Intervista al direttore della Svimez, Luca Bianchi: “Il raggiungimento degli obiettivi nazionali è condizionato dalla capacità di crescita del Mezzogiorno in alcuni settori strategici”. E ancora sui rapporti con il Nord: “Non cadiamo nella trappola della contrapposizione: è l’Italia intera, non solo il Sud, a essere stata stagnante in tutto il XXI secolo”

 

Nessuna contrapposizione, anzi: i destini economici del Nord e del Sud Italia sono più che mai collegati e interconnessi tra loro. Ergo, è un bene per tutti, in primis per le regioni settentrionali, che il Mezzogiorno possa ripartire economicamente, pure grazie alle risorse e ai progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Altrimenti, sarebbe tutto il Paese a rimanere al palo.

Dopo le ultime polemiche sull’allocazione dei fondi del Pnrr, con il fuorionda tra il sindaco di Milano Beppe Sala e il presidente della Lombardia Attilio Fontana, Formiche.net ha intervistato il direttore della Svimez Luca Bianchi, che ha fatto il punto della situazione  sull’andamento del Recovery Fund italiano con un focus particolare, ovviamente, sulle priorità del Sud del Paese. Secondo l’economista che dirige l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, è un segnale politico importantissimo che sia stato deciso di dedicare al Meridione il 40% delle risorse del Pnrr. “Ora – ha affermato – la sfida è tutta sull’attuazione”.

Tuttavia, ha sottolineato ancora Bianchi, le difficoltà e le zone grigie non mancano: “A nostro avviso c’è un difetto iniziale di impostazione: nel piano manca un disegno di politica industriale che sia in qualche modo espansivo”. Difficile a questo punto prevedere modifiche, ma è chiaro che si possa anche intervenire altrove, al di fuori di quanto stabilito dal Pnrr.

Bianchi, dunque troppa poca industria?

Riteniamo non sia stato sufficientemente analizzato il ruolo che il Mezzogiorno può giocare nelle prospettive industriali di questo Paese. Quello italiano è un piano che attribuisce un peso preponderante agli investimenti infrastrutturali e che privilegia il finanziamento di strumenti a domanda.

In che senso?

Penso alla transizione digitale e tecnologica: le aziende del Sud finora hanno dimostrato di non essere così in grado di intercettare le risorse di industria 4.0 e ciò, ovviamente, danneggia il Mezzogiorno.

Che cosa bisognerebbe quindi fare?

Occorrono scelte chiare per rafforzare al Sud la presenza di imprese in determinati settori strategici oppure per favorire nuovi insediamenti produttivi.

Dov’è che il Mezzogiorno è già forte e dov’è che invece è necessario intervenire?

Sicuramente l’agroalimentare e l’aerospazio sono settori già molto competitivi mentre, dall’altra parte, servirebbe aprire una riflessione accurata sulla meccanica e sull’automotive in particolare. Non si può lasciare tutto alle scelte delle aziende, questo processo deve essere accompagnato da un disegno di politica industriale, com’è avvenuto ad esempio con la decisione di Stellantis e del governo di collocare a Termoli la nuova gigafactory del gruppo.

E poi?

C’è il tema fondamentale della transizione ecologica. Già oggi nel Mezzogiorno si produce circa l’80% dell’eolico e del solare italiano, ma abbiamo calcolato che per tenere il passo con gli obiettivi di decarbonizzazione che il Paese ha siglato sarebbero necessari 82 miliardi di investimenti, ben 48 dei quali al Sud. Direi che un ragionamento anche in ottica nazionale va fatto.

Anche perché ne beneficerebbe tutta Italia, non è così Bianchi?

Certo non è solo interesse del Mezzogiorno. Per liberarci finalmente della dipendenza energetica, dovremmo mettere in campo un progetto di investimenti nazionali che troverebbe inevitabilmente nel Sud il suo luogo di espansione più ampia. Un’operazione, com’è facile intuire, a vantaggio di tutto il Paese. 

Per quale ragione?

Diciamo che la crisi pandemica ci ha restituito una nuova lettura dell’economia: ci siamo resi conto che è necessario rafforzare le filiere nazionali per essere meno dipendenti dalle importazioni, che si tratti appunto di energia o di mascherine. Il raggiungimento degli obiettivi Paese è condizionato dalla capacità di crescita del Mezzogiorno in alcuni settori strategici. E poi, va sottolineato, una diversa impostazione di politica industriale farebbe molto bene anche al Centro-Nord.

Insomma, non c’è alcun contrasto?

Non cadiamo nella trappola della contrapposizione: è l’Italia intera, non solo il Sud, a essere stata stagnante in tutto il XXI secolo. Non sottovalutiamo il tema dell’integrazione tra aree geografiche diverse perché già oggi circa il 20% del prodotto interno lordo del Centro-Nord è attivato da consumi e investimenti del Mezzogiorno.

Quindi?

Le due aree sono legate tra di loro molto più di quanto si pensi. L’economia settentrionale non può che trovare profondo giovamento dalla ripartenza del Sud, in termini sia di domanda pura che di completamento delle filiere nazionali. Ecco, Beppe Sala dovrebbe essere contento che il Pnrr prevede rilevanti fondi per il Meridionale: il rilancio del Mezzogiorno vuol dire anche maggiore crescita di Milano. 

Ma perché, Bianchi, la contrapposizione è un errore nel quale non bisogna cadere?

Perché è una trappola, come le dicevo. Un riflesso condizionato della politica: siamo da troppi anni abituati a contrapporre gli interessi del Nord e del Sud in un’ottica di accaparramento delle risorse, ma lo spirito di Next Generation Eu è esattamente il contrario. Provare a valorizzare il potenziale di crescita a partire da dove ce n’è di più, anche a supporto delle aree più forti. E quindi, in Italia, ovviamente nel Mezzogiorno. Teniamolo bene a mente.

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