una triplice crisi, costruita dalle calamità naturali che hanno colpito il Nord, decenni di sanzioni sfiancanti e infine le misure strettissime auto-imposte per impedire la diffusione della pandemia”.

Da tempo, Kim ha cercato di mettere in cima all’agenda delle necessità la ripresa economica, calcando di più la propaganda su progetti civili, pur non abbandonando gli investimenti in campo militare con una lista di armamenti da sviluppare sia strategici che tattici, come Pyongyang indica i missili potenzialmente in grado di essere comunque usati per trasportare testate nucleari ma in grado di eludere i sistemi di difesa da vettori balistici presenti nella regione (di Usa e alleati).

“Questi missili, del tipo testato ultimamente, servono al regime per dimostrare di aver raggiunto un livello di deterrenza molto alto, e dunque di essere credibile; allo stesso tempo servono per provare queste evoluzioni come dimostra il test su rotaia, visto per la prima volta lo scorso autunno e poi ancora la scorsa settimana: questo permette un vantaggio di mobilità e sulla difesa dei competitor regionali”, spiega l’analista italiana.

Tra l’altro il doppio test dal treno del 14 gennaio ha seguito di poche ore un nuovo round di sanzioni contro Pyongyang da parte di Washington – sanzioni che hanno colpito sei funzionari coinvolti nei programmi di armi di distruzione di massa nordcoreani che risiedono in Cina e Russia. “Le hanno giustamente definite una goccia nell’oceano – spiega Frassineti – rispetto a tutte le altre sanzioni imposte contro la Corea del Nord: lo sono ancora di più se si considera che la Cina ha proposto un sollevamento di alcune misure perché dal 2017 Pyongyang non ha violato le linee rosse imposte dall’amministrazione Trump”.

Ai tempi delle trattative dirette tra Kim e Donald Trump – trattative che in definitiva non hanno portato a un’intesa – era stato chiesto ai nordcoreani di non compiere test nucleari e lanci di missili balistici intercontinentali. La proposta in sede Onu di Pechino ha avuto anche ripercussioni nei rapporti bilaterali: “Dopo consultazioni amichevoli tra le due parti”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese “il trasporto merci è stato riavviato” e “le due parti garantiranno le basi per la prevenzione e la sicurezza delle epidemie”.

“Tuttavia, sebbene i test di questi giorni e degli ultimi anni non siano stati in violazione di quelle direttive, sarebbe sbagliato sottovalutarne la portata, in quanto servono a perfezionare il deterrente nordcoreano”, aggiunge l’esperta dell’Ecfr. La Corea del Nord è ancora una minaccia, l’amministrazione Biden non ha un piano di dialogo al momento e non ha ancora stabilito una policy di confronto, pur avendo confermato le linee rosse trumpiane.

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