Gli Stati Uniti pressano sull’Iran. Biden, in Israele prima di volare in Arabia Saudita, ipotizza un piano B non negoziale, mentre da Washington si solleva la minaccia sul rischio di attacchi iraniani contro gli americani

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il primo ministro israeliano, Yair Lapid, hanno firmato oggi, giovedì 14 luglio, un impegno congiunto per negare all’Iran le armi nucleari. Biden, in visita a Gerusalemme, ha dichiarato mercoledì di essere aperto all’uso “in ultima istanza” della forza contro l’Iran  — parole con cui accoglie le richieste di Lapid alle potenze mondiali di presentare una “minaccia militare credibile” contro l’acerrimo nemico di Israele. Israele sta da tempo pensando a un piano B con Teheran.

Gli Stati Uniti ne sono consapevoli e non è chiaro quale livello di partecipazione e coordinamento abbiano su questo piano, ma le parole di Biden lasciano intendere qualcosa più che una semplice rassicurazione per Israele. La firma del protocollo congiunto mette nero su bianco l’impegno americano sull’opzione militare. Washington sta continuando a puntare sul dialogo diplomatico per ricomporre l’accordo sul congelamento del programma nucleare JCPOA (rotto dall’uscita statunitense voluta dall’amministrazione Trump, a cui è seguito l’inizio delle violazioni controllate da parte dell’Iran sulle attività di arricchimento).

L’iniziativa si inquadra in un contesto più ampio, in cui gli Stati Uniti stanno dirigendo  il cantiere in cui si prova a costruire un’intesa di carattere militare che coinvolga anche attori arabi della regione mediorientale. L’obiettivo è costruire un’architettura di sicurezza che parta dal controllo dei cieli fini alla sicurezza delle rotte marittime (cruciali per il commercio, e non solo di materie prime energetiche). In questa progettazione, un ruolo centrale ce l’ha l’integrazione tra Israele e Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. L’intera architettura ha una chiara concezione anti-iraniana, che è il nemico comune, sia in forma diretta sia in quella indiretta — le milizie sciite collegate con cui spinge influenza nella regione.

A fine giugno, la più importante di queste milizie (o gruppi di influenza aggressiva) connesse ai Pasdaran, la libanese Hezbollah, è stata al centro della riunione del Law Enforcement Coordination Group, creato dagli Stati Uniti nel 2014 per contrastare le attività dell’organizzazione, che si è creata negli anni ampio seguito e radicazione all’interno del sistema politico, sociale, economico del Libano. Hezbollah è ufficialmente in guerra con Israele dal 2006 ed è presente come proxy iraniano in Siria, ma anche in Africa e America Latina, e in Europa. Due anni fa una grossa partita di Captagon (una droga psichedelica molto diffusa in Medio Oriente) era stato trovato dalle autorità italiane al porto di Salerno: Hezbollah è responsabile di traffici illeciti a di vario genere (tra cui narcotici), anche in collaborazione con la ‘Ndrangheta.

Secondo un report ottenuto da Yahoo! News e pubblicato mercoledì 13 luglio, mentre Biden era in Medio Oriente e mostrava severità nei confronti dell’Iran, il governo degli Stati Uniti ritiene che da Teheran possano essere organizzati assassini mirati di alti funzionari americani, attuali e non, per vendicare la morte. Queste operazioni — secondo il report marcato “Not for Public Release” prodotto dal National Counterterrorism Center e datata 16 giugno — avrebbero come obiettivo la catena di comando dietro all’eliminazione del generale Qasem Soleimani. Comandante delle Quds Force, unità d’élite dei Pasdaran, è stato ucciso da un Hellfire sparato da un UAV statunitense mentre si trovava appena fuori dall’aeroporto di Baghdad la sera del 3 gennaio 2020.

Soleimani è considerato la mente dietro alla strategia espansionistica che l’Iran sta tuttora portando avanti nella regione tramite quelle milizie sciite collegate ai Pasdaran. Tra queste, Hezbollah ha già un passato di assassini mirati e atti terroristici di vario tipo, nonché unità interne molto preparate per operazioni di intelligence e missioni da commandos, per dire. “L’Iran probabilmente considererebbe l’uccisione di un funzionario statunitense equivalente per rango e statura a Soleimani, o responsabile della sua morte, come un’azione di ritorsione riuscita”, scrive il report. Teheran aveva già lanciato una salva missilistica contro una base irachena che ospitava anche soldati statunitensi nella notte del 6 gennaio 2020.

Secondo quanto riferito dal giornalista israeliano Barak Ravid, durante l’incontro faccia a faccia con Biden, Lapid avrebbe chiesto all’americano per quanto tempo ancora i suoi funzionari avrebbero avuto intenzione di portare avanti il tentativo di dialogo con l’Iran. Biden avrebbe risposto che cerca una soluzione diplomatica con l’Iran, ma che non continuerà per sempre.

Da quanto sta emergendo dalle dinamiche sui negoziati, l’Iran sta cercando di allungare i tempi, come già in altre situazioni si mostra aperto al dialogo ma poi rallenta sulla chiusura di un’intesa (questo potrebbe permettergli di continuare a procedere con l’arricchimento). Lapid avrebbe suggerito agli americani di pressare gli europei affinché decidano uno snapback delle sanzioni onusiani per creare un ulteriore meccanismo di pressione su Teheran.

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