La ricerca spasmodica di un riposizionamento in vista di una possibile fase post-Putin mette ansia al governo di Ankara, che preme sui vicini regionali per la pace. Ma i nodi restano Libia, Egitto, Siria

Anche Recep Tayyip Erdogan si accoda all’appello occidentale affinché la Russia restituisca la Crimea all’Ucraina. Lo fa per paura o per accreditarsi in vista di un futuro deputinizzato? A 12 mesi dalle elezioni che lo attendono, e mentre la sua popolarità cala, il presidente turco è a un bivio: da un lato riceve fondi da arabi e russi per riequilibrare i cali della lira, dall’altro deve giocare la partita del gas nel Mediterraneo che impatta sui suoi conti.

Ma soprattutto, se le cose a Mosca dovessero mutare improvvisamente, resterebbe con solo l’Iran in suo aiuto: per questa ragione allaccia nuovi rapporti con Israele, Qatar e prova a rassenerarsi con l’Egitto, sempre con un occhio nei Balcani dove è player strategico.

Cintura di pace

Un’escalation dell’azione militare turca in Siria sarebbe “inaccettabile”: questo il pizzino inviato dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov al governo di Ankara, forse anche in risposta all’appello di Erdogan per la Crimea. Non va dimenticato che Damasco e Mosca stanno premendo non poco su Ankara per “impedire qualsiasi nuova azione militare”, ma la minaccia cozza con la cordialità dell’ultimo vertice Erdogan-Putin a Sochi, dove il presidente russo ha promesso una linea di credito per la lira turca azzoppata dai continui cali.

La strategia turca è chiara: puntare a stabilire per quanto più possibile una “cintura di pace e cooperazione nella macro regione senza voltare le spalle agli stati confinanti” ha detto Erdoğan in occasione una cerimonia tenutasi due giorni fa presso l’Accademia della Gendarmeria. Non è semplice però dire sì a tutte le parti attualmente in conflitto e farlo senza conseguenze.

Legami turco-russi

Il processo ha dinanzi a sé una serie di scogli, il primo dei quali alla voce energia. La Turchia ha raddoppiato le importazioni di petrolio russo nonostante le sanzioni occidentali: si tratta di oltre 200.000 barili al giorno (bpd), rispetto ai soli 98.000 dello stesso periodo del 2021. Inoltre la Russia fornisce alla Turchia più di un terzo del suo gas naturale e più della metà delle sue importazioni di grano, numeri che chiariscono il livello delle relazioni sull’asse Ankara-Mosca, utili ad immaginare le mosse future, sia dentro che fuori il Bosforo.

Sul punto è giunto un segnale anche da Washington: due giorni fa in una lettera inviata alla Camera di commercio americana in Turchia, come riporta il Wall Street Journal, il viceministro delle finanze Wally Adeyemo ha affermato che le aziende turche sono a rischio di sanzioni statunitensi se faranno affari con soggetti russi.

Aumenta così la pressione a stelle e strisce sull’alleato della Nato che non solo mantiene forti legami con la Russia, ma che non ha sostenuto le sanzioni internazionali imposte dopo l’invasione dell’Ucraina. Da qui la domanda sull’infinito doppiogiochismo di Erdogan, filo ucraino ma senza condannare apertamente Mosca e capace con la mano sinistra di vendere droni a Kiev, utilissimi nella guerriglia contro le truppe russe e con quella destra di stringere nuovi accordi con Putin.

Scenari possibili

Il terzo punto di questo triangolo isoscele si ritrova nel costone balcanico, che abbraccia tanto la cornice settentrionale che quella meridionale fino al Mediterraneo, dove è oggettivo il fatto che alcuni big player hanno tutto l’interesse a mantenere alto il livello di tensione, come nel conflitto fra Serbia e Kosovo. Ankara trae profitti significativi da quei Paesi, per questa ragione ha investito molto sulle relazioni con singoli soggetti, come Kosovo e Albania. Ma proprio la guerra in Ucraina ha reso palesi problemi e limiti dell’area balcanica, come il fatto che mentre alcuni Paesi attendono da tempo di entrare in Ue, a Kiev sia stata offerta una corsia preferenziale: circostanza in cui si sono infilati i detrattori dell’allargamento a est dell’Ue.

Infine il Mediterraneo: nonostante Erdogan abbia annunciato le sue intenzioni di ravvivare le relazioni con Al-Sisi, i riscontri dal Cairo non sono positivi. “Il popolo egiziano è nostro fratello”, ha detto pochi giorni fa, ma l’Egitto pretende di sanare le criticità ataviche che sono in piedi tra i due paesi, prima di chiudere i conti con una stretta di mano, così come vorrebbe la Turchia. Il presidente turco anche con Al-Sisi punta ad una risoluzione per la pacificazione con i suoi vicini regionali.

Da questo punto di vista Erdogan ha accettato alcune richieste del Cairo, come quella di impedire ai membri dei Fratelli Musulmani di esprimere retorica anti-egiziana del governo alla TV turca. Ma restano irrisolti i nodi alla voce Libia, Siria, Iraq, Grecia, Cipro.

@FDepalo

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