Soltanto tre anni fa il governo Conte firmava il memorandum d’intesa con la Cina. Oggi Roma “comprende molto bene” come Pechino opera nel mondo, ha spiegato a Formiche.net la numero due della diplomazia americana Wendy Sherman. Ecco le ragioni della svolta, le sfide e le opportunità future

È il 13 giugno 2021 quando Mario Draghi di fatto congela la Via della Seta in Italia dicendo “esamineremo con attenzione” il dossier. Parole nette, rafforzate dal contesto in cui vengono pronunciate: Carbis Bay, in Cornovaglia, durante la conferenza stampa alla fine del G7, il suo primo da presidente del Consiglio dei ministri italiano, quello in cui il presidente statunitense Joe Biden ha lanciato il piano infrastrutturale Build Back Better World, alternativo a quello cinese e che ha ispirato il “gemello” Global Gateway presentato qualche mese più tardi dall’Unione europea.

A distanza di poco meno di un anno da quelle dichiarazioni e di poco più di tre dalla firma sul memorandum d’intesa con la Cina apposta dal governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte, gli Stati Uniti sono convinti che l’Italia sia cambiata. Oggi, con il governo Draghi, “comprende molto bene come la Repubblica popolare cinese operi nel mondo”. Lo ha dichiarato Wendy Sherman, vicesegretaria di Stato degli Stati Uniti, rispondendo a una domanda di Formiche.net durante un incontro con la stampa europea.

La Via della Seta in Italia non è mai decollata, neppure nei primi 18 mesi dopo la firma, cioè quelli pre Covid-19. “Se la logica italiana alla base della firma dell’accordo sulla Via della Seta era l’auspicio di un aumento dei rapporti commerciali ed economici, si può dire che a 18 mesi di distanza il calcolo si è rivelato quantomeno ottimistico, se non del tutto fallace”, si legge nel rapporto “La Cina: sviluppi interni, proiezione esterna”, pubblicato nell’ottobre 2020 dal Torino World Affairs Institute per l’Osservatorio di politica internazionale, organo del Parlamento Italiano in collaborazione con il ministero degli Esteri. “Come si è visto, le esportazioni italiane verso la Cina non sono aumentate in modo significativo, né vi sono stati particolari investimenti cinesi in Italia a seguito dell’accordo”. La partecipazione alla Via della Seta “non è condizione né necessaria né sufficiente per aumentare le relazioni economiche con la Cina”, recitava ancora nel documento.

L’accordo degli 2019, però, non è un contratto di matrimonio, aveva spiegato un anno fa una fonte diplomatica a Formiche.net. E neppure “costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale”, come si legge nel paragrafo VI dell’intesa. Infatti, “nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti” – ragion per cui annunciarne ufficialmente un passo indietro sarebbe superfluo se non addirittura controproducente come insegna il precedente dell’Australia.

Quel memorandum è un atto d’indirizzo politico. Che nel 2019 aveva rappresentato un evento fortemente simbolico nella politica estera italiana e suscitato forti preoccupazioni in Europa e negli Stati Uniti. Oggi, con il governo Draghi insediatosi annunciandosi “convintamente europeista e atlantista” e davanti alla dichiarazione sinorussa di amicizia “senza limiti”, il principale alleato italiano appare rassicurato. Lo dimostrano il ritorno dell’Italia nel formato Quint con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, e il recente bilaterale tra Draghi e Biden alla Casa Bianca, con l’invasione russa dell’Ucraina e le sue conseguenze in cima all’agenda, definito da Sherman “eccellente”. Ciò che trapela dagli ambienti diplomatici italiani dopo le dichiarazioni della vicesegretaria a Formiche.net è la conferma della forte sintonia su diversi dossier, Cina compresa.

A confermare la svolta italiana c’è un altro elemento. Sulla Via della Seta e su quel memorandum d’intesa glissa anche l’altra parte, cioè la Cina. Basti pensare che, stando ai resoconti dei media di Stato cinesi, il tema non è stato affrontato dal leader Xi Jinping nel corso della telefonata di febbraio fatta a Sergio Mattarella per congratularsi per la rielezione a presidente della Repubblica italiana.

Le parole di Draghi da Carbis Bay erano state accolte con favore dagli Stati Uniti. “È interessante” in un momento in cui “stiamo parlando degli investimenti in Italia”, aveva spiegato Thomas Smitham, incaricato d’affari ad interim presso l’ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma, intervenendo pochi giorni dopo all’evento “Investimenti diretti esteri: tendenze e sviluppi in materia di Golden Power” organizzato dall’American Chamber of Commerce in Italy.

Proprio il rafforzamento dei poteri speciali – della normativa e della struttura competente a Palazzo Chigi – rappresenta uno degli elementi su cui il governo Draghi ha sviluppato la propria strategia politico-economica. Un esempio è la vicenda Alpi Aviation, l’azienda italiana produttrice di droni che non ha notificato alla presidenza del Consiglio la vendita, avvenuta nel 2018, del 75% delle quote a una società di Hong Kong controllata a sua volta da due gruppi statuali cinesi. Un affare annullato poi con un decreto del governo.

Oggi l’Italia può rappresentare per gli Stati Uniti un alleato anche all’interno dell’Unione europea vista la volontà di allinearsi sulle politiche verso la Cina. Washington, per bocca della vicesegretaria Sherman, ha condannato “la sfida” che la Cina rivolge a “sicurezza, economia e valori dell’Europa” da “prima che il presidente Xi e il presidente [Vladimir] Putin dichiarassero la loro partnership ‘senza limiti’ a febbraio”.

Con la Cina bisogna partire da “un decoupling selettivo”, ha spiegato Matthew Kroenig, direttore della Scowcroft Initiative all’Atlantic Council e professore alla Georgetown University in una recente intervista rilasciata a Formiche.net. Bisogna avviare, secondo l’esperto, “una progressiva separazione delle economie occidentali da quelle cinesi, ma bisogna farlo nei settori strategici. In asset come la rete 5G, l’Intelligenza artificiale o investimenti in infrastrutture critiche è urgente allontanarsi dall’economia statalista cinese. Per altri settori meno legati alla sicurezza nazionale, dai mobili ai giocattoli, non c’è bisogno di ripensare le dinamiche commerciali”. Europa e Stati Uniti, ha aggiunto, “sono chiamati a costruire un nuovo sistema di alleanze globali” che sia “delineato da un insieme di valori condivisi”. Un progetto in cui l’Italia di Draghi, con i suoi eccellenti rapporti con l’amministrazione Biden, può avere un ruolo centrale.

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