La sicurezza nazionale nel XXI secolo passa dalla sicurezza economica e industriale, denunciando il divario tra analisi strategica tradizionale e realtà delle supply chain e delle tecnologie critiche. Pax Silica viene letta come il segnale che gli Stati Uniti stanno integrando definitivamente politica industriale e politica estera, costruendo alleanze fondate sulla capacità produttiva condivisa. L’analisi di Torlizzi
Nel XXI secolo la sicurezza nazionale non è più una disciplina esclusivamente militare o diplomatica. Richiede, sempre più, una conoscenza profonda delle politiche economiche, delle catene globali del valore e degli ecosistemi industriali che sostengono le tecnologie critiche. È su questo terreno che si sta consumando uno scollamento crescente tra i problemi che analisti e policy maker dicono di voler affrontare e le competenze effettivamente necessarie per farlo.
Nei think tank e nei dipartimenti universitari di relazioni internazionali, gran parte della comunità strategica continua a essere formata secondo le categorie classiche del realismo e del liberalismo. Strumenti utili, ma sempre meno sufficienti. Queste cornici teoriche risultano largamente inadatte a interpretare — e ancor meno a governare — la realtà delle supply chain globali, delle filiere minerarie, dell’industria manifatturiera avanzata e delle tecnologie emergenti. Il risultato è un ritardo cognitivo che oggi ha conseguenze dirette sulla sicurezza nazionale.
È in questo contesto che va letta Pax Silica, l’iniziativa bandiera del Dipartimento di Stato americano su intelligenza artificiale e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Non si tratta di un semplice forum di cooperazione tecnologica, ma del tentativo più strutturato finora di costruire un nuovo consenso di sicurezza economica tra alleati e partner fidati degli Stati Uniti.
Il messaggio di fondo è chiaro: la politica di sicurezza e la politica industriale sono ormai inseparabili. La gestione delle supply chain è diventata uno strumento centrale della proiezione di potere americana. E il divario tra teoria e pratica, che per anni è stato ignorato, è ora impossibile da occultare.
Pax Silica è significativa anche per la composizione del gruppo. I nove Paesi partecipanti — Giappone, Corea del Sud, Singapore, Paesi Bassi, Regno Unito, Israele, Emirati Arabi Uniti e Australia — non sono accomunati solo da affinità politiche, ma da competenze industriali complementari. Alcuni sono leader nell’estrazione e nella lavorazione dei minerali critici, altri nella logistica, nella manifattura avanzata, nel software o nel design dei sistemi. È un’alleanza costruita sulla produzione, non solo sui valori.
Questa impostazione riflette una presa d’atto tardiva, ma ormai esplicita, da parte di Washington: la globalizzazione neoliberale degli ultimi trent’anni — quella che alcuni definiscono con disprezzo il modello “yellow arches” — ha svuotato la base manifatturiera americana, rafforzato concorrenti e avversari strategici e messo sotto pressione la promessa stessa dell’American Dream. L’efficienza di costo è stata privilegiata a scapito della resilienza; la delocalizzazione a scapito del controllo.
Gli shock degli ultimi anni hanno reso questa fragilità evidente. La pandemia di Covid-19, l’invasione russa dell’Ucraina e, più di recente, l’uso da parte della Cina dei controlli all’export come arma geopolitica hanno messo a nudo le vulnerabilità statunitensi — e occidentali — mostrando al tempo stesso il grado di leva strategica accumulato da Pechino in settori chiave.
Le poste in gioco sono elevate. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno ceduto la leadership in industrie oggi considerate vitali per la sicurezza nazionale. A partire dai primi anni Novanta, la Cina ha perseguito una strategia deliberata e guidata dallo Stato per dominare la lavorazione delle terre rare e l’industria manifatturiera avanzata. L’Occidente, al contrario, ha rinunciato progressivamente ai propri vantaggi comparati, settore dopo settore, in nome di un’idea di mercato globale che presupponeva neutralità politica e stabilità geopolitica permanente.
Oggi quella presunzione è crollata. La sicurezza economica è diventata inseparabile dal controllo dell’energia, dei minerali critici, della manifattura di fascia alta e dei modelli avanzati di calcolo e intelligenza artificiale. In questo quadro, Pax Silica rappresenta qualcosa di più di un’iniziativa tecnica: è il riconoscimento che le alleanze del futuro non si fonderanno soltanto su impegni militari o valori condivisi, ma su produzione condivisa, rischio condiviso e capacità industriale condivisa.
Con Pax Silica, il Dipartimento di Stato segnala che Washington ha finalmente accettato una realtà a lungo rimossa: potere economico, capacità industriale e sicurezza nazionale sono un unico sistema. Riportare l’industria al centro della politica estera non è più un’opzione ideologica, ma una necessità strategica. In questo senso, Pax Silica non risolve tutti i problemi, ma indica la direzione corretta. Ed è già molto più di quanto l’Occidente abbia fatto negli ultimi trent’anni.
















