Dopo anni di prestiti rivelatisi vere e proprie trappole per le economie emergenti, Pechino gioca la carta della sanatoria, cancellando i rimborsi dovuti da 17 Stati del Continente nero. Peccato che nel frattempo interi pezzi di industria locali siano caduti in mani cinesi

Prima la valanga di prestiti a condizioni a dir poco onerose, quando non vessatorie. Poi una specie di sanatoria, quasi una pace universale dal sapore finanziario. In Africa, negli ultimi anni, tanti governi se la sono passata male a causa dei finanziamenti concessi dalle banche cinesi, la cui vera natura è stata a più riprese raccontata da questa testata. Soldi prestati in cambio di autentiche ipoteche, quando non veri espropri, di infrastrutture, porti, pezzi di industria. E chi non riusciva a rimborsare il denaro erogato (il caso del Kenya vale per tutti ma c’è anche l’Uganda), che ha trasformato il Dragone nel primo prestatore globale ai Paesi africani, poteva rimetterci persino la tenuta delle finanze pubbliche, imbottite di debito tossico.

Ora però, dopo aver devastato molte economie del Continente nero a suon di prestiti-trappola, Pechino, in piena psicosi da crisi bancaria e con lo spettro di una Lehman Brothers cinese, ha deciso2 di darci un colpo di spugna. In che modo? Semplice, condonando 23 prestiti a 17 nazioni africane, come ha espressamente annunciato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. “La Cina rinuncerà ai 23 prestiti senza interessi per 17 Paesi africani che erano maturati entro la fine del 2021”, ha affermato Wang al Forum sulla cooperazione Cina-Africa. In altre parole, da questo momento in poi Pechino non avanzerà più pretese sulle rate ancora in essere e legate ai finanziamenti concessi alle economie dei Continente.

Attenzione però, questo non vuol dire che il danno non sia stato fatto, visto che non pochi asset sono sono caduti nelle mani della Cina, quando i governi cominciavano ad annaspare nel rimborsare il debito. Non bisogna mai dimenticare che solo pochi mesi fa gli istituti di credito pubblici e privati ​​cinesi rappresentavano il 12% dei 696 miliardi di dollari di debito estero del Continente africano, mentre il 35% era dovuto ad altri creditori privati. E che il tasso di interesse medio sui pagamenti del debito dovuto alla Cina nel 2021 era del 2,7%.

Sulla questione del debito dell’Africa maturato con la Cina è intervenuto, recentemente, anche l’Ispi, l’Istituto per gli studi politici internazionali. Chiarendo un punto: la Cina ha sì prestato fior di miliardi al Continente, ma solo o quasi per interesse personale e geopolitico. Per azzannare le economie emergenti e mettergli, se possibile, un cappio al collo. “Buona parte degli studi e delle analisi sulle modalità con cui la Cina contribuisce allo sviluppo concordano sul fatto che la mole di miliardi di dollari erogati dalla Cina in Africa abbia servito principalmente gli interessi geopolitici e geoeconomici della Cina stessa”.

“Tali prestiti hanno finanziato grandi interventi infrastrutturali ma non hanno fatto da catalizzatore per le iniziative delle principali altre banche che agiscono sul continente, World Bank e AfDB. Anzi, la compartecipazione all’AfDB è servita a fare da apripista per le proprie banche, in particolare la Exim e la Cdb. Inoltre, considerando il punto di vista africano, oltre ai rischi di cadere o rimanere invischiati nella trappola del debito cinese, ciò che preoccupa è la capacità di molti Paesi di sostenere il proprio crescente indebitamento: tagli alla spesa pubblica, incremento del gettito fiscale e maggior efficienza nell’utilizzo di quanto preso in prestito, sono condizioni fondamentali che sembrano attualmente non alla portata di molti sistemi economici, soprattutto nella regione sub-sahariana”.

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